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Maoz Inon: "È venuto il momento della pace"

Manuela Dviri intervista l'imprenditore e attivista per la pace israeliano

“Ieri ho pianto tanto quando hanno annunciato la morte di quei cinque ostaggi e ho visto lo strazio delle famiglie e il nord in fiamme dai missili Hisballah” mi rivela Maoz Inon durante il nostro incontro. “Da quando i miei genitori sono stati uccisi il sette ottobre, piango spesso. Piango per chi è morto e per chi ancora morirà. Ma non voglio vivere solo per il presente e per il passato. Mi asciugo le lacrime e mi metto al lavoro per il futuro”.

Maoz è un imprenditore israeliano. È carismatico, intenso, testardamente ottimista, uno strano mix di ingenuità e pragmatismo, freschezza e concretezza, spiritualità e realismo. Ti conquista rapidamente. Tra i suoi progetti più noti di prima del sette ottobre c’è l’iniziativa turistica “Jesus trail” in Galilea, l’ostello Fauzi Azar” nella città vecchia di Nazareth, creato in collaborazione con la famiglia Azar, e vari ostelli anche in altri luoghi, compreso l’Abraham’s hostel a Tel Aviv.

Perché Abraham?

Abramo è il simbolo unificante tra le fedi della zona, così come il “Jesus trail” è un modo di collegare i vari siti e comunità religiose con un percorso a piedi.

Quindi occuparsi di dialogo non è certo una novità per lei…

Non lo è. I miei genitori facevano parte del mondo del dialogo e della pace. Erano tra quelli che si occupavano di accompagnare i bambini malati da Gaza all’ospedale israeliano per essere curati. Mio padre Yakobi era un bravissimo agronomo e un cocciuto agricoltore. Seminava la terra e sapeva bene che non sempre il raccolto sarebbe stato buono. Che a volte sarebbe arrivata la grandine e a volte la siccità a rovinarlo. Ma continuava a seminare anno dopo anno. Non si arrendeva mai. Mia madre Bella disegnava mandale, che sono uno spazio sacro, uno strumento di guida spirituale. Io per il mio lavoro mi occupavo di piattaforme di dialogo culturale.

Qual è stata la sua prima reazione dopo il sette ottobre?

Come può immaginarsi ero disperato. E molto arrabbiato. Poco dopo, insieme a Yaakov Godo, che aveva perso il giorno della strage il figlio Tom, abbiamo piantato una tenda davanti alla Knesset e dichiarato che non ci saremmo mossi da lì, giorno e notte, fino alla caduta del governo. Ero in un oceano di dolore e di rabbia e mi sentivo a pezzi. “Sono passati 30 giorni dalla strage”, dissi allora rivolgendomi alla folla “e nessuna famiglia ha ricevuto la visita di un rappresentante del governo, vergogna!”. Tutto ciò che volevo in quel momento era la vendetta. E Il desiderio di vendetta mi stava ammazzando fisicamente e spiritualmente. E poi ebbi un sogno, una visione.

Quindi lei si fida dei sogni?

Direi. Nel sogno io ero letteralmente a pezzi, ferito, dolorante, sofferente. E piangevo. Avvolto nel mio dolore e tra le lacrime mi accorgevo che tutto il mondo, tutta l’umanità, stava piangendo con me. E io stavo annegando in un oceano di dolore e di lacrime che continuavano a scendere giù giù, sempre più giù, fino a guarirmi le ferite. Fino a toccare la terra orribilmente intrisa di sangue e infine a pulirla e purificarla e a farla diventare trasparente e lucida, e a mostrarmi l’indicazione della strada per la pace. Ho capito in quel momento che per sanare ciò che dentro di me si era spezzato dovevo trasformare le mie lacrime in un mezzo di riscatto e di catarsi.

Come ci riuscì?

Mi aiutò la telefonata di un palestinese, Aziz Abu Sarah, che conoscevo appena. Lo avevo incontrato per due minuti a un convegno. Dove trovò la forza e il coraggio in quei giorni di chiamarmi per farmi le condoglianze? Io gli risposi che piangevo anche per i morti innocenti a Gaza. Credo che anche lui fu sorpreso della mia risposta. Col tempo ho imparato a perdonare il passato: chi ci ha tradito, chi ci ha abbandonato, chi ci ha bruciati vivi. Ma non posso e non voglio perdonare il futuro, né a me e né ad altri e, poiché sono un imprenditore, ho deciso di creare un’impresa: un’alleanza per la pace. Il bisogno è enorme perché la maggioranza degli abitanti di questa nostra terra è arrivata al punto che non crede sia possibile vivere in pace.

Aziz Abu Sarah è oggi suo partner. Come è arrivato lui alla stessa conclusione?

Quando Abu Sarah aveva 9 anni, suo fratello maggiore Tayseer fu arrestato dalle forze di difesa israeliane con l'accusa di lancio di pietre e detenuto per quasi un anno. Morì poche settimane dopo essere stato rilasciato. Da allora Abu Sarah decise di unirsi al movimento giovanile Fatah, che aveva una forte presenza nella scuola. Come redattore della rivista dell'organizzazione giovanile, fu tra gli autori di articoli moto arrabbiati e vendicativi. Solo anni dopo, quando si iscrisse a un ulpan (scuola di lingua ebraica, ndr), per la prima volta cominciò a conoscere alcuni ebrei israeliani, gli si sciolse la rabbia e smise di odiare e chiedere vendetta. Decise di scegliere, di non diventare schiavo di colui o coloro che avevano provocato la morte del fratello.

E a proposito di vendetta, lei non nomina mai Netanyahu, c’è una ragione?

Ignorarlo mi sembra la migliore soluzione. Di lui se ne parla fin troppo.

Eppure rischiamo - ammesso che si arrivi effettivamente alle elezioni anticipate e alla fine della guerra - di vederlo rieletto...

A mio parere non bisogna guardare la realtà in cui viviamo con il microscopio ma dall’alto. Avere uno sguardo più largo. Bisogna aver fede nel futuro. Chi l’avrebbe mai immaginato che poco dopo la terribile guerra dello Yom Kippur sarebbe stato firmato un accordo di pace con l’Egitto e non l’avrebbe firmato Golda Meir, ma Begin, revisionista e uomo di destra, chi l’avrebbe mai detto che, malgrado tutto, quell’accordo avrebbe retto, e anche quello con la Giordania e gli Emirati? Dalle più grandi crisi, tragedie e calamità possono nascere le più grandi opportunità, anche la terra d’Europa era intrisa di sangue fino a ottant’anni fa. Se questa volta sarà Bibi a firmare l’accordo di pace, per noi va bene lo stesso.

Lei è molto ottimista

Come non esserlo? E perché non esserlo? E siamo appena agli inizi. La nostra coalizione di pace comprende decine di splendide associazioni di pace e riconciliazione che lavorano in questa terra. Il mio sogno è di essere invitati dal G7 per dire all’Europa che ci siamo e di cosa abbiamo bisogno. Vogliamo diventare una forza che non potrà essere sottovalutata. Siamo già stati in un grande evento all’Arena di Verona, Aziz e io, e lì accolti e abbracciati dal Papa. Il primo luglio organizzeremo a Tel Aviv un incontro di associazioni e privati che lavorano per la fine del conflitto, delle ingiustizie, dell’odio, del razzismo, dell’ignoranza e della povertà, e per la vita, l’uguaglianza e la libertà, la sicurezza e la dignità. In uno stadio da 6000 posti. Dobbiamo sognare e poi realizzare i nostri sogni. Questo è uno. Dobbiamo scuotere il modo di pensare nell’intera regione e accendere l’immaginazione politica. Abbiamo tanto da fare. L’evento è intitolato “è venuto il momento, il grande evento per la pace”.

E se non riuscirete a riempire lo stadio? Sarebbe una grande sconfitta.

Vorrà dire che avremo sbagliato qualcosa nell’organizzazione. Controlleremo, vedremo se sono stati fatti errori, e li correggeremo. Ma non succederà. lo stadio sarà pieno. Ci vediamo lì il primo luglio. L’aspetto.

Foto in copertina dal profilo X di Maoz Inon

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