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Renata Colorni: "L’Unione europea è un progetto rimasto incompiuto"

l'intervista realizzata da GariwoMag a margine della Giornata dei Giusti 2024

Altiero Spinelli è stato l'autore, insieme a Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, del Manifesto di Ventotene. Un documento rivoluzionario, realizzato nel periodo più buio e difficile della Seconda guerra mondiale, mentre il nazifascismo dilagava e la speranza di un futuro di pace e concordia tra i popoli andava progressivamente scalfendosi. Per il suo strenuo antifascismo e per le sue battaglie in favore dell'integrazione europea, a partire dal 6 marzo 2024 Altiero Spinelli è onorato con una targa al Giardino dei Giusti di Milano. Proprio in questa occasione, la sua figura è stata raccontata dalla figlia Renata Colorni con un emozionante intervento, caratterizzato dalla lettura dei passaggi più significativi dell'autobiografia del padre, Come ho tentato di diventare saggio

La storia familiare di Renata Colorni attraversa tutto il Novecento: nata nel 1939 a Milano dall’unione tra Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, anche lei onorata come Giusta nei Giardini di Roma e Torino, a seguito dell’uccisione del padre - assassinato a Roma nel maggio 1944 dai fascisti della Banda Koch - viene cresciuta dalla madre e dal suo secondo marito, Altiero Spinelli. Proprio quest'ultimo diverrà per lei un'autentica guida spirituale ed intellettuale. Renata Colorni ha poi svolto una carriera di prim'ordine nel campo della traduzione letteraria dal tedesco all’italiano, consegnando ai lettori del Belpaese le traduzioni delle opere di alcuni tra i più importanti autori e pensatori del Novecento. L’abbiamo quindi raggiunta per una breve intervista a margine della cerimonia per i nuovi Giusti.

Per quale motivo, secondo lei, possiamo definire Altiero Spinelli un Giusto?

Altiero Spinelli è un Giusto perché ha dedicato tutta la sua vita all’inseguimento di un’ideale di concordia, giustizia, di unità tra i popoli.

Ora verrà ricordato per sempre al Giardino dei Giusti di Milano.

È importante ricordarlo a Milano così come in ogni città e paese d’Europa, perché Altiero Spinelli è un cittadino del mondo, non solo di una città. Lui è nato in Abruzzo, a Chieti, e poi ha vissuto a Roma. Non dimentichiamoci, però, che ha passato la sua intera giovinezza tra il carcere e il confino. È stato arrestato quando aveva vent’anni, ha trascorso dieci anni nelle prigioni italiane, all’interno di un regime di carcere duro, con una condizione di isolamento completo. E poi, successivamente, al confino, dove ha condotto una vita molto solitaria a causa della sua decisione di distaccarsi dal Partito Comunista, al quale aveva appartenuto e in seno al quale aveva lavorato tra le fila della Gioventù Comunista. Ad ogni modo, Spinelli aveva deciso di prendere definitivamente le distanze dal Partito dopo essere venuto a conoscenza dei processi staliniani intentati nei confronti degli oppositori del regime. Ma già prima, nel 1929, la sua fede comunista andava affievolendosi. Altiero Spinelli si è convertito alla democrazia. Aveva iniziato la sua militanza politica come rivoluzionario professionale, era amico di Gramsci ad esempio, ma poi è diventato un sincero democratico. Ha sempre mantenuto, in ogni caso, questa fortissima volontà combattente, che era propria dei comunisti della prima ora. Teniamo conto che lui si era iscritto al Partito Comunista nel 1924, pochi anni dopo la sua fondazione, che era avvenuta nel 1921. La sua personalità ha sempre mantenuto quella impronta combattiva.

Insieme a Spinelli  sono stati onorati al Giardino dei Giusti di Milano anche Jurij Dmitriev e Narges Mohammadi. Esiste un filo conduttore tra i prigionieri politici di ieri e quelli di oggi?

Assolutamente, senza alcun dubbio. Tutti coloro che oggi soffrono per la privazione della libertà sono affratellati da questa sofferenza, da questo dolore, da questa battaglia.

L’Unione europea di oggi rispecchia l’idea federalista che avevano teorizzato gli autori del Manifesto di Ventotene?

No, non direi. L’Unione europea è un progetto rimasto incompiuto. Mio padre Altiero Spinelli lo sapeva ed è morto con questo dolore. È morto con il rammarico che questa unità europea che si andava delineando non disponesse del contenuto politico che lui pensava fosse necessario affinché l’Europa potesse dare una risposta autonoma ai problemi internazionali. Come vediamo oggi, così non è stato. L’Unione europea, infatti, spesso tace ed è afasica rispetto alle grandi questioni globali che le vengono poste.

Il messaggio di Spinelli può fungere da argine ai nazionalismi, soprattutto con riferimento alle elezioni europee che si terranno il prossimo giugno?

Certamente, non c’è dubbio. Le idee contenute nel Manifesto di Ventotene riemergono e tornano ad essere importanti in occasione delle elezioni europee. Ciò avviene proprio perché non ne esistono altre in grado di ispirare quegli stessi ideali.

Anche sua madre, Ursula Hirschmann, ha contribuito alla diffusione del Manifesto di Ventotene...

Mia madre ha portato fisicamente il Manifesto di Ventotene dall’isola, dove lei si trovava con mio padre, Eugenio Colorni, alla terraferma. Mia madre aveva la facoltà di poter abbandonare l’isola, a differenza degli autori del Manifesto. Lei non era confinata, ma si trovava a Ventotene in quanto moglie di un confinato. Il Manifesto di Ventotene è stato trasportato fisicamente nella fodera di un pellicciotto, che io ancora mi ricordo bene, visto che mia madre l’aveva conservato. Il Manifesto è stato quindi trasportato a Milano, da dove è stato poi divulgato. Mia madre è stata una complice appassionata e molto efficace delle idee e degli ideali federalisti, soprattutto con riferimento all’organizzazione del primo congresso federalista internazionale di Parigi, al quale parteciparono anche Albert Camus, George Orwell e André Philip. Tutti i primi federalisti d’Europa erano stati in questo modo convogliati dall’attività di mia madre. Lei sapeva molto bene le lingue. Era tedesca, di Berlino, ma sapeva molto bene anche il francese perché era scappata dalla Germania nel 1933 e si era trasferita a Parigi. Mia madre è stata una persona importante per tradurre in pratica gli ideali federalisti europei.

Nel corso della sua carriera professionale, lei ha tradotto dal tedesco all’italiano le opere di grandi autori e pensatori del Novecento.

Nella mia vita ho fatto una professione che mi ha appassionato molto, mi sono occupata di traduzione letteraria dal tedesco all’italiano. Ho tradotto solo grandi autori della letteratura del Novecento, a partire innanzitutto da Sigmund Freud, che io considero anche scrittore e non solo un grande pensatore. Il tedesco è una lingua che ho imparato da mia madre. Ho imparato prima il tedesco dell’italiano perché quando ero piccola mia madre sapeva molto poco l’italiano. Con mio padre, Eugenio Colorni, parlava regolarmente il tedesco perché lui lo sapeva bene. La prima città in cui mia madre ha vissuto in Italia è stata Trieste, dove il tedesco era una lingua conosciuta da molti. Quindi per diversi anni lei l’italiano lo ha saputo poco ed io stessa, che sono nata nel 1939, ho imparato dapprima il tedesco e poi, una volta andata a scuola, anche l’italiano. Il tedesco è stata per me una prima lingua. E tradurre dal tedesco, ora che ci penso, è un omaggio, un risarcimento a mia madre. Lei aveva perso la patria. Mia madre era ebrea. Tutta la sua famiglia era stata sterminata, solo lei e i suoi fratelli erano riusciti a salvarsi e quindi, in qualche modo, tradurre dal tedesco per me è stato un risarcimento nei suoi confronti.

Foto in copertina di Sara Del Dot. 

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