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La cura: riannodare i fili

Crisi della democrazia come assuefazione all’odio

Oggi nel mondo ci sono circa 56 conflitti attivi che riguardano differenti aree geografiche e che, chiaramente, rispondono a logiche diverse tra loro. Ma alla base hanno una cosa in comune: l’idea suprematista. Quel pensiero di sopraffazione che spinge a considerare il mio diritto più del tuo, la mia ragione più valida, la mia terra più importante, la mia sopravvivenza più fondamentale. Questo vale per le guerre, ma anche per tutte le dinamiche alla base della nostra attuale società occidentale. Ed è per questo, soprattutto alla luce degli eventi degli ultimi anni, che molti analisti e filosofi hanno cominciato a parlare di crisi della democrazia. Una serie di fattori, tra cui il successo dei populismi, l’avanzata degli ultranazionalismi, il rafforzamento delle destre estreme e la nascita di capi autocratici, stanno mettendo a dura prova le strutture democratiche alla base delle nostre società. Se a livello geopolitico le cose vanno in una certa direzione, con equilibri mutati tra le diverse potenze in gioco, anche nella vita quotidiana, nelle relazioni tra di noi, la parola chiave sembra esser diventata ostilità. Pare quasi che ci siamo assuefatti all’odio e che abbiamo normalizzato persino il concetto di guerra.

“Di fronte alle tensioni internazionali che stiamo vivendo, le persone tendono a radicalizzare la propria identità vivendola come uno scudo difensivo, invece di metterla in gioco nel confronto con gli altri”, ha detto Eraldo Affinati, scrittore e co-fondatore della scuola Penny Wirton. “E questo è il segno di una grande insicurezza a cui dobbiamo contrapporre esempi di relazioni positive, facendo in modo che le persone, e specialmente i ragazzi, non siano abbandonate alla natura ferina dell’essere umano”. “Più facile a dirsi che a farsi, penserete, perché la sensazione diffusa è che tutto stia andando in malora. Le notizie dai diversi fronti caldi del mondo da un lato ci appaiono lontane, dall’altro, però, ci alimentano un senso di precarietà e solitudine. Il clima di odio imperante fra gli Stati belligeranti rischia di compromettere le basi del bene comune. Ecco perché la scuola rappresenta il luogo fondamentale in cui costruire una coscienza di coralità che in questo momento sentiamo compromessa nel cuore del Vecchio Continente, oltre che in Medio Oriente”, ha detto ancora Eraldo Affinati. È necessario, dunque, provare a ricostruire una società più sana, ma come? “Purtroppo, non siamo nel campo medico, non ci sono medicine”, ha spiegato Massimo Cacciari. “Bisognerà vedere se siamo in grado di tornare a una condizione pre-guerra. Ora come ora, siamo in una situazione di globali disordini, da cui si uscirà certamente con un nuovo ordine mondiale e quindi con nuovi equilibri. Rimane da vedere, e non è poca cosa, se a questi nuovi equilibri, come in passato, si giungerà attraverso catastrofi o se sarà possibile raggiungerli attraverso processi pacifici. Al momento sembrerebbe che tutto dica che si arriverà a un nuovo ordine attraverso catastrofi. Anche perché non si cerca più il dialogo, c’è un conflitto continuo anche a livello di rapporti internazionali e di grandi spazi imperiali. Questo conflitto sta andando avanti senza che vi sia soluzione, apparentemente. Insomma, senza che nessuno riesca a indicare una via di compromesso concretamente perseguibile”. È chiaro che noi tutti non abbiamo il potere di prendere decisioni internazionali e di influenzare l’andamento dei conflitti, possiamo, però, provare a riannodare i fili, a rammendare le sfilacciature che si sono create e lo possiamo fare con gli strumenti che abbiamo a nostra disposizione. “Dal punto di vista personale dovremmo aver imparato dalla storia tragica del ventesimo secolo che non possiamo limitarci a eseguire il mansionario. Bisogna assumere la responsabilità dei contesti nei quali operiamo. Si tratta di un lavoro umano da compiere. Ogni generazione ricomincia da capo. Non dobbiamo mai dare niente per scontato”, ha detto Affinati. “Dovremmo favorire esperienze formative di qualità relazionale nuova. Nella rete delle Penny Wirton, scuole di insegnamento gratuito della nostra lingua agli immigrati, sessantacinque postazioni didattiche presenti in tutto il territorio nazionale, noi formiamo giovani italiani come docenti dei loro coetanei provenienti da ogni parte del pianeta. Questa azione può sviluppare il laboratorio antropologico di una nuova Europa.” Un Europa che è in crisi ma che, come avviene in ogni momento buio, può trovare da sé la cura per rinnovarsi e diventare più forte.

Questo contenuto fa parte del dossier Come curare le ferite dell'odio.
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22 gennaio 2025