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Israele, la protesta per la democrazia diventa una grande rete di aiuto: "Facciamo quello che il governo non fa”

Intervista a Manuela Dviri, da Tel Aviv

Manuela Dviri,a giornalista e scrittrice italiana naturalizzata israeliana, da sempre si dedica a promuovere il dialogo e la collaborazione attiva tra israeliani e palestinesi. Per gariwo.net aveva analizzato la protesta pacifica che per mesi era dilagata in Israele a seguito dell'annuncio della riforma della giustizia proposta dal governo Nethanyau. 

In questi giorni, dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre, è impegnata a Tel Aviv nel veicolare gli aiuti ai sopravvissuti. Ci racconta il contesto di devastazione che vede intorno a lei ("un orrore da ISIS, una situazione che dobbiamo ancora capire") e l'evoluzione del movimento di protesta, che si è trasformato immediatamente in macchina del volontariato "facendo quello che dovrebbe fare il governo, ma che il governo non fa o fa male". 

Come si stanno vivendo questi momenti a Tel Aviv? È già iniziata l'elaborazione del lutto? 

No, è ancora troppo presto. Perché ci stiamo ancora leccando le ferite e cercando di capire quante siano e quanto profonde possano essere. Credo che ognuno di noi conosca almeno una persona che è stata rapita, almeno una persona che è stata uccisa. Ma questo vale anche se non si conosce nessuno tra le persone colpite da questo orrore, un orrore da ISIS e non da Hamas. Un comportamento di un gruppo terroristico che non è più Hamas, ma è completamente ISIS e che ha agito come fece, a suo tempo, il sedicente Stato islamico. Stiamo vivendo una situazione che dobbiamo ancora capire fino in fondo. Non conosciamo ancora la sorte di tantissime persone e questa incertezza fa impazzire le famiglie: ci sono fratelli, sorelle, genitori che nessuno sa dove siano. Neonati portati via con la forza.

Come ci si sta preparando per affrontare ciò che potrà ancora succedere?

Si tratta di una situazione veramente inimmaginabile, la realizzazione di una paura atavica... l'idea costante che succeda qualcosa al Paese, il fatto che se per una volta dovessimo perdere una guerra, ci ammazzerebbero tutti. Questa è una guerra tra quelle che temevamo maggiormente, che ci ha fatto pensare profondamente al futuro. Che cosa succederà? Verremo invasi? Ecco, adesso sappiamo che cosa succederà. Ecco perché crediamo che dobbiamo sempre vincere tutte le guerre. Questa è la ragione.

Questo attacco è avvenuto in un momento molto importante per la storia della democrazia israeliana. Si era delineato un movimento di protesta collettiva senza eguali nella storia di Israele. Si percepiva, dall'esterno, una grande volontà di cambiare le sorti del Paese. Guardando questi mesi di mobilitazione, alla luce di quanto avvenuto, che pensieri vengono?

Prima di tutto c'è da dire che quella parte del Paese, che ha protestato per mesi e mesi, è quella che il giorno dopo questa tragedia si è messa in moto attraverso il volontariato. Queste azioni hanno coinvolto anche nell'esercito, attraverso generali, ex generali, colonnelli ma anche soldati semplici, che erano stati intervistati durante la protesta perché ne facevano parte. Così come ex ministri, che avevano parlato allora, e che sono stati i primi a muoversi oggi. Tutto il volontariato è in mano a chi ha fatto partire la protesta, perché intorno ad essa, durante i tanti mesi delle manifestazioni, si è formata una rete di persone che ricevono e condividono informazioni. Quindi è stato deciso di raccogliere aiuti per gli evacuati vicino alla striscia di Gaza, che sono rimasti senza niente, senza una casa, con i soli vestiti addosso. Immediatamente, queste reti si sono mosse e hanno iniziato a raccogliere materassi, coperte, cibo. Tutto quello di cui possano aver bisogno queste persone. Anche l’ex premier Bennet si è mosso. Quello che non sta facendo l’attuale governo lo sta facendo lui. Parla con varie reti in giro per il mondo e ha raccolto dei fondi con i quali ha accolto in un albergo parte delle persone che sono scappate dalle adiacenze della striscia di Gaza. Quindi, in qualche modo, la protesta continua. Ma non è più protesta, è un’altra cosa. Sta facendo quello che dovrebbe fare il governo, ma che non fa o fa male.

Quali sono, secondo lei, le responsabilità effettive di questo governo? 

La prima e più grande responsabilità è aver spostato le truppe dell’esercito israeliano che si trovavano al confine con Gaza. Avevano deciso di spostarle, in concomitanza con le feste ebraiche, verso le aree occupate della Cisgiordania, affinché non si verificassero, durante i giorni di festa, degli attacchi ai coloni. Quando poi si è cominciato a capire quanto stava accadendo era troppo tardi. Quando l’esercito si è quindi mosso per aiutare gli abitanti di questi kibbutz e di questi moshav, lo ha fatto tardivamente, lasciando sguarnite quelle aree. Ci sono persone che sono morte dissanguate perché l’esercito non è arrivato in tempo. Questa è la prima colpa di questo governo. La seconda responsabilità è che Netanyahu ha ignorato gli avvertimenti degli egiziani, secondo i quali si sarebbe verificato un attacco molto pesante dalla striscia di Gaza. Il terzo errore è che Netanyahu ha sempre preferito dialogare con Hamas, piuttosto che dialogare con Mahmūd Abbās. Il quarto errore è non considerare l'offerta di Gantz, un ex capo di Stato maggiore, che fa parte di un partito politico di centro, che si era offerto di entrare in un governo di emergenza. 

Questi elementi di destra che si trovano al governo non hanno compiuto, nella maggior parte dei casi, la carriera militare. Tutti lo sappiamo, qui in Israele, anche se nessuno ancora ne parla. Se ne parlerà probabilmente in seguito. Netanyahu, comunque, non dà le dimissioni, visto che non le ha mai date. Non solo, ha detto che prima di far entrare gli altri politici nella compagine governativa di emergenza deve prestare attenzione, perché dopo la vittoria della guerra diranno che è stato grazie all’intervento dell’opposizione che il conflitto è stato vinto e non grazie a lui. 

In generale, l’azione del governo si sta contraddistinguendo per la propria lentezza. Ciò vale, ad esempio, per gli aiuti agli evacuati. Al governo si trovano persone nominate in quel ruolo a seguito di accordi politici e non per la loro bravura.

Come si spiega questo interesse quasi totale del governo verso i territori occupati?

La destra e l’estrema destra non vogliono portare a termine nessun accordo tra i palestinesi e Israele. Sono stati votati proprio da quei coloni che si trovano nella zona e quindi si battono per i loro interessi. Questo non è un governo che si prodiga per tutti i cittadini, ma solo per quelli che hanno votato per loro.

Lei si è occupata tantissimo, nell’arco della sua vita professionale, di strade per il dialogo e la cooperazione. Ha lavorato tanto con i palestinesi. Al di là delle frasi fatte e delle buone intenzioni, come può essere ricercato oggi un dialogo?

No, in questo momento non si porta avanti niente. Ora bisogna sopravvivere. Questo, addirittura, non è nemmeno il momento di parlare delle colpe di Netanyahu, che ben conosciamo. Non è il momento di parlare del dialogo con Hamas. Quello che è successo in Israele è un macello. Un macello quasi nazista.

Cosa dovrebbe fare l’Europa secondo lei?

L’Europa dovrebbe senz’altro occuparsene, visto che tra i vari ostaggi deportati dentro Gaza ci sono persone che provengono da tutto il continente europeo. Chiediamo di non essere lasciati soli in questa tragedia. Siamo stati già lasciati soli una volta.

10 ottobre 2023

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