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La cura: rivalutare le strategie per combattere l’antisemitismo

Antisemitismo

L’odio è una condizione umana che si manifesta dall’alba dei tempi tra gli uomini e le donne, perché chi è diverso da me, chi vive al di là del mio uscio è un pericolo e, dunque, è un nemico. E il nemico si odia, perché questo sentimento di rabbia e fastidio ci rende più facile disumanizzare e ferire senza avvertire rimorsi, senza provare il senso di colpa. Potremmo dire che l’odio è un sentimento ancestrale, ma quando al puro istinto di sopravvivenza gli uomini hanno accostato spirito, riflessione, etica, il ragionamento avrebbe dovuto e potuto evolvere il pensiero. Spesso così non è stato. Alla base di ogni forma di totalitarismo e di violenza, infatti, nel passato come oggi, c’è la negazione della diversità, come scriveva anche Hannah Arendt. “Non l’Uomo, ma uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”. Ma tra le forme di odio più diffuse e più antiche c’è quella per gli ebrei.

Mai come oggi, dopo aver celebrato una difficile Giornata della Memoria, alla luce di quanto sta accadendo a Gaza, diventa importante riflettere sul concetto di guarigione dall’odio e di rivalutazione delle strategie per combattere l’antisemitismo. Perché sarebbe illusorio pensare che questa fase di disgregazione dei valori, di odio diffuso, di caccia al nemico; che questo nostro tempo di conflitto perenne, di mancanza di dialogo e ragionamento, possa terminare autonomamente, come la pentola che smette di bollire se spegniamo il fornello. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando gli orrori di Auschwitz erano stati riconosciuti dal mondo, si era detto mai più. Never again. Le'ulam le shuv. Lan yahduth maratan 'ukhraa. Nie wieder. Jamais plus. Ma in realtà, in forme diverse, in modalità differenti, è accaduto ancora e accade tuttora. “Il “mai più” è una speranza – ha scritto il presidente di Gariwo Gabriele Nissim - ma ancor più è un’illusione, spesso alimentata, inconsapevolmente, dall’idea della memoria della Shoah come male unico nella storia e dunque non ripetibile. Invece, bisogna comprendere che il “mai più” è solo un’aspirazione a cui tendere e che necessita di una continua opera di educazione e di prevenzione di fronte a un male che, sotto forme diverse, continuerà all’infinito a ripresentarsi sulla scena pubblica”. L’unica speranza, dunque, è che capire che, come diceva Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale e che, allora, la salvezza di tutti noi è curare questa malattia del nostro tempo. Ma come? Una delle strade la indica Gabriele Nissim. “È necessario, per questo, individuare strumenti culturali nuovi. Bisogna, per esempio, ripensare nella scuola alle famiglie da cui provengono i migranti. Per un giovane europeo è più facile ragionare sull’antisemitismo, perché i genitori hanno mantenuto delle memorie legate alla Seconda guerra mondiale e al fascismo, mentre chi proviene dall’Africa e dal Medio Oriente non ha questo background culturale, che nasce prima di tutto dall’esperienza vissuta in famiglia. Un tema da proporre, ad esempio, quando si parla della complessità di Israele, è ricordare l’espulsione forzata di 900 mila ebrei, perfettamente integrati, da Egitto, Libia, Siria, Iraq, negli anni Cinquanta e Sessanta, di cui esiste una rimozione totale a livello di opinione pubblica. La seconda osservazione è che la lotta contro l’antisemitismo non deve mai cadere nella trappola di una battaglia identitaria, ma deve ricongiungersi sempre a quella più generale contro ogni forma di odio e di pregiudizio. Se gli ebrei si pongono pubblicamente in modo diverso dagli altri, ciò dà spazio agli antisemiti che li vorrebbero ghettizzare. Lo ha spiegato benissimo il 10 novembre scorso in un discorso pubblico l’ex presidente dell’università di Harvard Lawrence H. Summers che, come ebreo, è voluto intervenire sull’antisemitismo nelle università: “Non dobbiamo mai suggerire che il nostro sia l’unico gruppo che subisce ingiustizie o che si sente ingiustamente minacciato. Fare una qualsiasi di queste cose significherebbe in qualche modo abbassarsi al livello di coloro che ci feriscono di più. Questo è ciò che loro desiderano. Non dobbiamo e non vogliamo darglielo. L’apertura universale è la forma più alta di lotta all’antisemitismo perché fa comprendere che ogni odio verso qualsiasi uomo (dalle democrazie, alle dittature, ai totalitarismi) inquina la vita di tutti”.


Questo contenuto fa parte del dossier Come curare le ferite dell'odio.
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23 gennaio 2025