Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/interviste/kasia-smutniak-e-la-zona-rossa-tra-polonia-e-bielorussia-quel-muro-mi-ha-cambiato-la-vita-27059.html
Gariwo Magazine

Kasia Smutniak e la zona rossa tra Polonia e Bielorussia: "Quel muro mi ha cambiato la vita"

Cristina Giudici intervista la regista di MUR, Nastro d'Argento come miglior documentario

Ora che MUR ha vinto il Nastro d’Argento come miglior documentario, Kasia Smutniak ha preso il volo anche come regista. E in volo lei ci sta bene visto che aveva sedici anni quando ha preso il brevetto per guardare il mondo dal cielo a bordo di un aliante che le è servito anche per filmare dall’alto il confine fra la Bielorussia e la Polonia, dove è stato costruito un muro lungo 187 km fatto di acciaio e alto oltre 5 metri per fermare, o meglio intrappolare, i migranti che dalla Bielorussia arrivano nella foresta di Białowieża. Un documentario che per l’attrice polacca, da anni volto iconico del cinema italiano “è stato un atto di disobbedienza civile” - così lo definisce lei nella lunga e appassionata conversazione con GariwoMag - oltre che il diario intimo del ritorno a casa e la ricerca di un senso fra tanti muri, dato che lei è nata dall’altra parte della cortina di ferro e parte della famiglia paterna vive sul confine con l’Ucraina, a Zamość. Ed è proprio a Zamość che si conclude MUR, pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina

Scritto e girato con Marella Bombini (prodotto da Domenico Procacci, Laura Paolucci e Kasia Smutniak e distribuito da Fandango), in questo film Kasia, che è regista ed interprete, ci mette letteralmente la faccia nella sua ricerca del muro che divide in due la foresta di Białowieża e anche la sua testa per un contrasto insanabile di cui non riesce a farsi una ragione: “Come è possibile che chi ha accolto i profughi ucraini abbia al contempo costruito un muro per fermare altri rifugiati intrappolati fra i fili spinati, al gelo nei boschi? Questa è una cosa che mi spacca”, racconta a GariwoMag. “Le stesse persone che hanno fatto la cosa giusta da una parte, hanno fatto la cosa sbagliata a poche decine di chilometri. Un luogo dove le regole della moralità sulla quale si basa la nostra intera esistenza sono saltate e purtroppo, a distanza di due anni, non è cambiato nulla. Il muro è stato terminato e la guerra in Ucraina non è ancora finita”. 

Kasia Smutniak ci ha confidato che avrebbe voluto girare un altro film sui muri, che doveva salire sulla barca di una Ong, andare in Iraq e raccontare le tante barriere che esistono nel mondo, fra cui anche quello del Mediterraneo, ma la guerra in Ucraina ha fatto saltare i suoi piani. E la voce urgente che da tempo sentiva, quella di cambiare prospettiva “perché gli artisti devono indagare sugli esseri umani, ma anche sulla realtà”, l’ha portata a stare fra due muri dove si è sentita sopraffatta. “A Zamość ci sono arrivata dopo un lungo giro, arrivando dai boschi della Bielorussia, e vedere che a poca distanza c’erano tante persone che accoglievano gli ucraini e stavano dalla parte giusta, dove tutti sapevano cosa fosse il male e il bene senza avere dubbi, mi ha dilaniato perché le persone che aiutavano erano le stesse in teoria che fermavano i migranti, lasciandoli morire di stenti”, ci ha raccontato. “Tutti i miei amici d’infanzia, i miei familiari si davano da fare per gli ucraini, ma nel frattempo nella foresta c’erano migranti abbandonati che nessuno voleva né poteva vedere”. 

Kasia Smutniak ha vissuto un’esperienza traumatica per girare MUR, che ha cambiato la sua prospettiva professionale ed esistenziale. Quel lungo giro nella zona rossa della Polonia avviato nell’agosto del 2021 le ha permesso di incontrare tanti Giusti e Giuste che sfidano la legge e fanno salvataggi notturni per tirare fuori i migranti dai boschi e le ha confermato la fiducia negli esseri umani che sanno stare dalla parte giusta, pagando un prezzo altissimo. MUR, infatti, non è un reportage ma un diario di bordo intimista sulle emozioni di chi salva gli esseri umani, ma anche sulle sue di emozioni dopo che è tornata in Polonia per ritrovare le proprie radici: a Łódź, dove la regista giocava da bambina vicino al muro del cimitero ebraico del ghetto di Litzmannstadt. E poi a Zamość, dove vive ancora parte della sua famiglia paterna e dove lei ha filmato i campi accoglienti dei rifugiati ucraini mentre in testa le scoppiava un conflitto perché nella foresta di Białowieża nessuno accoglie gli altri rifugiati che arrivano dalla rotta balcanica. “Non ho voluto raccontare la tragedia dei migranti, altrimenti loro, gli attivisti che non dormono la notte perché aspettano una richiesta di aiuto dai boschi, sarebbero sembrati solo una parentesi”, racconta. “Come faccio nel mio lavoro di attrice, sono andata alla genesi delle emozioni di chi non riesce a scaldarsi vicino a un caminetto perché empatizza con chi resta intrappolato al gelo nel bosco ma sa che non riuscirà mai a capire davvero cosa vivono i migranti. Ho voluto fare un film su di noi che non possiamo capire cosa significhi perdere la casa, lasciare il proprio paese e fare un viaggio che dura anni. E indagare su sentimenti di chi come Mariusz è diventato un segugio di esseri umani nel bosco e soffre perché non può salvarli tutti”.

MUR è un racconto emozionante che è una sorta di crescendo rossiniano, fra lacrime e sorrisi con la sua compagna di viaggio e di lavoro, Marella Bombini, in cerca del muro che vuole vedere con i suoi occhi. Ed è un documentario prezioso, completamente ispirato alla realtà sulle stazioni del male che alla fine si incrociano con quelle del bene, al confine appunto fra la Polonia e l’Ucraina nei primi giorni dopo l’invasione russa. Un racconto che si snoda fra storie di attivisti, di Giusti e Giuste che nei boschi appendono delle lanterne verdi per segnalare ai migranti dove possono trovare accoglienza e un aiuto a superare il muro. Come Mariusz, che è un muratore, cresce tre figli da solo e organizza i salvataggi notturni dei migranti per evitare che muoiano nel bosco, sbranati da animali selvatici, di stenti o che finiscano nei centri di accoglienza polacchi, “nelle prigioni” create dal Governo che poi ha accolto milioni di rifugiati ucraini. 

Li portano nelle stazioni di frontiera e poi li deportano, è completamente illegale”, spiega Mariusz dell’associazione Grupa Graniza a Kasia Smutniak in un parcheggio sotterraneo mentre Marella Bombini gira con una piccola telecamera che ha dovuto imparare a usare in fretta. “Chi sono loro per decidere la vita e la morte delle persone? Nessuno è Dio”, dice Mariusz e poi le mostra le immagini dei poliziotti polacchi che spruzzano lacrimogeni negli occhi dei bambini, che lasciano i migranti disidratati e ammalati morire dietro i fili spinati. Mariusz le parla dei bambini che ha portato fuori dalla foresta di notte, nelle sue braccia, e poi la porta nel bosco dove anche Kasia ha uno zaino enorme sulle spalle con il kit di sopravvivenza per cercare di “esfiltrare” i migranti dalla foresta. Oppure Zosia, che coordina i salvataggi e le parla delle centinaia di cadaveri ritrovati nella foresta, di migranti fermati dalla polizia polacca, che respinge esseri umani oltre il filo spinato su cui sta crescendo il muro e dice, agitata: “Posso solo raccontare queste atrocità ma non elaborarle”. O ancora Ewa, che vive anche lei nella zona rossa e per quanto sia devastata dal suo attivismo le dice che sta facendo e continuerà a fare la cosa giusta. 

Spiega Kasia Smutniak: “Ho cominciato a lavorarci nell’agosto del 2021, ci ho messo tanto per capire come raccontare e che forma dare a questa storia perché era evidente che non si poteva andare con una troupe nella zona rossa. All’inizio volevo girare una storia sui muri, passando da quello di Berlino, che fa parte della mia storia personale, a quello del Mediterraneo, ma poi è scoppiata la guerra in Ucraina, la prima guerra europea per noi così vicina e mi sembrava un progetto fuori luogo, fuori dal contesto. Inoltre, la mia mini-troupe si è ritirata dal progetto perché non si capiva cosa sarebbe successo in Ucraina. Così io ho imparato a usare i telefonini per riprendere mentre Marella usava una piccola telecamera e abbiamo preso un operatore polacco: giravamo con tutto quello che avevamo a disposizione, dove si poteva con la telecamera e dove non si poteva con i telefonini e con persone che hanno girato per noi inconsapevolmente”, ricorda Kasia Smutniak con l’urgenza di chi deve ancora metabolizzare cosa ha visto nella zona rossa fra l’agosto del 2021 e il marzo del 2022. 

“Nella scena del volo, ad esempio, eravamo lì e ho visto un aliante in cielo. E l’aliante è una storia mia da quando avevo 16 anni, così sono andata in aeroporto. Mi hanno riconosciuto, avevo il libretto di volo, nessuno mi ha chiesto cosa stessi facendo anche perché viviamo in un mondo dove se un’attrice fa qualcosa di stupido, come farsi dei selfie su un aliante, nessuno si fa delle domande”, ricorda con un sorriso scanzonato. “Alcune volte ho chiesto anche ai miei figli e a Sophie, che ha nove anni, di girare. Nessuno capiva cosa stessi facendo. Ci sono state situazioni rischiose perché ero nella zona rossa e non potevo esser riconosciuta, ma fuori dal contesto spesso la gente non mi riconosce e non mi guarda. Del resto in tutta la mia vita mi sono trovata spesso fuori dal contesto”, sorride Kasia, che poi dice: “Dopo che abbiamo finito, ho deciso di fare una proiezione di MUR nella zona rossa. E se da una parte per loro quello che abbiamo girato riguarda la loro quotidianità, gli attivisti sanno che si tratta di una dimensione che non dovrebbe esistere ed è drammatico: quanto puoi reggere davanti a una tragedia simile? Io che sono stata lì come forestiera e poi me ne sono andata, sono cambiata. Quel muro ha cambiato la mia vita, la mia prospettiva, il tempo che dedico alle cose che reputo importanti"

E fra queste cose importanti c’è la fiducia nell’essere umano. “Non abbiamo idea di quante persone ci siano che sanno fare la cosa giusta”, conclude. E anche lei ha fatto la cosa giusta. Ha seguito l’urgenza di cambiare prospettiva artistica. Forse perché, come dice lei, quando è arrivata in Italia vent’anni fa era tutto un “di più”, per chi come lei è cresciuta isolata dal muro di Berlino: più benessere, più libertà, più opportunità, più tutto. E in MUR nei giorni in cui scoppia la guerra e lei è ancora nella realtà infernale della zona rossa mostra in modo discreto un messaggio che riceve sul telefonino, che dice: “Voi polacchi siete un popolo coraggioso”. E lei tace meditabonda nel documentario e forse pensa alla banalità del male della polizia polacca che abbandona i migranti nel bosco. E ora che MUR è stato riconosciuto come un’opera d’arte, anche il suo sguardo di artista che indaga sugli esseri umani è cambiato perché nessuno esce illeso dopo essersi scontrato con un muro alto come quello al confine con la Bielorussia. Ma anche con una rinnovata fiducia nei suoi simili perché ha visto tanta gente, tanti Giusti e Giuste, accendere lanterne verdi per tenere aperte le porte dell’umanità.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra le interviste

carica altri contenuti