Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/interviste/intervista-a-gabriele-sonnino-sopravvissuto-al-rastrellamento-dell-ex-ghetto-di-roma-80-anni-dopo-26577.html
Gariwo Magazine

Intervista a Gabriele Sonnino, sopravvissuto al rastrellamento dell'ex ghetto di Roma. 80 anni dopo

salvato con sua sorella Sara da un lattaio che lavorava lì

Dall’8 settembre 1943 Roma era occupata dai tedeschi. Il 28 dello stesso mese, questi ultimi requisirono 50 chili d’oro alla comunità ebraica in cambio della promessa che non avrebbero catturato e deportato i suoi membri, e, il giorno seguente, si presentarono negli uffici della Comunità ebraica, dove rubarono gli archivi, i documenti, i registri e tutto ciò che trovarono compresi gli oltre due milioni liquidi avanzati dalla raccolta dell’oro.
Due settimane dopo, il 16 ottobre 1943, si compì la razzia dell'ex ghetto di Roma, grazie anche agli elenchi rubati dai nazisti nei giorni precedenti e all’aiuto di poliziotti italiani guidati dal commissario Raffaele Alianello (colui che compilerà le liste dei condannati per le Fosse Ardeatine). Quel giorno, furono catturati 1024 ebrei romani poi deportati nel campo di Auschwitz-Birkenau. Solo 16 faranno ritorno, tra cui una donna. Tutti i 207 bambini deportati vennero uccisi. 

Di seguito raccontiamo la storia di Gabriele Sonnino, detto Gabriellino, che quel giorno riuscì a sottrarsi alla cattura assieme a sua sorella.

Come avete vissuto lei e la sua famiglia dopo l’8 settembre 1943?

Io avevo 4 anni e vivevo assieme ai miei genitori e a mia sorella Sara, di 6 anni, in via dei Foraggi vicino al Campidoglio, ma a causa della guerra e delle leggi razziste, in quanto ebrei avevamo pochissimo da mangiare. Ricordo che facevo colazione con l’acqua di Trevi alla buon'ora. Per fortuna la comunità ebraica a Roma non mancava di aiutarci. Io e la mia famiglia praticavamo la religione ebraica, in particolare io e mio padre ci recavamo spesso a pregare al tempio. La città era occupata dai tedeschi che avevano costretto gli ebrei a consegnare l’oro, ma quando si seppe dell’irruzione negli uffici non riuscimmo più a stare tranquilli. La mia famiglia si rifugiò in via della Magliana in una baracca di legno, ma era difficile viverci in quattro persone di cui due bambini. A causa del freddo e della pioggia io di fatto dormivo coi topi. Mio padre, però, venne a sapere che all’isola Tiberina, presso l’ospedale Fatebenefratelli, venivano ospitati degli ebrei; così, di notte, in silenzio per non farci scoprire, ci recammo lì e fummo accolti. Io dormivo con gli ammalati veri e mi divertivo a guardare le tartarughine e i pesciolini rossi della fontana, ma era come stare in prigione, mi sentivo un recluso. Poco dopo si venne a sapere che stavano arrivano le SS e, siccome non sarebbe stato possibile nascondere tutti gli ebrei dell’ospedale in una stanza, io e la mia famiglia, una delle ultime ad essere arrivate, ce ne dovemmo andare.

Dove vi rifugiaste?

Trovare aiuto non era facile. Le persone che nascondevano gli ebrei non mancavano, ma tanti non aiutavano nessuno per paura delle rappresaglie, senza dimenticare i delatori pronti a denunciare gli ebrei per la ricompensa in denaro. Io e la mia famiglia riuscimmo ad arrivare in piazza Costaguti, dove al numero 14 c’era il palazzo della famiglia Beticoni, originaria di Macerata. Questa famiglia, prima di andarsene, disse al portiere di aprire il portone a chi aveva bisogno. Lui, tutto vestito di nero come un fascista, quando arrivammo chiamò mio padre con il suo soprannome “Zuccherato”, e ci portò dentro, dove c’era una macchina senza le ruote. Rimanemmo nell’auto per circa dieci giorni, e il portiere ci portava anche un po' da mangiare, nonostante ce ne fosse poco.

Poi arrivò il 16 ottobre 1943, il giorno della razzia. Come vi salvaste lei e sua sorella?

Quel giorno sciagurato me lo ricordo come fosse ieri. Io e mia sorella eravamo usciti dal portone per andare a giocare. Due bambini piccoli fanno fatica a stare sempre chiusi nello stesso luogo, hanno bisogno di uscire all’aria aperta. Da piazza Costaguti andammo verso l'ex ghetto fino al Tempietto del Carmelo, dove a quel tempo ci portavano gli ebrei per fare ascoltare loro le preghiere dei cattolici. Da lì spuntò un soldato tedesco, che prese mia sorella per un braccio, mentre io rimasi indietro. L’uomo ci trascinò fino al centro dell'ex ghetto, dove era in corso la razzia e la gente urlava o cercava di scappare. In mezzo a quel putiferio, ci trovammo di fronte alla latteria, rimasta aperta fino al 1970. Il lattaio Francesco Nardecchia, vedendo il soldato che stringeva mia sorella uscì dalla latteria, la strappò dalle sue grinfie dando a lui un ceffone, poi aprì la sua camicia mostrando il crocifisso. Il soldato tedesco, preso alla sprovvista, ci lasciò andare col lattaio, che, per salvarci la vita, ci aveva fatto passare come figli suoi. Francesco Nardecchia ci tenne al sicuro nella latteria e poi, una volta finita la razzia, ci riportò dai nostri genitori.

Quando ha cominciato a testimoniare dopo la guerra?

Dopo la guerra mi sono sposato e ho avuto due figli, Emanuela ed Andrea, che mi hanno reso nonno di quattro nipoti. Di questa storia ho parlato solo con mia sorella Sara per 65 anni, poi purtroppo lei morì. In seguito, ebbi l’occasione di conoscere l’artista ebreo Georges de Canino, al quale raccontai la mia storia. Lui mi convinse a condividerla, così presi coraggio e cominciai a testimoniare nelle scuole di tutta Italia.

Come rincontrò la famiglia Nardecchia?

Era già un po’ che portavo in giro la mia testimonianza. Un giorno, mentre stavo lavorando nel mio negozio di liquori e dolciumi, entrò una signora che fece alcuni acquisti e poi uscì. Subito dopo però rientrò, chiedendomi se la conoscessi. Io risposi di no, allora mi chiese se conoscevo suo padre, Francesco Nardecchia, il lattaio. A quel punto io cominciai a tremare, la presi da una parte e le raccontai tutta la mia storia. Non sapeva niente di suo padre, come tanti Giusti era stato un eroe silenzioso. Mi disse che sarebbe tornata a trovarmi, ma non la vidi fino a sei anni dopo, quando mi ricordai che mi aveva lasciato il suo indirizzo di casa e andai a cercarla assieme a Georges de Canino in via Pietro Querini n 1. La trovammo, Virginia, la figlia di Francesco Nardecchia, e lei mi riconobbe subito. Ci abbracciamo e per la commozione ci mettemmo a piangere.

In seguito abbiamo invitato a casa di Virginia e di sua figlia Stefania il rabbino capo di Roma Rav Di Segni e il capo della comunità ebraica. Abbiamo organizzato una festa, donando a Virginia una targa e una pergamena da parte della comunità ebraica di Roma, per ricordare il gesto eroico del padre. Poi, grazie anche all’aiuto di Stefania e di Yael Franzone, un’impiegata della comunità ebraica, sono riuscito a inviare allo Yad Vashem tutti i documenti necessari per far riconoscere Francesco Nardecchia come Giusto tra le Nazioni, un titolo che merita assolutamente. Purtroppo ancora non gli è stato riconosciuto anche a causa del fatto che la mia testimonianza e quella di mia sorella sono testimonianze di bambini, e, secondo alcuni, non possono essere considerate attendibili. Spero con tutto il cuore che cambino idea. Tanti ricordi di quando eravamo bambini sono importanti e ce li portiamo dietro per tutta la vita.

Quanto è importante raccontare le storie dei Giusti tra le Nazioni?

Sicuramente è molto importante perché queste storie sono la dimostrazione di come le cose sarebbero potute andare in modo diverso. Non erano santi o supereroi, ma persone normali che mantenendo vivo il proprio spirito critico hanno deciso di non rimanere indifferenti, o di adeguarsi ai nuovi costumi morali, e di aiutare gli ebrei in difficoltà. I Giusti lo fecero mettendo anche a repentaglio la propria vita. Bisogna raccontare queste storie anche alle nuove generazioni, per ispirarle e per cercare di prevenire nuovi possibili genocidi.

Quanto è importante mantenere viva la Memoria anche attraverso testimonianze come la sua?

È importantissimo. Ma la memoria non basta, perché l’Italia non ha ancora fatto i conti col fascismo, e ci ritroviamo politici che ancora oggi dicono che Mussolini e il fascismo hanno fatto cose buone e a Predappio fanno i raduni per fare il saluto. In Germania non funziona così, lì se fai il saluto vieni arrestato e ci sono vari musei che raccontano i crimini perpetrati dal nazismo. Lì, hanno avuto il processo di Norimberga, mentre in Italia c’è stata l’amnistia. Per questo sarebbe importante che lo stato italiano facesse i conti con il suo passato, magari attraverso un grade museo sulla storia del fascismo, che ci permetta di confrontarci anche con la storia fascista coloniale e criminale.

Andrea Vitello, scrittore

13 ottobre 2023

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Scopri tra le interviste

carica altri contenuti