A squarciare il silenzio che per decenni ha avvolto la vicenda degli Internati Militari Italiani (IMI), arriva il libro della giornalista e scrittrice Lorella Beretta che restituisce voce e dignità a una delle pagine più ignorate della nostra storia. E' quella di 650.000 soldati italiani che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire al nazifascismo e pagarono con la prigionia nei lager tedeschi il loro coraggioso “no”. Al centro del libro intitolato "La luna al suo comando" (ed. Castelvecchi, marzo 2025) c’è la figura di Felice Magliano, sopravvissuto a quell’inferno, testimone lucido e umanissimo di una resistenza senza armi ma non per questo meno eroica. A raccogliere la sua storia è Lorella Beretta che, in queste pagine, intreccia memoria e coscienza collettiva, restituendoci il senso profondo di una scelta civile che ancora oggi parla al nostro presente.
Chi sono gli IMI?
IMI sta per Internati Militari Italiani, ovvero i 650.000 soldati che l’8 settembre 1943, cioè all’armistizio, si rifiutano di arruolarsi nella Wehrmacht, e poi di aderire alla Repubblica di Salò, e dicono un corale “No!”. E questo No è importante perché lo ripetono – anche Felice Magliano nel libro lo ripete – e tutti lo ripeteranno per ventuno mesi di internamento nei lager del Terzo Reich, mentre ricevono promesse e pressioni perché si uniscano alla Repubblica di Salò. Con questo rifiuto indebolirono il Patto d'Acciaio tra Hitler e Mussolini e presero parte, pur senza armi, alla Resistenza. Se avessero detto Sì, quei 650.000, come sarebbe cambiata la Storia?
Proprio per il peso che ebbero, Hitler li considerò tra i peggiori nemici e decise di negare loro ogni tutela prevista dalla Convenzione di Ginevra e dai controlli della Croce Rossa Internazionale: per questo non li classificò prigionieri di guerra, quali erano, e il 20 settembre 1943, coniò per loro questa definizione, Italienische Militärinternierte.
La Giornata degli IMI
Il 20 settembre di quest’anno si celebra per la prima volta in Italia la Giornata degli IMI, una ricorrenza approvata a febbraio dal Parlamento con voto all’unanimità. Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia, è stato promotore della legge costruita con le principali associazioni degli internati e supportata da tutto l’arco costituzionale. Finora gli internati militari venivano ricordati il 27 gennaio, nel Giorno della Memoria. Negli ultimi anni sono state deposte molte pietre d’inciampo anche a nome loro, in un crescendo di consapevolezza delle loro famiglie e di attenzione istituzionale.
Il Presidente Ciampi è stato il primo a riconoscere questa figura, a parlarne e a mettere in campo una serie di azioni, compreso il riconoscimento – nel 2007 – di una medaglia per l’internamento 1943-1945. Felice Magliano ha ottenuto questa medaglia. A Magliano è stata data anche la tessera di Socio d’Onore dell’ANPI.
Una giornata che fa scoprire un pezzo di Resistenza rimasto nel silenzio a lungo. Come mai?
La Resistenza tutta è rimasta per decenni fuori dai libri di testo delle scuole. Fu negli anni Ottanta, anche su iniziativa del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che i valori della Resistenza vennero sdoganati e riconosciuti fondanti della democrazia. Ma quella a cui si è sempre dato spazio è stata la Resistenza armata dei partigiani in Italia. Gli IMI fecero invece quella che Alessandro Natta, segretario del PCI e internato militare italiano, definì «L’altra Resistenza». Natta nel 1954 scrisse anche un libro proprio con questo titolo che la casa editrice del Partito Comunista, Editori Riuniti, non volle pubblicare e che vide la luce solo nel 1997 tra i titoli di Einaudi. Natta patì molto questa censura.
Gli IMI hanno scontato un doppio pregiudizio. Una parte li giudicava per aver combattuto con Mussolini, presupponendo un’adesione al fascismo che in realtà in molti casi non c’era, e li guardava con sospetto di collaborazione con i nazisti, perché erano tornati dai lager e non vi erano morti come tanti altri. In realtà, si contano almeno 50.000 morti tra gli iniziali soldati internati; inoltre queste persone non erano destinate all’annientamento fisico, perché servivano come manodopera nell’economia del Terzo Reich. Fino all’ultimo c’era poi la speranza che convertissero quel loro rifiuto in cambio della promessa di una vita migliore. Per i fascisti convinti, invece, gli IMI furono i traditori peggiori, quelli su cui far calare una coltre di silenzio.
La maggior parte degli IMI, dal canto suo, tornò alle proprie case e preferì dimenticare. Molti figli e nipoti di IMI hanno scoperto solo post mortem di questa esperienza: dalla pubblicazione del libro mi stanno contattando molte persone che mi raccontano di avere documenti e racconti che non avevano ben contestualizzato. C’è chi ha trovato la gamella in fondo alla cantina; chi la tessera del lavoro in una cassapanca; chi un lagerpass nascosto dietro a un quadro appeso in casa. Chi ricorda il nonno che alla fine di ogni pasto, sotto lo sguardo attonito di tutti, raccoglieva le briciole dalla tovaglia, per non sprecarne nemmeno una.
Come sei arrivata a conoscere la storia di Felice Magliano?
Come è successo a tanti, grazie a un passaparola a cui era capitato di sentirlo raccontare la sua esperienza tremenda, ma con il suo tono privo di retorica. Felice Magliano abitava a San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno, in fondo al Cilento, praticamente a ridosso della Basilicata. Sono arrivata lì il 12 dicembre 2021, quando lui aveva appena compiuto 108 anni. Mi aspettava a casa della figlia Domenica e del genero Domenico, dove abitava dal 1983. Era seduto sulla sua poltrona, con gli abiti eleganti delle persone perbene e guardava il telegiornale che annunciava il rischio di una guerra tra Russia e Ucraina. Mi guardò e disse, arrabbiato: «Non fate la guerra, la guerra è distruzione, è fame, è disperazione». Felice ha girato il mondo nel periodo della guerra, «da carceriere e da carcerato», come diceva lui, e poi mai più, è rimasto là, in quel bellissimo paesino collinare che si affaccia sul Golfo di Policastro, un mare incantevole davanti e i boschi ben curati alle spalle. Per quattro giorni mi ha raccontato la sua vita sul fronte, in Libia prima e nei Balcani poi, e la sua parabola nell’inferno concentrazionario.
Nonostante l’età, era lucido, con una memoria precisa e puntigliosa dei fatti. E instancabile. Con il desiderio e il bisogno di testimoniare l’orrore della guerra. E la possibilità concreta di uscirne senza odio, senza rancore e anzi con uno spirito solidaristico e umanitario in ogni aspetto della vita. Mi fu chiaro sin da subito che quella non era una storia individuale e familiare, ma universale. Io ero andata nel Cilento perché i parenti e la comunità di San Giovanni a Piro volevano fare un libro su di lui: sono molto orgogliosa che Castelvecchi editore, e prima di tutti la sua editor Daniela Padoan, saggista di totalitarismi e Shoah, abbiano condiviso con me l’idea che quella di Felice Magliano sia la storia di tutti gli IMI. Nella prefazione al libro, Liliana Segre lo dice chiaramente, ricordando il proprio marito, Alfredo Belli, che fu IMI: «Scrivo queste poche righe per gli IMI Felice Magliano e Alfredo Belli.
Non sappiamo se abbiano mosso qualche passo fianco a fianco, nei lunghi trasferimenti a piedi; se abbiano condiviso un qualche campo di transito, o uno dei convogli dei prigionieri. Leggendo queste pagine li penso insieme, perché insieme sono stati: nelle umiliazioni, nella fame, nei ricatti, nelle percosse. Ma soprattutto in quel ripetuto “no!” opposto ai nazifascisti a costo della vita». Questa cosa del pensarli insieme me la stanno dicendo molte persone che hanno letto il libro: una giovane donna mi ha raccontato di suo nonno Bruno, di Gallarate, che le narrava i propri aneddoti partigiani. Ecco, alla fine della lettura mi ha detto che si era immaginata nonno Bruno e Felice seduti sul divano, a parlare delle loro esperienze, ciascuno rigorosamente nel proprio dialetto, intendendosi perfettamente.
Intendendosi in particolare su cosa?
Sul perché a un certo punto, dopo anni di silenzio, hanno cominciato a parlare e lo hanno fatto con i nipoti, saltando la generazione dei propri figli. Perché si sono resi conto che dovevano lasciare viva la Memoria, non il ricordo, ma la Memoria di quello che avevano patito. Perché si sono sentiti scorrere il tempo e hanno avvertito che loro erano gli ultimi testimoni diretti di quell’orrore e gli interpreti unici di quella determinazione contro la dittatura che annienta gli uomini. Anche se non completamente. Felice Magliano più volte mi ha raccontato di gesti di solidarietà e di umanità, gesti che gli hanno permesso di rimanere vivo. Un mestolo di brodo in più datogli da un compagno di internamento che aveva il suo stesso accento; qualche patata allungata dalle donne dei villaggi lungo il faticoso tragitto da un lager all’altro; un gesto di cura imprevedibilmente agito da uno dei carcerieri nazisti. Fino al giorno della liberazione del suo Stalag, l’8 maggio 1945, quando alle guardie che li avevano aiutati, gli IMI dissero di togliersi le divise e di confondersi con loro, per salvarsi e tornare – anch’essi – alle proprie famiglie. In pace.
Un’ultima domanda: il titolo del libro. È meraviglioso. Da dove è tratto?
Non fa riferimento a nessun comando militare. È il verso della serenata che Felice Magliano cantava alla sua allora fidanzata, e poi moglie, Gaetana Mangia: «Di qui intorno voglio bene a una\ ma il nome non lo posso nominare, \ ha la bellezza del sole la luna\ al suo comando la fa stare». Una serenata che lo ha accompagnato per tutta la vita, che lo ha scaldato durante l’internamento, e che mi ha cantato in quei giorni di dicembre in cui l’ho ascoltato, a 108 anni, parlare dell’amore per la sua “Signura” e per la vita.
-
Foto di Lorella Beretta
Video di Giuseppe Gepis Rivello, filmaker
