"Rammendare il mondo" sarà il titolo del prossimo GariwoNetwork che si terrà a Pescara il 15 e il 16 novembre 2024. Il ruolo delle Nazioni Unite nel prevenire i conflitti e più in generale l'odio sarà al centro del dibattito della due giorni. Avremo con noi da New York Alice Wairimu Nderitu, consigliere speciale per la prevenzione dei genocidi, e Simona Cruciani, che dello stesso ufficio è responsabile degli affari politici e dei programmi. All'apertura dei lavori parteciperà anche lo storico Marcello Flores, tra i principali esperti in Italia del funzionamento delle Nazioni Unite e dei suoi pregi e limiti nel coordinare l'azione di prevenzione dei conflitti. In vista dei lavori di Pescara, parliamo con lui dello stato dell'arte della principale istituzione internazionale proprio nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale delle Nazioni Unite, che ricorda l’entrata in vigore nel 1945 dello Statuto Onu.
Negli ultimi giorni il governo Meloni è in guerra con svariate istituzioni: il Consiglio d’Europa, la magistratura italiana. In realtà, però, sembra che quello di sfida alle istituzioni sia un atteggiamento diffuso. Perché non c’è più fiducia?
Le preoccupazioni espresse dal governo italiano, ma spesso anche da altri governi europei, contro le istituzioni che si occupano di giustizia, che sono istituzioni di garanzia e sono sostanzialmente indipendenti, sono sempre legate a questioni precise, ad istanze puntuali o ad accuse. Il recente sfogo di Giorgia Meloni, per esempio, è dovuto al presunto insulto che il Consiglio d’Europa ha fatto alla polizia italiana accusandola di razzismo. Cosa che, tra l’altro, non è del tutto vera, perché l’accusa precisa è che la polizia italiana chieda ad alcuni gruppi il riconoscimento dell’appartenenza razziale. Credo che quest’atteggiamento di sfida dipenda dal fatto che da parte di molti governi c’è un’intolleranza verso qualsiasi forma di controllo sul proprio operato. Pur accettando in linea di principio le decisioni sovranazionali, perché così dicono le leggi europee (che valgono più di quelle nazionali), poi nei fatti molti governi pensano che nessuno abbia il diritto di mettere bocca su quel che si decide a casa propria.
È quel che succede anche verso altre istituzioni più grandi?
Sì, questo atteggiamento appena descritto riguarda anche istituzioni più grandi, come le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale, che sono istituzioni che hanno funzionato per anni e che sono nate proprio perché gli Stati hanno deciso di attribuire loro una parte delle proprie prerogative. Proprio per poter funzionare meglio in un mondo sempre più globalizzato. Nel momento in cui, però, le decisioni di queste istituzioni o le istanze che intraprendono, per esempio l’avvio di una indagine penale verso uno Stato, collimano con decisioni o con comportamenti nazionali, allora la risposta è: “no, noi non accettiamo questa logica”:
Ultimamente c’è un atteggiamento di distanza e critica anche verso le Nazioni Unite, perché?
La debolezza che l’Onu sembra avere è dovuta al fatto che gli Stati hanno smesso di accettare che le Nazioni Unite possano avere voce in capitolo sulle questioni internazionali. E pensano che ognuno di loro, in modo particolare gli Stati che hanno il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, abbia diritto di decidere. Quindi, l’Onu va bene solo quando dice qualcosa con cui anche loro sono d’accordo. Ma non è sempre stato così. C’è stato un tempo non lontanissimo, tra il 1990/91 e il 2007/2008, in cui c’è stata una grande crescita dell’Onu. Le operazioni di peacekeeping avevano avuto grandi successi e questo era accaduto proprio perché gli Stati ci avevano creduto, avevano confidato nell’Onu. Quindi, il punto è riportare gli Stati, molti dei quali hanno avuto di recente una deriva sovranista, ad avere fiducia nelle istituzioni internazionali. Nell’Onu in primis e poi anche nella Corte penale internazionale, che tra l’altro non è stata riconosciuta da tutti, così da lasciare che questo lavoro di controllo continui e possa, così, essere utile all’intera comunità internazionale.
