Come ha scritto Gabriele Nissim nella sua Carta, oggi il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. La democrazia è in pericolo quando si attacca la libertà di stampa, si limitano i diritti individuali e di genere, si mettono in discussione la separazione dei poteri e gli organi indipendenti di auto-correzione. Per questo, nel tempo che stiamo vivendo, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana, che invece gli autocrati e i populisti cercano di eliminare. Anche le piccole azioni che il singolo può fare per imprimere un indirizzo diverso.
Di crisi della democrazia ne abbiamo parlato anche con Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici ed ex presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Manconi, parlamentare per tre legislature e sottosegretario di Stato alla Giustizia, ha voluto riflettere insieme a noi sulla stanchezza della democrazia e sulla necessità di un suo profondo rinnovamento. Se il sistema democratico è in affanno ed è incapace di rispondere a crisi globali e alla crescente sfiducia dei cittadini, forse anche l’impegno individuale e collettivo può portare a grandi trasformazioni.
Alla luce di quanto stiamo vivendo e vedendo, pensa che la democrazia sia in crisi?
Ritengo, come tanti maestri e tanti padri, che la democrazia è un sistema imperfetto, ma è il meno ingiusto tra tutti i sistemi politici. Io, però, più che di crisi parlerei di stanchezza della democrazia partendo dal fatto che il regime democratico, per come è stato immaginato, realizzato e praticato negli ultimi due secoli, faceva riferimento a un mondo — ovvero a strutture sociali e a organizzazioni del potere — che non aveva ancora conosciuto le sfide del presente e del futuro prossimo. È necessario, dunque, che il sistema democratico, proprio come insieme di regole e di valori, sia ripensato e profondamente rinnovato, lasciandone intatta, ovviamente, la preziosa sostanza costitutiva e il cuore profondo. Ma con riferimento alle novità che nel frattempo sono apparse nel mondo e lo hanno radicalmente cambiato.
In primo luogo, banale dirlo, sto pensando alle nuove tecnologie: impensabili se non nei romanzi di fantascienza anche solo settant’anni fa, e oggi proiettate verso esiti imprevedibili. Dunque il sistema democratico deve pensare a come attrezzarsi per queste nuove sfide. Ma non solo: non solo l’innovazione tecnologica. Penso, per esempio, ai grandi flussi migratori che attraversano il mondo, e anche rispetto a questi il sistema democratico, come immaginato dai suoi primi teorici, non è sufficientemente adeguato. Ancora, il cambiamento climatico, e quindi l’internazionalizzazione dei fenomeni di crisi ambientale e la necessità di porvi rimedio oltre i confini delle singole nazioni: anche questo esige dal sistema democratico una grande capacità di rinnovarsi.
Ma se la stanchezza della democrazia si manifesta, per un verso, come urgenza del sistema di adeguarsi, aggiornarsi e rinnovarsi, per altro verso quella stanchezza riguarda in profondità la sfera politica, ma anche quella emotiva, dei cittadini delle liberal-democrazie. I quali, a loro volta, provano delusione e frustrazione rispetto alle aspettative non soddisfatte e alle promesse non mantenute. Sono convinto che un numero crescente di cittadini democratici ha sempre meno fiducia nella democrazia, sviluppi meno attese e si senta dolorosamente disilluso. E da qui deriva non la richiesta di un miglioramento del sistema democratico, bensì di una sua limitazione, che può addirittura suscitare un atteggiamento di interesse nei confronti dei regimi non democratici, illiberali, autocratici.
Questo spiega una buona parte della russofilia diffusa in Italia. Il successo delle autocrazie e anche l’involuzione in senso autocratico di alcune democrazie, e tra tutti i segnali sociali e politici l’astensione dal voto, sono altrettante prove del fatto che un numero crescente di cittadini dei paesi democratici è stanco, o comunque poco convinto, e poco affezionato al sistema politico nel quale sono finora vissuti. Ecco, questi sono i temi più importanti che ci costringono oggi a riflettere su quella che è la crisi democratica.
Lei ha citato la crisi climatica, la crisi migratoria, le tecnologie. Sono tutti temi che i governi, europei ma non solo — pensiamo anche a Trump — non solo non vogliono affrontare, ma addirittura negano. È un corto circuito, no?
Sì, è esattamente così. Gli Stati Uniti sono un caso di studio eccezionalmente eloquente di tutto questo. Vediamo, per un verso, l’attuale amministrazione USA che non partecipa alla COP 30 attualmente in corso a Belém, e per altro verso il fatto che cresce negli stessi Stati Uniti la convinzione che il cambiamento climatico sia una truffa ideologica. E tutto ciò in un quadro in cui — lo smantellamento è un termine eccessivo? diciamo il tendenziale smantellamento — delle regole fondamentali dello Stato di diritto negli Stati Uniti, a partire dalla divisione dei poteri, dall’indipendenza della magistratura e dall’autonomia del Congresso, sono sotto attacco. Assistiamo così a fenomeni come la critica insidiosa e la limitazione pratica dei fondamenti dello Stato di diritto, la sospensione di qualunque impegno internazionale su problemi di grandezza planetaria come la fame o la crisi climatica, e allo stesso tempo un oscillare assai pericoloso tra isolazionismo e interventismo militare. Così, la crisi della democrazia si mostra nella sua forma più pura e assoluta, e ciò è accompagnato negli Usa dal dato rappresentato da un numero di votanti che è stabilmente al di sotto della metà degli aventi diritto al voto: un elettorato estremamente sensibile a quella idea di Stato autoritario, a esempio con il ricorso all’uso dell’esercito fuori da ogni controllo dal Congresso, come si va manifestando in questo primo anno di amministrazione Trump.
Però, non crede che questo smantellamento dello Stato di diritto stia avvenendo anche un po’ in Europa?
Bisogna stare molto attenti con le parole. È decisivo: è una questione non solo di igiene intellettuale, ma proprio di capacità di analisi e interpretazione. Nel dibattito pubblico si è manifestato un meccanismo perverso che condiziona tutti i temi di interesse collettivo. In sostanza, si costruisce una falsa rappresentazione, spesso parossistica, deformata e alterata. Smontando questa falsa rappresentazione, si ritiene di poter annullare il problema da cui quella falsa rappresentazione è nata. La destra allestisce questa costruzione fittizia attribuendo alla sinistra l’idea che in Italia vi sia il pericolo di un regime fascista. Siccome qualunque persona di buon senso sa bene che in Italia non c’è, né è prevedibile, anzi è da escludere un regime fascista, la falsa rappresentazione viene agevolmente rimossa. Ne deriverebbe l’immagine di un sistema che, non essendo fascista, non presenta più alcun problema. Ma anche questa è una falsa rappresentazione. La situazione, a mio avviso, è totalmente diversa. In Italia non si sta andando verso un regime dispotico. E, tuttavia, il sistema democratico presenta delle tendenze, rivela dei processi, mette in atto dei meccanismi che comunque limitano le libertà individuali e collettive.
Quindi lei dice: non è una svolta autoritaria, ma una tendenza regressiva?
Esatto. Questo che sta accadendo può essere definito svolta autoritaria? Probabilmente sotto il profilo della scienza politica no. Ma il fatto che non sia definibile come tale sotto il profilo politologico, non significa che non ci sia da preoccuparsi. Io mi preoccupo molto. Faccio un esempio semplice: fino a poco tempo fa, in Italia, il blocco stradale durante una manifestazione era un illecito amministrativo, sanzionabile con una multa. Da qualche mese, invece, è sanzionabile con il carcere. È una svolta autoritaria? Probabilmente no. Certamente è una tendenza regressiva e una limitazione della libertà di sciopero. Altro esempio: le cosiddette zone rosse. Sono aree, quartieri, piazze delle città interdette all’accesso per alcune categorie o individui. Faccio notare che già il TAR si è pronunciato contro queste ordinanze prefettizie. Mi chiedo ancora una volta: è una deriva autoritaria? Probabilmente no, però continuiamo a osservare con attenzione, a vigilare scrupolosamente. Perché questi segnali, magari periferici, riguardano gruppi sociali non centrali nella nostra società, ma possono rivelare una tendenza che poi riguarderà tutti.
L’esempio più estremo è il carcere. L’ultimo pacchetto sicurezza prevede la sanzione penale — dunque considera reato — le manifestazioni di resistenza passiva dei detenuti. Siamo di fronte, in termini giuridici, a un obbrobrio del diritto davvero terrificante. Riguarda poche migliaia di persone, in una condizione di cattività, cioè di privazione della libertà, e nessuno sa di questa nuova fattispecie penale. Ma se osserviamo questo fatto con un po’ di lucidità, vediamo che la resistenza passiva, che nella storia dell’umanità ha avuto un ruolo morale e politico decisivo e ha portato all’emancipazione di milioni di persone — e che in ambiente carcerario può rappresentare un progresso particolarmente intenso —, oggi viene criminalizzata.
Perché, secondo lei, in generale la popolazione mostra questa disaffezione verso la democrazia?
Sono tante le cause. Una prima, che però non credo sia la principale, è il fallimento delle classi politiche. La democrazia viveva anche del fatto che le classi politiche dell’epoca si mostravano, ed è confermato dai dati, come protagoniste del gioco democratico . Oggi non sembra più così. Ma, ripeto, c’è anche una carenza della democrazia stessa, che dovrebbe adeguarsi alle novità della vita sociale. Faccio un esempio: è stato salutato come qualcosa di sorprendente il fatto che la raccolta delle firme per proporre un referendum potesse avvenire online. Questo ha portato un certo entusiasmo, ma subito dopo è arrivata la proposta di rendere più difficile questo tipo di raccolta. Invece, bisognerebbe pensare a come utilizzare l’informatica — con cui, certo, non tutta la popolazione ha dimestichezza — per agevolare processi partecipativi oggi più faticosi, e che l’informatica potrebbe aiutare.
L’altra questione, il terzo motivo che mi sentirei di sottolineare, è che in un mondo attraversato da populismi, lacerazioni belliche e migrazioni di massa, le democrazie sembrano essere poco dotate di forza e di autorevolezza. Mi impressiona moltissimo la presenza in Italia di una così estesa russofilia: la simpatia e l’apprezzamento nei confronti di Vladimir Putin. È qualcosa che si sottovaluta, ma i cui contorni sono ampi: coinvolge la destra neofascista e la sinistra sovranista, il fondamentalismo cattolico, il Movimento 5 Stelle e la Lega. E in questo apprezzamento di Putin cosa c’è? C’è tanto: c’è l’ammirazione per l’uomo forte, che sta al potere da ventisei anni, e questa cosa sembra assolutamente normale. Si trovano intellettuali di destra — e mi duole dirlo, anche di sinistra — che sostengono che però Putin è stato eletto in libere elezioni!
Secondo lei singole persone, le associazioni, i gruppi, possono far qualcosa per mettere un argine a questa deriva della democrazia?
Certamente sì, ma nel senso che le importanti trasformazioni dei sistemi democratici – sia quelle auspicabilmente positive sia quelle inevitabilmente regressive – si fondano non solo sulla grande politica nazionale e sovranazionale, ma anche sui comportamenti dei singoli individui. Dico di più: sui pensieri dei singoli individui. Ciò che ciascuno di noi può fare per impedire che le contraddizioni che attraversano il corpo sociale vengano chiuse con strumenti repressivi, tutto ciò che possiamo fare per impedirlo – nelle nostre relazioni individuali, nel nostro sistema di rapporti sociali –, è un contributo prezioso alla rivitalizzazione della democrazia. Non c’è il minimo dubbio. Ogni iniziativa cosiddetta “di base” costituisce un importante fattore di resistenza e di rinnovamento. Ogni associazione, ogni movimento, ogni lobby virtuosa che opera aiuta certamente a mantenere viva e vitale la democrazia. La differenza tra me – e spero molti di noi – e altri, il cui pessimismo diventa spaventata inerzia, è che io ritengo che la nostra sia ancora una società aperta. Che l’omologazione – che certamente è un processo crescente – non produca solo e unicamente uniformità e conformismo. Che il dibattito delle idee, il conflitto di opinioni, le battaglie culturali siano ancora parte essenziale della nostra organizzazione sociale. Io, personalmente, e poi come militante politico, credo in questo.
Quindi è ottimista?
No, assolutamente. Proprio perché sono terribilmente pessimista, sono sollecitato a essere attivo e voglio continuare a esserlo. Se fossi ottimista, sceglierei anch’io l’inattività. Proprio perché sono pessimista, scelgo – l’ho scelto per tutta la mia vita e voglio continuare a farlo finché campo – l’attività, la militanza, il conflitto delle idee.
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Foto di Di Kaspo - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/...
