Oggi nel mondo ci sono circa 56 conflitti attivi che riguardano differenti aree geografiche e che, chiaramente, rispondono a logiche diverse tra loro. Ma alla base hanno una cosa in comune: l’idea suprematista. Quel pensiero di sopraffazione che spinge a considerare il mio diritto più del tuo, la mia ragione più valida, la mia terra più importante, la mia sopravvivenza più fondamentale. Questo vale per le guerre, ma anche per tutte le dinamiche alla base della nostra attuale società occidentale. Ed è per questo, soprattutto alla luce degli eventi degli ultimi anni, che molti analisti e filosofi hanno cominciato a parlare di crisi della democrazia. Una serie di fattori, tra cui il successo dei populismi, l’avanzata degli ultranazionalismi, il rafforzamento delle destre estreme e la nascita di capi autocratici, stanno mettendo a dura prova le strutture democratiche alla base delle nostre società. Se a livello geopolitico le cose vanno in una certa direzione, con equilibri mutati tra le diverse potenze in gioco, anche nella vita quotidiana, nelle relazioni tra di noi, la parola chiave sembra esser diventata ostilità. Pare quasi che ci siamo assuefatti all’odio e che abbiamo normalizzato persino il concetto di guerra.
Dicevamo della creazione del nemico, una strategia utilizzata fin dai tempi di Cicerone, quando, per esempio, nelle Catilinarie scrive così degli amici di Catilina: “individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei cittadini onesti e incendiare la città”. Li descrive come immorali e disgustosi per sottolineare la differenza tra lui e loro e per nobilitare la forza della sua etica e posizione nella società. Della strategia del nemico hanno parlato in molti, tra psicologi, sociologi e letterati, ma possiamo sintetizzare il concetto con le parole di Umberto Eco. “Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”. E così, questa consuetudine, diventata vera e propria tecnica comunicativa, è stata utilizzata dai partiti politici italiani, così dai leader di mezzo mondo, in primis da Donald Trump. Con la sua aggressività, il suo minacciare e stigmatizzare vari nemici, interni o esterni, è riuscito a riconquistare l’elettorato statunitense ed è tornato alla Casa Bianca, pronto a usare il pugno di ferro. Già alla vigilia della sua vittoria, il 5 novembre 2024, molti analisti avevano prefigurato un serio pericolo per le strutture democratiche, americane quanto europee, e ora che il Presidente è insediato, i nodi vengono al pettine. “Io credo che la democrazia sia profondamente a rischio, sia negli Usa sia in Europa”, ha detto a Gariwo il giornalista esperto di Medio Oriente e America Ugo Tramballi. “Negli Stati Uniti, Trump sta agendo in maniera concreta e abbiamo visto che ha già firmato molti decreti, anche in palese violazione della Costituzione. Inoltre, sappiamo che la Corte costituzionale e la Corte Suprema degli Stati Uniti sono interamente controllate da lui. Quindi, il rischio che Donald Trump possa cambiare le regole del gioco mentre si gioca la partita è più immediato”. Ma che peso avrà l’eventuale sfaldamento della tenuta democratica statunitense sul resto del mondo? Ci potrebbe essere un effetto a cascata? C’è chi esulta e chi trema per gli equilibri globali che potrebbero cambiare ancora una volta, ma certamente in gioco ci sono moltissimi interessi, tra le minacce a Panama e alla Groenlandia, l’imposizione di nuovi dazi e un nuovo scontro con Cina e Iran. In campo, poi, ci sono anche nuovissimi protagonisti, come il patron di Tesla Elon Musk, che già da tempo sta cercando di destabilizzare i governi europei per favorire l’ascesa delle destre sovraniste. “Musk sta cercando di insidiare e inserirsi nelle elezioni democratiche d'Europa nel tentativo di promuovere gli estremisti più simili a Trump”, ha spiegato ancora Ugo Tramballi. Gli effetti di queste pressioni non possiamo ancora verificarli e nessuno in Europa sa bene come potrebbero evolvere le cose. Gli effetti di questa politica statunitense e delle continue dichiarazioni di Trump e Musk, tuttavia, potrebbero avere una ripercussione sulle nostre società, sulle vite quotidiane, andando a modificare lentamente l’approccio a certe tematiche, se non addirittura i costumi. Soprattutto se si considera che Musk è il proprietario del social network X e potrebbe comprare anche Tik Tok. “Siamo sempre stati convinti che senza democrazia non ci fosse l'economia e non potessero sussistere forme di libero mercato”, ha detto ancora Tramballi. “In questi anni, invece, la Cina ha dimostrato quello che noi pensavamo fosse indimostrabile e cioè che all'interno di un’autocrazia o addirittura di un regime che si proclama comunista, ma che di comunista ha ben poco, può esserci una crescita economica anche per gli individui. Quindi, il pericolo per noi è che queste nuove organizzazioni antidemocratiche facciano funzionare l'economia e arricchire la gente, togliendo, però, quei margini di libertà individuale alla quale eravamo abituati”.
Questo contenuto fa parte del dossier Come curare le ferite dell'odio.
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