La conversazione con Taghi Rahmani inizia con domande sulla situazione della moglie, Narges Mohammadi. I due condividono gli stessi ideali e per questo hanno pagato, e nel caso del Premio Nobel per la Pace 2023, continuano a pagarne il prezzo: la prigione. Giornalista con il record di 5000 giorni di carcere sulle spalle, attivista politico, ci risponde al telefono dall’esilio in cui si trova da tempo. Lo raggiungiamo grazie all’aiuto (e poi alla traduzione) di Leyla Mandrelli, interprete e attivista italo-iraniana.
Ricordiamo il suo viaggio a Milano, ospite di Gariwo per la cerimonia nel Giardino dei Giusti del marzo di due anni fa, quando la moglie era già rinchiusa nella prigione di Evin, il luogo simbolo della repressione del regime degli ayatollah. Narges Mohammadi, gravemente malata, condannata a 13 anni di carcere, a causa delle sue condizioni di salute aveva ottenuto una sospensione temporanea dalla pena; ora è tornata nelle mani dei suoi aguzzini:
“Da quando l’hanno arrestata l’abbiamo sentita una sola volta, il 14 dicembre, due giorni dopo il brutale fermo. Ci ha detto che le era stato comunicato che l’avrebbero portata in ospedale un paio di volte. Da allora, da un mese, non c’è stata più alcuna notizia di lei e sappiamo che le è stato impedito ogni contatto”. Nelle ore successive a questa conversazione, la stessa Fondazione Mohammadi ha fatto sapere che la Premio Nobel, nelle ore seguenti al fermo, aveva subito percosse alla testa e al collo con i manganelli, era stata minacciata di peggiori conseguenze, le era stato tolta l’assistenza legale e la possibilità di contattare la famiglia. “Narges si era recata nella città di Mashhad per assistere ai funerali dell’avvocato per i diritti umani Khorow Alikordi la cui morte è ritenuta sospetta, si pensa che sia stato eliminato dal regime. Era lì con altri attivisti quando è stata fermata in modo brutale e plateale”. Le modalità del suo arresto sono la dimostrazione di quanto la dittatura degli Ayatollah la temi. La sua coerenza, la sua volontà di non piegarsi, fanno paura al regime. “Lei non viene a patti o a compromessi. La Repubblica Islamica non l’accetta. Un mese di isolamento significa che lei sta resistendo a tutte le pressioni possibili”.
Il destino di Narges Mohammadi si intreccia con le proteste di questi giorni. E viceversa. Taghi Rahmani pensa che non si fermeranno perché il regime ha perso ogni tipo di legittimità. Partite come atto di ribellione contro la disastrosa situazione economica in cui versa il paese, le manifestazioni si sono presto trasformate in una vera e propria rivolta contro gli Ayatollah. Prima della durissima repressione, il governo aveva fatto delle promesse per placare gli animi, ma invano: nessuno vi ha creduto. Per questo le proteste sono proseguite. “Non posso prevedere il futuro, ma se la mobilitazione continuerà, se aumenterà sempre più il numero di persone che scenderanno in piazza, allora penso che il regime possa crollare”. S’intravvede qualche crepa nella sua struttura. Potrebbe allargarsi se gli iraniani non si fermeranno. Le scarse notizie che arrivano dal paese dopo la chiusura dei canali Starlink, i video che sono stati messi sui social prima del blackout hanno mostrato la crudeltà della repressione. Nonostante ciò, però, la volontà di chi vuole il cambiamento non appare domata.
Tuttavia, servirebbe una leadership politica di queste proteste. Sarebbe un fattore indispensabile per raggiungere l’obiettivo. L’opposizione iraniana è però divisa: “Si, è vero: è frammentata. Non è una sorpresa. È così dal 1979. Attenzione: queste proteste nascono dalla società civile, la quale sta indicando la strada. Credo che tutti i gruppi d’opposizione dovrebbero comprendere questa dinamica e seguire le istanze della società civile. Verrà poi il momento in cui si potrà votare e attraverso un referendum scegliere quale soluzione adottare dopo il regime degli ayatollah. Nessun gruppo, nessuna formazione politica, nessun personaggio deve cercare di metterci il cappello prima di allora”.
Un altro fattore che concorrerebbe alla caduta del regime potrebbe essere il minacciato intervento militare statunitense. Non è ancora chiaro cosa voglia fare Donald Trump, ma le sue parole sono state esplicite. Dopo la guerra dei 12 giorni in giugno contro Israele, però, gli ayatollah, preoccupati di una possibile rivolta interna, hanno imposto un sanguinario giro di vite con decine di condanne a morte degli oppositori. Un attacco esterno aiuterebbe la rivolta o sarebbe controproducente? Su questo Taghi Rahmani ha pochi dubbi: “Mi rifaccio al Manifesto dei Diciassette… vuole l’autodeterminazione del popolo iraniano, che deve essere sovrano… Gli iraniani devono prendere in mano il loro destino”.
L’ultima domanda è sul perché in Europa ci sia una così debole mobilitazione nelle opinioni pubbliche a fianco degli iraniani che lottano per la loro libertà. Perché, per esempio, in Italia non ci siano state le grandi manifestazioni che, nel caso della Flottila, ci sono state per Gaza. Perché la Sinistra non si muove?: “Questo è il frutto di un antico antiamericanismo che porta a un assioma sbagliato… quindi non siamo così vicini alle istanze di libertà del popolo iraniano. Se invece parliamo dell’Unione Europea, vediamo che, oltre ad essere molto concentrata sulla guerra in Ucraina, non c’è unità di visione sulle grandi questioni internazionali. E poi anche la difesa dei diritti umani da parte della UE è purtroppo una difesa solo di facciata. Le faccio un esempio che riguarda mia moglie. Narges Mohammadi è in isolamento in carcere da un mese. Esiste un protocollo europeo che difende gli attivisti per i diritti umani. Ma, in sostanza, al di là delle condanne formali, l’Unione non si è attivata.
