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Martin Luther King oltre il "dream": la nonviolenza come forza concreta che salva la democrazia

Joshua Evangelista intervista Gianluca Briguglia

Quanto è attuale il pensiero di Martin Luther King - negli Stati Uniti ma non solo - nell’epoca del post-Floyd, in cui la promessa di una riforma profonda delle istituzioni si è scontrata con il ritorno della violenza statale, con l’uso sempre più esteso della forza da parte delle polizie e delle agenzie federali – dall’ICE al controllo dell’ordine pubblico – e con democrazie attraversate da nuove fratture razziali, sociali e politiche? Ne parliamo con Gianluca Briguglia, professore di Storia del pensiero politico presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e autore di Malcom X e Martin Luther King. L'ape e la colomba (Einaudi, 2024). In questa conversazione in vista del Martin Luther King Day e della cerimonia di marzo in cui il predicatore statunitense verrà onorato al Giardino dei Giusti di Milano, Briguglia prova a sottrarre MLK alla retorica addomesticata del “sogno” e a restituirlo alla sua radicalità storica e politica: quella di un pensatore e di un attore del conflitto, capace di trasformare la non violenza in una pratica esigente, corporea e rischiosa, e di legare l’emancipazione dei diritti civili alla salvezza morale della democrazia americana nel suo insieme. Ne emerge un King meno consolatorio e più scomodo, che parla direttamente anche alle fragilità delle democrazie contemporanee e al rischio, sempre attuale, di tradirne le promesse.

Professor Briguglia, lei scrive che la non violenza di Martin Luther King non è passività, ma esercizio di una forza straordinaria. Di che forza stiamo parlando concretamente?

La non violenza è esercizio di una grande forza morale. È la capacità di non cedere alla violenza in un clima di violenza. Ricordiamo che i tempi nei quali King ha vissuto sono i tempi della segregazione razziale legale. Quindi la sua non violenza è innanzitutto rispondere in termini morali ad una immoralità. Ciò necessita di una forza morale interiore. Ma non basta: è necessaria anche una forza straordinaria proprio nell'azione diretta e concreta: riuscire ad esporre i propri corpi alla violenza della polizia. Perché è questo quello che succedeva e che in qualche modo King provocava: l'esposizione dei corpi dei manifestanti alla violenza della polizia, che reagiva con i cani, gli idranti, i manganelli e anche l’incarcerazione. Subire tutto questo senza invocare la violenza da parte dei manifestanti implica una forza straordinaria, una capacità di controllo, una capacità di sofferenza e quindi una capacità di esporsi in maniera concreta, diretta, individuale e corporea alla violenza delle istituzioni razziste.

King è spesso ridotto all'uomo del sogno, dell’“I have a dream”. Qual è invece l'aspetto più radicale e meno raccontato del suo pensiero politico? In generale, secondo lei, il suo è un discorso di conflitto o di pacificazione?

Il discorso di Martin Luther King è un discorso di conflitto e di pacificazione. Il conflitto è ineludibile perché lui vive in una società razzista e in una società in cui la segregazione è legale. Quindi il conflitto esiste, è il punto di partenza. Naturalmente il suo non è un conflitto fine a se stesso: non è violento e deve condurre ad una pacificazione generale. Ci sono alcuni aspetti, effettivamente, del suo pensiero politico che in Italia sono meno noti e meno raccontati. Hanno a che vedere con il tema del conflitto in un senso più generale. Prendiamo, per esempio, le sue opinioni che negli anni 1966-67 - e fino alla morte - Martin Luther King ha rispetto alla guerra del Vietnam. La guerra del Vietnam per lui è la ricaduta degli Stati Uniti negli antichi vizi del materialismo, dell'imperialismo e del razzismo. Quindi lui ritiene che anche il conflitto internazionale debba in qualche modo guardarsi da questi tre mostri che lui ha combattuto precedentemente e che continuerà a combattere fino alla morte.

Possiamo dire che per King la posta in gioco non è solo l'emancipazione dei neri, ma la salvezza della democrazia americana nel suo insieme?

Certamente. Più volte King parla della necessità di una pacificazione e della necessità di salvare la società americana nel suo complesso. Insomma, è come dire che per lui un soggetto morale che vive in una società immorale deve moralizzare la società, non deve distruggerla, non deve abbatterla, non deve rifiutarla nel suo complesso, deve renderla morale. Per fare questo l'emancipazione dei neri, che è chiaramente il suo obiettivo politico, può e deve condurre ad una moralizzazione della società nel suo complesso e quindi ad una pacificazione che porti ad una salvezza comune, alla costruzione di una comunità più ampia.

Quanto è centrale la fede di King nel rendere la sua azione politica efficace?

Martin Luther King è sicuramente un attivista politico, un attore politico e un pensatore politico. Ma Martin Luther King è prima di tutto un predicatore cristiano. E questa è una cosa alla quale lui non rinuncia mai. Anzi, la religione, in questo caso, offre veramente il nutrimento alla sua azione e al suo pensiero politico. Del resto questo è tipico di una certa cultura religioso-politica americana e King lo dice in maniera chiara, in maniera esplicita. “Ho trovato il metodo della nostra lotta in Gandhi, ma la direzione ce la offre Gesù Cristo”. King è grande anche perché è riuscito ad alimentare il linguaggio politico con quello religioso. Del resto la religiosità di certi movimenti cristiani americani è una religiosità che già di per sé è intrisa di politica, nel senso che la religione non può ridursi alla sfera privata, ma è un qualcosa che deve trasformare il mondo.

Guardando alle democrazie di oggi - e in particolare quella statunitense - qual è l'insegnamento di King che rischiamo di tradire più spesso?

Martin Luther King, quando parla della Costituzione americana - ma lo stesso discorso lo potremmo fare anche con la Costituzione della Repubblica Italiana e con tutte le costituzioni dei paesi democratici - parla di "promesse della democrazia". La democrazia non è un progetto che si realizza una volta per tutte. Le costituzioni contengono delle promesse che poi vanno mantenute in una dimensione storica. Ecco, noi spesso dimentichiamo proprio questo: rischiamo di tradire questa dimensione storica, che è una dimensione continua dello sviluppo delle promesse che stanno nelle nostre Costituzione. Sono promesse di libertà, di uguaglianza, di eliminazione degli ostacoli che impediscono la libertà e l’uguaglianza. King su questo questo era estremamente attento e sapeva che anche se la democrazia americana ai suoi tempi era incompiuta, c'era sempre la possibilità di andare avanti. La stessa cosa dobbiamo pensare noi, soprattutto in un periodo come il nostro, in cui il concetto di democrazia è messo sotto pressione da tanti avvenimenti, che rischiano di farci dimenticare che la democrazia non è guadagnata una volta per tutte.

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Photo Credit: WikimediaCommons/Minnesota Historical Society

Joshua Evangelista, Responsabile comunicazione Gariwo

15 gennaio 2026

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