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Il mio calvario in un gulag albanese

Riccardo Michelucci intervista l'intellettuale dissidente Fatos Lubonja

Fatos Lubonja, uno degli intellettuali albanesi di maggior spicco, porta incise nel corpo e nell’anima le ferite dell’ultimo mezzo secolo di storia dell’Albania. Ai tempi del regime comunista pagò la sua dissidenza con diciassette anni di prigionia nei gulag del paese, tornando libero solo dopo la fine della dittatura, nel 1991, ormai quarantenne. Scrittore e giornalista pluripremiato e apprezzato anche in Italia (alcuni anni fa si aggiudicò, tra l’altro, il premio Moravia), da oltre due decenni Lubonja vive stabilmente in Italia ma continua a frequentare l’Albania analizzando con lucidità sia gli orrori del passato che le contraddizioni della nuova democrazia albanese. Dopo la scarcerazione ha diretto riviste di politica e di critica letteraria ed è rimasto fedele al suo ruolo di intellettuale critico nei confronti del potere, impegnandosi a lungo anche nella difesa dei diritti umani. 

Il suo profilo ricorda molto da vicino quello di altri intellettuali incarcerati dai regimi comunisti, come il ceco Vaclav Havel e l’ungherese Arpad Goncz, che divennero poi presidenti dei rispettivi paesi. Lubonja invece è sempre stato una voce critica e indipendente del mondo culturale e politico albanese, un intellettuale da sempre impegnato nella denuncia di qualsiasi abuso di potere e in aperta polemica con alcuni suoi illustri connazionali (su tutti Ismail Kadare) colpevoli, a suo dire, di aver accettato la dittatura come prezzo per la sopravvivenza.

Suo padre, Todi Lubonja, fu uno dei più stretti collaboratori del dittatore Enver Hoxha e negli anni ‘60 diresse la televisione nazionale albanese finché non cadde in disgrazia per aver autorizzato la messa in onda di canzoni italiane e straniere, come quelle dei Beatles, che a quel tempo non era permesso ascoltare. Nel 1974 finì sotto processo in una delle purghe di quegli anni con l’accusa di essere un nemico del popolo che aveva cercato di introdurre modelli culturali borghesi. Venne espulso dal partito, licenziato e mandato in prigione. Di lì a poco anche Fatos Lubonja, allora ventitreenne studente di fisica all’università di Tirana, venne incarcerato perché la polizia trovò alcuni suoi racconti che criticavano la dittatura. Il contenuto di quegli scritti giovanili gli costò l’accusa di propaganda contro il regime, cui seguì una condanna a sette anni di lavori forzati da scontare nella prigione di Spaç, un luogo terribile in cui i prigionieri erano costretti a lavorare nelle miniere di rame. 

Quello fu però soltanto l’inizio del suo calvario. 

In carcere fu montata un’accusa contro un gruppo di prigionieri accusati di aver ordito un complotto revisionista. Due di loro furono condannati a morte dopo un processo a porte chiuse, io venni condannato a ulteriori diciotto anni che ho scontato in parte nel carcere di massima sicurezza di Burrel. All’epoca gli intellettuali e i religiosi furono le prime vittime del regime comunista albanese. A centinaia vennero arrestati, torturati e uccisi in quegli anni. Soltanto la solidarietà tra i detenuti poteva lasciare spazio a qualche bagliore di speranza. Io posso dire di aver avuto almeno quella fortuna.

Si riferisce a qualcuno in particolare?

A Burrell incontrai Zef Simoni, uno dei tanti preti cattolici perseguitati dal regime, che in seguito è diventato vescovo ausiliare di Scutari. Tra noi è nata un’amicizia profonda e duratura anche se io provengo da una famiglia profondamente atea e mi definisco un heideggeriano. Zef avrebbe voluto battezzarmi ma mi sono sempre rifiutato. Nei nostri incontri mi ha fatto però un catechismo tutto suo. Non è riuscito a convertirmi ma posso dire di aver imparato molto da lui. Per me padre Zef è come un santo. Un giorno alla mensa della prigione fu schiaffeggiato da un altro detenuto davanti a tutti. In un contesto come quello era un affronto indicibile e pensammo che da allora si sarebbe tenuto alla larga da quell’uomo. Invece lo perdonò subito. Il giorno dopo erano di nuovo seduti a mangiare uno accanto all’altro.

Perché a distanza di tanti anni ha sentito il bisogno di raccontare una serie di storie di prigionia in un nuovo libro finora tradotto soltanto in inglese, Like a Prisoner: Stories of Endurance?

L’esperienza della prigionia è presente in tutta la mia opera. In questo libro ho raccontato la vita quotidiana nei gulag albanesi attraverso le storie di undici miei compagni di reclusione perché sentivo il bisogno di metabolizzare un trauma che ha segnato per sempre la mia esistenza. Nel carcere-miniera di Spaç c’erano celle di isolamento alte due metri e larghe un metro e mezzo. Non erano ammessi giornali, né libri, né radio ed erano proibiti gli specchi, per impedire che i detenuti potessero farsi del male o usare i pezzi di vetro come armi. Ma anche perché dovevamo essere privati di qualsiasi contatto con la realtà. Non scorderò mai le ingegnose strategie che venivano usate da noi prigionieri per cercare di sopravvivere a quell’inferno.

In carcere riuscì persino a scrivere un romanzo sulle assurdità del comunismo usando cartine di sigarette.

Sì, lo feci durante gli ultimi anni di detenzione a Burrell, usai un centinaio di cartine di sigarette e la punta di una matita affilata. I comunisti albanesi avevano capito di aver sbagliato tutto già negli anni ‘50 ma non vollero ammettere i loro errori e commisero un crimine dopo l’altro nel tentativo di nasconderli. Il mio romanzo nasceva da un’interpretazione personale di Sofocle e raccontava la storia di una figura assetata di potere, un nuovo Edipo calato nei panni del tiranno e ispirato al dittatore Enver Hoxha. Nascosi il piccolo manoscritto nel dorso di un dizionario e una volta tornato in libertà lo detti alle stampe col titolo L’ultimo massacro.

Oltre tre decenni dopo la caduta del regime ritiene che il suo paese sia riuscito a confrontarsi con la terribile eredità del periodo comunista?

Purtroppo no. Fare i conti col passato significa innanzitutto riconoscere l’intera responsabilità della società nei confronti del passato e cercare di non ripeterlo, ma molti aspetti del presente in Albania conservano un’eco inquietante di quel passato. Parafrasando Kant potremmo dire che il regime usava il popolo come mezzo e non come fine. Adesso non si incarcerano più gli oppositori veri o presunti ma abbiamo una nomenklatura completamente isolata dal popolo che monopolizza l’economia e ha eliminato quasi del tutto l’opposizione. In quello che un tempo era il più isolato e repressivo tra i paesi comunisti d’Europa il governo controlla ancora le onde radio e non garantisce piena libertà alle tv e alle radio private.

Riccardo Michelucci, giornalista

16 febbraio 2024

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