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"La Costituzione si basa su Resistenza e antifascismo. E oggi assume un significato ecologico"

Intervista a Giovanni Maria Flick a cura di Joshua Evangelista

"Viviamo in un momento drammatico in cui c'è necessità di una transizione ecologica, tutti devono cambiare il loro modo di vivere". Giovanni Maria Flick, Ministro della Giustizia nel governo Prodi I e Presidente emerito della Corte Costituzionale, ha scelto il Giardino dei Giusti di Roma per lanciare il suo monito ecologista. Ospite della Fondazione Gariwo in occasione della cerimonia dell'11 aprile in cui sono stati onorati come Giusti Giacomo Matteotti e Alexei Navalny, Flick ha chiesto che la memoria "attraverso l'albero", e quindi ecologica, di chi salva vite umane venga affiancata alla preoccupazione per il "massacro di interi popoli" e all'attenzione verso chi oggi si prodiga per la conoscenza. Riprendiamo con lui questo discorso alla vigilia del 25 aprile per tracciarne il significato profondo ("Un recupero della libertà attraverso Resistenza e antifascismo") e provare a capire come questa transizione ecologica si intersechi con alcune delle principali sfide contemporanee: il rapporto tra pace e giustizia, il futuro dell'Europa e i confini etici dell'intelligenza artificiale.

Professor Flick, recentemente lei ha partecipato alla cerimonia al Giardino dei Giusti di Roma durante la quale sono stati dedicati due ulivi ad Alexei Navalny e Giacomo Matteotti. Che cosa ci racconta questa scelta?

Si tratta di due protagonisti che, seppur a distanza di cento anni l’uno dall’altro, hanno combattuto per la libertà e per la libertà hanno perso la vita. Hanno combattuto contro due totalitarismi diversi, ma ci ricordano che c’è ancora tanto da fare per difendere e consolidare la libertà.

Qual è il significato dell’onorarli in questo momento?

Oggi vediamo il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle guerre. Lo vediamo nella strage di Gaza e nell’attacco terroristico di Hamas, seppur con una diversità quantitativa. Lo vediamo con l’aggressione russa in Ucraina. Sono tappe che evocano l’assoluta necessità di ricominciare a valutare con molta attenzione il rispetto della persona, della libertà e della dignità umana. Ecco perché mentre ricordiamo il sacrificio della vita per la libertà (da parte di persone che grazie a questo sacrificio dobbiamo considerare eccezionali protagonisti di una battaglia fondamentale) io credo che il discorso vada allargato alla transizione ecologica.

In che modo onorare questi paladini di libertà si interseca con il discorso dell’ecologia?

È importante onorarli anche in una prospettiva di transizione ecologica, cioè attraverso la consapevolezza dell'importanza del nostro rapporto con la natura, un rapporto che fino adesso è stato prevalentemente conflittuale; la prospettiva “francescana” – intesa come Santo e come Papa – della “Laudato sì’”.

In che senso?

Nel senso che l’uomo, anche attraverso le risorse tecnologiche, il progresso della ricerca e della scienza, ha praticamente continuato a sfruttare le risorse naturali e ambientali, senza preoccuparsi della loro conservazione. Da questo punto di vista l’albero del Giusto diventa simbolo di riconciliazione tra la persona e la natura. Una riconciliazione attraverso il ricordo di chi ha lavorato in modo particolare e ha sacrificato la propria vita per la difesa della persona umana, prima di tutto attraverso la libertà.

Questo evoca l'articolo 2 della Costituzione, che considera le aggregazioni e le formazioni sociali come strumenti per la difesa della personalità individuale. E anche l’articolo 3, che prevede la pari dignità sociale di tutti, anche di chi è diverso, senza distinzioni di razza, sesso, religione, condizioni politiche, economiche, sociali. Il recupero della transizione ecologica deve avere come riferimento gli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Facciamo questo discorso alla vigilia di un 25 aprile molto sentito, in cui si discute se queste libertà oggi sono a rischio.

Questo discorso assume un significato particolarmente attuale il 25 aprile, che deve essere una tappa fondamentale nel percorso per la libertà e per la formazione della personalità. Al di là delle polemiche, al di là dei problemi, al di là di tutte le voci che in questo momento comprensibilmente incidono sull’opinione pubblica, il significato del 25 aprile non va offuscato.

Qual è il suo vero significato?

Deve essere un momento di riflessione sul recupero della libertà da parte del nostro Paese. Un recupero che è avvenuto attraverso la Resistenza. La nostra Costituzione è stata fondata sulla Resistenza e quindi sull’antifascismo. Se in altri paesi europei il problema della liberazione era legato al nazista “invasore”, nel nostro caso il nazista è stato “occupante” ma non “invasore”: era stato chiamato proprio da noi, prima di diventare nemico con l’armistizio del ’43. Siamo stati liberati dalla Resistenza, che è stata un fatto di tutto il popolo italiano e non di singoli movimenti politici. Ci sono stati i soldati morti in Cefalonia o deportati in Germania, i partigiani che sono saliti in montagna o che hanno combattuto in città. Ci sono stati i preti e le suore, così come la popolazione civile, che hanno aiutato gli ebrei, i renitenti alla leva repubblichina, fuggiaschi e i prigionieri. Sono tutti elementi di solidarietà e uguaglianza fondanti, che non possiamo dimenticare.

Torniamo sulla transizione ecologica. Lei pone questo discorso alla base della riflessione per costruire il futuro.

Sì, proprio perché si pone parallelamente alla transizione tecnologica. C'è preoccupazione verso il fatto che il progresso tecnico, che finora ci ha aiutato in nuove conquiste, possa stravolgere la dimensione umana. La tecnologia non deve scalfire quella che io definisco “riserva di umanità”, che deve essere presente anche nell'utilizzo di strumenti preziosi come l'intelligenza artificiale. Ecco, l’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento per l’azione e per la politica umana, non ne deve sostituire l’impiego. Mi riferisco anche al tema della crisi della giustizia. Di fronte a questa crisi difficilmente sormontabile occorre non prendere la scorciatoia di una giustizia robotica predittiva che sebbene possa apparentemente sembrare rispondente ai criteri di velocità ed efficienza, non lo potrà mai essere rispetto a quello di umanità.

La crisi di giustizia e il conseguente eventuale ricorso a queste “scorciatoie” possono minacciare la tenuta democratica?

La giustizia parte da una memoria comune, che non deve per forza essere una memoria condivisa. Spesso per dire che è condivisa, la memoria viene manipolata. La memoria deve essere comune e quindi legarsi alla storia, in quanto elemento fondamentale per poter chiedere che agli errori e alle atrocità si risponda con la giustizia. Non c’è giustizia senza memoria. Non c'è pace senza giustizia. E quindi non ci può essere pace senza accettazione della memoria, anche se non condivisa ma comunque rispettata.

Secondo lei esistono dei momenti in cui, in funzione della pace, si può rinunciare alla giustizia?

No, assolutamente no. C’è una giustizia di fondo che va preservata. D’altro canto cercare la giustizia a prezzo della pace sottintende che il fine giustifichi i mezzi. Si tratta di un discorso che mi lascia perplesso. Poi però bisogna valutare le situazioni specifiche. Ho paura quando vengono generalizzati slogan di questo genere; costituiscono l'alimento di una informazione che da strumento per la diffusione di valori è diventata strumento per la realizzazione di prodotti di profitto commerciale o politico.

Che cosa si aspetta dall’Europa dopo le elezioni?

L'Europa nasce come reazione a un periodo bellico che ha prodotto la Shoah e la persecuzione dei rom, le armi di distruzione di massa e il coinvolgimento delle popolazioni civili nella guerra. Dopo aver conosciuto alti livelli di benessere, l’Europa ha dimenticato la ragione originaria del suo percorso unitario, che era quella di riuscire a trovare un equilibrio tra i diritti fondamentali e gli interessi economici. Del resto il tentativo della creazione di una Costituzione europea è naufragato.

A questo punto occorre un ripensamento. Abbiamo perseguito – forse con ambizione eccessiva – l’allargamento della dimensione dell’Europa insieme alla modifica della sua dimensione istituzionale . Abbiamo ampliato il numero di stati membri dell’Unione pur continuando con gli strumenti istituzionali che ne avevano accompagnato la nascita. Serve avviare un discorso ampio e serio di riforma dell’Unione Europea che tenga conto anche del totale cambiamento delle dimensioni del mercato globale e della statura dei suoi protagonisti.

La ricerca da parte dell'Europa di una regolamentazione dell’intelligenza artificiale è giustissima. Ma teniamo conto che stiamo agendo in un contesto in cui lo slogan è: “gli Stati Uniti innovano, la Cina copia e l’Europa regola”. Il problema è che l’Europa regola in un campo in cui non è più protagonista.

Se quindi da una parte c’è da capire come proseguire questo percorso di conciliazione e di armonizzazione tra i diritti e gli interessi in Europa, ci sono una serie di corollari di cui tener conto. Mi riferisco alla competitività e ai rapporti tra gli Stati dell’Unione. Ma soprattutto al ritorno della guerra sul territorio europeo, con l’aggressione all’Ucraina, o ai confini di esso, con il conflitto tra Hamas e Israele. Siamo arrivati a una situazione che mette in crisi la stessa dimensione europea.

Come devono comportarsi le istituzioni europee davanti a questo scenario?

È necessario capire cosa deve fare l'Europa all'interno della propria dimensione istituzionale. In primis andrebbe eliminato il voto all'unanimità. Poi c’è da capire come comportarsi con i competitor esterni, Cina e anche Stati Uniti, che mi pare guardino con più interesse all’Oceano Pacifico e all’Asia che all’Atlantico.

Parliamo dell’Italia. Siamo in un momento di forte contrapposizione politica e il clima sembra essersi esacerbato, anche sul piano educativo. Mi viene in mente il dibattito sul “manganello come strumento didattico”.

Ci sono due questioni sottolineate con estremo equilibrio dal Presidente della Repubblica, a testimonianza di quanto sia necessaria una figura di mediatore altissimo e imparziale, super partes, che non sia costretto ad avere un confronto paritario con un premier antagonista.

Nella vicenda della scuola abbiamo una situazione emblematica. No al manganello nelle scuole secondarie. I ragazzi hanno diritto di essere ascoltati e di chiedere; noi abbiamo il dovere di dare delle risposte. Ma no anche al boicottaggio, cioè alla rottura – tanto più con la violenza – del dialogo, del pluralismo e dello scambio, che sono elementi essenziali per ogni università.

Cosa vuol dire essere Giusti, nel mondo di oggi?

L’idea della salvezza di una vita umana è fondamentale. È un’idea che ci dice che tutte le vite umane hanno lo stesso significato e la stessa importanza. Ma adesso viviamo tempi in cui la tecnologia e la aggressività umana hanno distrutto la differenza tra l’attacco alla singola persona e alla totalità delle vite umane. Questo è accaduto attraverso il passaggio inaccettabile del coinvolgimento nella guerra della popolazione civile. L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra ma accetta la cessione di sovranità a organismi internazionali che cerchino la pace in condizioni di reciprocità. Esso sottolinea la necessità di accettare la legittima difesa a livello collettivo oltre che individuale. Ma attenzione: per legittima difesa non dobbiamo intendere una legittima difesa “preventiva” ex ante o “vendicativa” ex post. Né possiamo accettare la guerra “come strumento di offesa ala libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (così l’articolo 11).

Davanti a queste crisi che responsabilità abbiamo come individui, come comunità e come Paese? La domanda più ricorrente è: “Noi che cosa possiamo fare?”

Prima di tutto dobbiamo informarci e superare le trappole politiche e commerciali dell'informazione. Poi dobbiamo assumerci le responsabilità individuali e collettive per affrontare una situazione di questo genere. Non dirò di più per non fare alcun tipo di campagna elettorale. Posso però ricordare, dato che siamo vicini alle elezioni europee, che scegliere di non votare può significare accettare il rischio che altri possano un giorno decidere di condurci verso le barbarie.

Joshua Evangelista, Responsabile comunicazione Gariwo

23 aprile 2024

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