Non è necessario essere un personaggio famoso, una giornalista in prima linea, un leader. Basta veramente poco per ritrovarsi ad essere la vittima di aggressioni verbali e discorsi d’odio sui social netowork. Se c’è qualcuno che ti prende di mira, qualunque sia la motivazione e qualunque sia lo scopo, rimanere invischiati nella rete, spesso anche in maniera tragica, è facilissimo. In un mondo sempre più agitato, in cui la soluzione bellica è sempre preferita a quella diplomatica, i discorsi d’odio, soprattutto online, sono diventati lo strumento principale per diffondere ideologie divisive e per colpire persone o gruppi di persone in maniera specifica . L’uso di violenza verbale e di quella strategia definita “shit-storm”, letteralmente “tempeste di cacca”, rappresentano oggi una minaccia non solo per le politiche nazionali, ma addirittura per gli equilibri geopolitici. Eppure, c’è chi di questo linguaggio d’odio ne ha fatto uno strumento di lavoro e di propaganda di partito. Ne abbiamo parlato con Luigi Manconi, sociologo, ex docente di Sociologia dei fenomeni politici ed ex parlamentare.
Negli ultimi giorni, un ministro del governo, nonché vicepremier, ha festeggiato la morte di un giovane maliano avvenuta alla stazione di Verona e ha innescato una tempesta d’odio contro i migranti sui social. È solo l’ultimo caso, ma perché si è innescato questo meccanismo?
Quella dell’odio è una strategia che molti partiti politici, in primis la Lega, attuano ormai da tempo, soprattutto su certi temi, come quello dell’immigrazione. E quello che si è consumato dopo la morte del ragazzo a Verona è l’ennesimo atto immorale e razzista. Ma sappiamo che non c'è limite al peggio, perché nelle stesse ore, il ministro trasporti e delle infrastrutture, parlando di migranti intendono arrivare in Europa in Italia ha usato la formula “cani e porci”. Siamo in presenza, cioè, di un'operazione che, ahinoi, ha già avuto successo: quella di disumanizzare quanti non rientrano nei nostri criteri di identità e di società ordinata. Cioè, coloro che costituiscono un fattore di disordine. Un disordine per certi versi anche oggettivo, perché non va certo sottovalutato che vi sia una criminalità dovuta anche alla presenza di stranieri. E non c'è dubbio che alcune zone delle nostre città siano in pieno degrado sociale e urbanistico. Questo, però, non implica generalizzare il fenomeno per associarlo alla migrazione, tanto meno giustifica l’utilizzo di un vocabolario aggressivo, gonfio di disprezzo e di discriminazione. È un fatto pericolosissimo per l'equilibrio delle nostre relazioni sociali, ma temo che questo processo sia già andato troppo avanti. L'unica forma di risposta possibile è che coloro che vendono questo pericolo si sottraggano a ogni forma di linguaggio violento. È una piccola forma di difesa, ma è una forma comunque sacrosanta.
Ma, secondo lei, come si può fare per difendersi, cioè, questa formula di cui lei parlava come possiamo applicarla nella vita di tutti i giorni?
Rimanendo sempre lucidi, senza lasciarsi travolgere. Bisogna sottrarsi al vocabolario dell’odio. Significa, cioè, essere molto attenti alla sostanza e al nome delle cose. Se di fronte a un problema vero come l'immigrazione irregolare si accetta il dizionario che usano "gli imprenditori politici del razzismo", quelli che parlano di invasione, che parlano di islamizzazione non solo cediamo noi, ma contribuiamo al disastro generale. Almeno noi, che siamo critici nei confronti di questo dizionario dell'odio, sottraiamoci alla sua onnipervasività: parliamo diversamente, chiamando ogni persona, gruppo, o situazione con il nome più corretto. Lo dico da anni: le parole sono un’arma pericolosa e se all’improvviso un politico spinge una fetta ampia di società ad utilizzare una certa parola o associa un concetto a una parola, questo finisce presto per essere di uso comune. È successo, per esempio, con la parola “clandestino”, usata per etichettare un nemico, una minaccia, un terrorista. E il meccanismo funziona perché poi quella parola inizia a definire un capro espiatorio. Questi meccanismi ci devono essere chiari, perché solo in questo modo ce ne possiamo sottrarre.
Del clima bellico che stiamo vivendo in questi ultimi anni cosa ne pensa?
C’è una totale assenza di volontà ad arrivare a trattative di pace. Cosa posso dire che non sia scontato? Purtroppo, devo ammettere che la vedo dura. La vedo molto brutta e penso che il discorso d'odio di cui abbiamo parlato sia solo una delle forme, forse nemmeno la più grave, di un generale clima cattivista. Un clima di conflitto generalizzato che sembra dominare le relazioni, sia interne ai singoli Paesi sia le relazioni internazionali. È crollato il vecchio ordine bipolare, è crollato per la verità da trent'anni, e al posto del vecchio ordine bipolare non si è creato un nuovo ordine. Anzi, non si è creato nemmeno il barlume di un sistema democratico e pacifico che potesse portare a relazioni tra diverse aree del pianeta, tra diversi sistemi e culture che si presentano oggi nello scenario internazionale. Siamo in una fase che definirei di pre-politica, dove non esistono vere argomentazioni politiche, ma, al contrario, in cui dominano indifferenza e disumanizzazione. Se alla base delle dinamiche nazionali e internazionali ci sono elementi gerarchici come "io valgo, tu no", "la mia opinione conta, la tua no"; Se si procede in base a una classificazione degli esseri umani quali titolari o meno di dignità e meritevoli o meno di protezione in base alla nascita, alla provenienza geografica, all’appartenenza a un’etnia, a una classe sociale o a un sistema di cittadinanza, non ci potrà mai essere la pace. E non parlo solo di pace tra le nazioni, ma anche tra di noi, nella vita quotidiana.
Secondo lei, dopo il 7 ottobre dell'anno scorso si è riacceso molto l'antisemitismo in Europa?
L'antisemitismo è un fenomeno ultrasecolare, un fenomeno millenario per la verità, che si acutizza in determinati periodi storici. E questo è uno di quei periodi. Siamo in una fase in cui sembra essere una assoluta impossibilità pratica a trovare una via di compromesso e di mediazione in Medio Oriente. Sembra impossibile anche solo pensare di stipulare degli accordi e ciò sta rendendo incandescente le relazioni tra lo stato degli ebrei e gli altri Stati. A questo si deve aggiungere che la reazione dello Stato di Israele a quello che è stato il più efferato episodio di antisemitismo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ovvero il pogrom del 7 ottobre, è stata una reazione sproporzionata. Non solo, ma è stata una reazione incapace di inserire l'autodifesa di Israele in una strategia politica. Il governo israeliano sta perseguendo solo ed esclusivamente una vittoria militare, sull’onda del sentimento di vendetta. All'interno di questa strategia bellica, Israele ha indubitabilmente, a mio parere, commesso crimini di guerra e crimini contro l'umanità. E questo fatto, unitamente a un pregiudizio antigiudaico e antisemita molto diffuso, ben presente anche nella sinistra occidentale, ha fatto sì che l’antisemitismo abbia trovato una sua nuova e più crudele vitalità.
Foto da Wikimedia Commons Kaspo, CC BY-SA 4.0
