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Perché sostenere una soluzione per l’Iran attraverso le Nazioni Unite e l’Europa

di Maurizio Delli Santi

La crisi iraniana non è più un fatto episodico. Secondo le stime convergenti di organizzazioni indipendenti come Iran Human Rights e Amnesty International, confermate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la repressione ha causato migliaia di morti e feriti, spesso colpiti da armi da fuoco o munizioni antisommossa utilizzate ad altezza d’uomo, e oltre diecimila arresti. Le Nazioni Unite hanno denunciato detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e il ricorso ai tribunali rivoluzionari con accuse religiose trasformate in condanne penali, come quella di moharebeh, “guerra contro Dio”, in aperta violazione dei Patti internazionali sui diritti civili e politici.

Le fonti internazionali convergono nel descrivere una crisi economica acuta, aggravata da inflazione, svalutazione monetaria e impoverimento generalizzato, trasformata rapidamente in una rivolta contro la struttura stessa del potere. Ma il cuore della protesta ora si rivela profondamente etico: riguarda la dignità, la libertà del corpo, specie delle donne, la possibilità di dissentire senza essere annientati. La repressione, affidata ai Guardiani della Rivoluzione, rivela la consapevolezza del regime di trovarsi di fronte non a una protesta settoriale, ma a una contestazione che mette in discussione il principio stesso dell’autorità teocratica di un regime ormai all’epilogo.

Sul piano geopolitico, l’Iran guidato dalla Guida Suprema Alī Khamenei, vecchio e malato, ha dirette responsabilità del suo fallimento. L’“Asse della Resistenza”, costruito con i proxi Hamas, Hezbollah e gli Houthi come architettura ideologica e militare contro l’Occidente e Israele, è stato sconfitto: colpi mirati ai vertici militari, contenimento delle ambizioni nucleari attraverso bombardamenti preventivi, difficoltà crescenti nel sostenere simultaneamente più fronti regionali hanno ridotto in modo significativo la capacità di proiezione di potenza di Teheran.

Stati Uniti e Israele hanno imposto limiti concreti all’espansione strategica iraniana, dichiarando apertamente la propria opposizione a una Iran nucleare e adottando una strategia di contenimento mirata all’ indebolimento progressivo e alla destabilizzazione al suo interno. In generale va anche valutato l’interesse strutturale degli Stati Uniti nel controllo delle risorse energetiche, considerando che il principale beneficiario del petrolio di Teheran è la Cina, suo vero competitor strategico. In questa ottica, un intervento statunitense richiamerebbe quanto già avvenuto in Venezuela, dove la pressione statunitense è stata rivolta al controllo del petrolio per interrompere i flussi energetici con Pechino, più che a una reale tutela delle popolazioni coinvolte.

In questo quadro, Russia e Cina mantengono una postura eminentemente pragmatica: difendono formalmente il principio di sovranità iraniana e si oppongono retoricamente all’ingerenza occidentale, ma evitano un coinvolgimento diretto che le vincolerebbe a una difesa attiva di Teheran. Il mondo arabo sembra orientato a non alimentare interventi unilaterali statunitensi per non compromettere un quadro regionale già conflittuale: in ogni caso, i vari attori locali, inclusa la Turchia, sembrano subire la crisi senza poter disporre, allo stato attuale, di leve politiche o militari decisive per influenzarne l’esito.

In questo contesto, l’ipotesi di un intervento armato statunitense resta teoricamente possibile, ma sarebbe politicamente devastante. Non tanto per la reazione di Putin: il leader russo è assorto sul fronte ucraino, e, come ha dimostrato per Siria e Gaza, per ora sembra voler convivere con le politiche neo-imperiali di Trump. Piuttosto in gioco c’è la fragile legittimità che gli Stati Uniti riceverebbero dalla società iraniana. Un’azione militare, anche selettiva, verrebbe percepita come l’ennesima ingerenza imperiale e rafforzerebbe la narrativa del regime. Le sanzioni economiche, pur motivate dalle politiche aggressive di Teheran e dal sostegno a gruppi armati regionali, hanno già inciso pesantemente sulla vita quotidiana della popolazione, contribuendo a inflazione e povertà. Questo dato pesa enormemente nella coscienza collettiva iraniana e rende qualsiasi intervento armato occidentale strutturalmente inaccettabile, specie se protratto con un’occupazione come accaduto in Iraq e Afghanistan.

Il punto decisivo è che la rivolta iraniana aspira certamente a una società aperta, pluralista, a una libertà culturale e civile incompatibile con l’integralismo dell’attuale regime, ma non guarda all’americanizzazione come orizzonte salvifico, soprattutto oggi che l’eco della politica repressiva di Trump in patria è giunta anche tra gli iraniani. Per questo, la figura del figlio dello Scià non catalizza consenso: il passato monarchico resta associato a un regime autoritario e percepito come subordinato all’Occidente. In questa prospettiva sarebbe perciò un errore pensare che le attuali proteste abbiano completamente cancellato anche lo spirito della Rivoluzione del 1979.

Quella rivoluzione ha un valore storico e identitario enorme: fu la prima grande rivoluzione musulmana capace di articolare una critica radicale al capitalismo occidentale, al colonialismo e all’autoritarismo interno. Come hanno mostrato gli studi sul pensiero islamico contemporaneo di Massimo Campanini (Sciismo, Il Mulino; L’Islam. Religione, storia e civiltà, Laterza), essa nacque come movimento di liberazione morale prima ancora che come progetto di potere. Il regime attuale ha rovesciato quella tensione originaria, trasformando la religione in apparato e la rivoluzione in proprietà di un’élite armata, ma non ha cancellato la memoria simbolica su cui essa si fondava.

Il tema, dunque, va centrato sulla specificità della cultura sciita iraniana. Lo sciismo reca in sé il trauma del martirio: il 10 ottobre del 680, il discendente di Maometto usayn ibn ʿAlī, rifiutò di riconoscere l’autorità del califfo omayyade Yazīd, e a Karbalā fu ucciso barbaramente insieme al figlio neonato ʿAlī al-Aghar e ad altri seguaci, donne e bambini lasciati senz’acqua per giorni nel deserto. Questo trauma fondativo viene rievocato nella ʿĀshūrāʾ, la festa religiosa sciita più importante. In Iran e nel mondo sciita, la commemorazione si svolge attraverso processioni pubbliche, recitazioni rituali delle gesta di Karbalāʾ, lamenti corali e rappresentazioni drammatiche (taʿziyeh) che ricostruiscono il martirio di Ḥusayn.

I partecipanti vestono di nero, battono il petto in segno di lutto, rinnovando simbolicamente il patto con la scelta fondamentale dello sciismo: l’idea che la legittimità non coincida mai automaticamente con la forza, e che l’obbedienza al potere diventa moralmente nulla quando esso tradisce la giustizia. Per questo l’attuale regime teocratico ha rinnegato l’autentico sciismo, che non è allontanato affatto dalla popolazione. È questo il paradosso che attraversa l’Iran contemporaneo: un regime che governa in nome di una tradizione che, nella sua origine, legittima la ribellione morale contro l’ingiustizia.

Per tutte queste ragioni, una soluzione per l’Iran non può passare da un intervento militare americano, né da un cambio di regime imposto dall’esterno. La via credibile è quella di un’iniziativa multilaterale sotto egida delle Nazioni Unite, con un ruolo centrale dell’Europa e il coinvolgimento di attori regionali disposti a sostenere un processo e non a sfruttarlo per affari. Il modello di transizione deve essere graduale, verificabile, garantito. Deve prevedere innanzitutto un intervento umanitario internazionale per la protezione della popolazione civile e la cessazione della repressione, affiancato da un processo politico che consenta l’emergere di una nuova leadership iraniana attraverso meccanismi progressivi di rappresentanza.

Un percorso realistico dovrebbe includere consultazioni elettive monitorate da osservatori internazionali, riforme istituzionali graduali, il riconoscimento di diritti civili fondamentali e, se necessario, una presenza temporanea di forze di pace delle Nazioni Unite o di organismi internazionali preposti alla transizione. Non un commissariamento, ma una garanzia, non un nuovo protettorato imposto per sfruttare petrolio e altre risorse, né un tassello dello scacchiere strategico, ma una cornice di diritto. E i riferimenti ideali e normativi non possono che essere quelli universali: la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i Patti internazionali sui diritti civili e politici. Questo è. Dunque, il momento dell’Europa: non come potenza imperiale o economica in cerca di stabilità, ma come soggetto politico capace di parlare il linguaggio del diritto, della mediazione, della responsabilità storica.

Un’Europa che sappia sottrarsi alla logica dell’ingerenza e proporre un modello di pace e libertà che non riproduca l’ombra dell’imperialismo. Solo così il popolo iraniano potrà tornare al centro della propria autodeterminazione, non come oggetto di strategie altrui, ma come soggetto della propria storia. In definitiva, l’unica opzione realmente auspicabile resta un processo multilaterale sotto egida delle Nazioni Unite, con un ruolo centrale dell’Europa come garante politico e giuridico di una transizione graduale, verificabile e non strumentalizzata.

La domanda decisiva è se ONU, Europa e saranno capaci di maturare la consapevolezza e la determinazione necessarie per promuovere una iniziativa diplomatica forte su questo percorso insieme ad altri attori regionali più responsabili (l’Oman è un esempio di moderazione e diplomazia). Oppure se, ancora una volta, qualche attore globale di impronta imperiale farà di tutto per ostacolarla. Il problema, dunque, è uno solo: la volontà politica di sottrarre il destino dell’Iran alla logica della potenza e restituirlo al diritto.

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Foto di Agenzia di stampa Tasnim, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Maurizio Delli Santi, membro dell'International Law Association

15 gennaio 2026

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