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Ritorno a Baghdad, nel nome del padre

di Margherita Bulgari e Saman Alì Cavasonza

Questo viaggio lo abbiamo già fatto, nei racconti, nei libri, nei sogni tramandati. Ma per lui, Saman, è ancora qualcosa di lontano. Forse più lontano di me, che osservo, scrivo, vivo. Eppure, adesso siamo qui.

Baghdad ci inghiotte con un caldo che non conosce tregua. Gli occhi di Saman scrutano il vuoto cercando qualcosa che non sanno descrivere. Lo guardo. Non dice nulla. Nato in Italia, ma qui lo chiamano figlio, nipote, cugino, fratello. Ma si sente solo un ospite.

Eppure, nei suoi occhi vedo qualcosa che si sta rompendo. O forse, finalmente, ricomponendo.

Oggi Saman beve una tazza di çay a casa di suo zio Jasim. Lo fa in silenzio, quasi con reverenza. Pensa che quella stessa tazza avrebbe potuto berla suo padre, se non fosse scappato cinquant'anni fa.

Questa è la terra dei Sumeri, delle prime civiltà, la grande metropoli del mondo. La Città Rotonda è un intreccio di influenze antiche e moderne, che ha visto nascere poeti, scienziati e filosofi e ha ospitato la Casa della Saggezza. Una terra da scavare, da disegnare, da esplorare. Come ci racconta Domenico Quirico, in Occidente queste terre—figlie dell’Islam—sono diventate un mistero affascinante, prologo di quel che Edward Said ha definito orientalismo.

Il viaggio ci ha improvvisamente catapultati nel dedalo infinito di strade trafficate della città, tra case distrutte, palazzi di lusso alla Dubai, Suv americani e Tuk Tuk. Passavano sfrecciando volti felici, drivers giovanissimi, sigarette fumanti, telefonini alla guida. Un mosaico di realtà, di conseguenze della guerra. Ogni tanto accostavamo a destra dalla strada, scendevamo e compravamo patatine, succhi di frutta e un po d’acqua per resistere a quella temperatura. Entravamo in qualche lussuoso edificio, con macchine d’epoca esposte nei corridori degli hotel a cinque stelle, impianti per l’aria condizionata nei dehor, piscine enormi e lampadari di cristallo.

Tutto era lussuosamente ricostruito o completamente distrutto e ricoperto di ponteggi e sovrastato da gru.

Una città che ti fa pensare che tra un mese sarà completamente diversa, che il cambiamento è in atto e viaggia a una velocità impressionante, mai vista.

"Non senti anche tu la libertà, in questi vestiti?"

Mi sorprendo a pensarlo. Sento la terra che brucia sotto i piedi, il tessuto che mi sfiora la pelle, l’aria che lo solleva. Mi sento leggera, in punta di piedi, al centro di una moschea antica. Mi sembra di fluttuare—no, di librarmi.

Quasi danzo, a occhi chiusi. È la mia percezione di libertà. La sento per la prima volta alla Al-Kadhimiya.

Libera dagli sguardi. Lontana dal McMondo.

Libera dalle aspettative, dalla razionalità, dalle ipocrisie.

Libera dai "se" e dai "ma", dalle scadenze travestite da sogni, dalle opportunità usate come merce.

Libera dagli occhi gelidi di chi guarda il mondo senza empatia, di chi racconta guerre senza chiedersi mai: cosa c’era prima?

Piango. Ma è una gratitudine senza nome. Non per chi sono diventata, o per ciò che ho. Solo per essere. A occhi chiusi. Qui. Ora.

E mi chiedo: non senti anche tu la libertà nell’Islam?

E non parlo dell’Islam politico, fondamentalista, dei governi, delle scuole giuridiche, delle divisioni tra sunniti e sciiti. Non parlo di imam, califfi o wali.

Parlo dell’Islam di Dio, di Allah.

Dell’Islam di Maometto, di Zayd, di Abu Bakr, Umar, Uthman e di Ali ibn Abi Talib, di Fatima, degli uomini e delle donne che cercavano una via per vivere nel cuore del mondo.

Io sono nemica di questo Dio. Ateo è il mio nome. Infedele, senza direzione. Eppure, non mi sono mai sentita così: così accettata, così intera, così… libera. Col capo coperto, con queste vesti addosso.

Come ora. Come qui.

Era la notte del Shaʻban 27, 1399 AH

Era il 22 luglio 1979 per il nostro calendario.

Quel giorno Saddam Hussein inaugurava il regno del terrore a Baghdad e in Iran avveniva la celebre rivoluzione islamica, che sovvertì lo Scià e impose una dittatura teocratica che pose le basi dell’attuale destino della Persia e dei futuri attriti tra il termine iraniano e iracheno dal 1980 in poi.

A Baghdad… soffiava un vento caldo, quasi immobile.

Quel vento, che ora ci spettina e ci secca la bocca, soffiava anche cinquant’anni fa. Quel giorno, il padre di Saman scappò. Lasciò la città che amava, perché cercava un luogo dove poter studiare, costruire, vivere.

Scappò proprio il giorno della celebrazione della purga del 22 luglio, in cui vennero giustiziati alcuni membri del partito Ba’th.

Ma lui potè non vedere niente.

Mentre il presidente iracheno consolidava la sua ascesa al potere reprimendo l’opposizione, Bassem mangiava un piatto di trofie al pesto, parlava di filosofia all’Università di Genova e rideva con Caroline, che poi gli avrebbe dato due figli, Saman e sua sorella Leyla, nati in pace, nati altrove.

Oggi Bassem non ricorda più com’era fatta la sua città. La vecchiaia, la malattia, lo hanno fermato in un letto.

Ma rivivrà Baghdad negli occhi di suo figlio.

Ne sentirà il vento sulla pelle, attraverso i racconti. Ne ascolterà la lingua tra i denti di chi se n’era andato.

Suo figlio ha attraversato confini, passaporti, barriere interiori. E oggi è qui.

Non più solo italiano.

Non solo iracheno.

Ma qualcosa di nuovo, qualcosa che nasce quando torni dove non sei mai stato.

Saman ha rivisto le strade dove viveva suo padre e dove oggi continua a vivere, in tranquillità, la sua famiglia, sette maschi e una sola femmina, Soraya. Ha visto la scuola di Bassem, il cortile in cui giocava, ha riconosciuto tutti gli sfondi delle fotografie che aveva a casa e che suo padre gli mostrava da piccolo. Ha dato un senso a quelle fotografie, una storia, la sua storia.

Non è stato un viaggio per vedere il mondo, ma per incontrarlo negli occhi di chi lo vive ogni giorno. Saman non ha attraversato semplicemente territori, ma vite. E in ognuna di esse ha trovato un frammento del proprio cammino.

Abbiamo incontrato Shihab, il figlio di una vittima della guerra, il cugino di Saman. Ci ha raccontato della morte del padre.

Quando è scoppiata la guerra, Shihab era ancora un bambino. Ricorda che durante i primi giorni di combattimento suo padre tornò a casa ferito a un ginocchio, era tornato soltanto per salutarli perché doveva andare fuori, Saddam aveva mobilitato tutte le forze dell’ordine oltre alle forze armate per respingere gli statunitensi. La madre di Shihab tentò di convincere il marito a rimanere a casa, l’esito degli scontri con l’esercito americano era scontato e la ferita che già aveva al ginocchio era piuttosto grave, ma la mobilitazione di Saddam era accompagnata dalla minaccia di rastrellare e giustiziare chi avrebbe ignorato la chiamata; quindi, per risparmiare quell’esperienza alla sua famiglia, uscì e nessuno di loro lo vide mai più.

Dopo i primi giorni, la madre di Shihab, Soraya, cominciò delle disperate ricerche in una Baghdad sprofondata nel caos, in cui per uscire di casa si era costretti a indossare esclusivamente la biancheria intima, in modo che i soldati potessero vedere che non si portavano armi o esplosivi. Continuò a cercare informazioni e a visitare ogni singola caserma e prigione dell’Iraq per i sedici anni successivi, spinta da voci e deboli speranze, spesso alimentate da conoscenti e lontani parenti senza scrupoli pronti a vendere informazioni che puntualmente si rivelavano false.

Dopo 14 anni, il tempo richiesto in Iraq perché una persona scomparsa venga dichiarata morta, Soraya decise di avviare le pratiche quantomeno per ricevere un indennizzo per mantenere Shihab e la sorellina, ma scoprì che non avendo fatto regolare denuncia di scomparsa all’epoca, cosa peraltro impossibile a causa della guerra, la sua richiesta non era valida e che i 14 anni di attesa sarebbero cominciati da quel momento.

L’ultima possibilità che si presentava a Soraya era vendere un piccolo appezzamento di terra che il marito possedeva nel nord dell’Iraq, ma una volta giunta sul posto si rese conto che un clan sciita forte in quella zona se ne era appropriato rubando l’identità del marito. Ai suoi primi tentativi di protesta ricevette come risposta minacce sia dai membri del clan che da funzionari pubblici collusi. Non intimidita Soraya denunciò il clan e dopo più di un anno di procedimenti legali riuscì a ottenere che il terreno venisse affidato al padre del marito, secondo le leggi vigenti in Iraq. A quel punto, quando sembrava che almeno questa faccenda fosse risolta, il suocero di Soraya morì improvvisamente e senza aver dato disposizioni precise sul terreno, che quindi venne ereditato dai due figli ancora in vita, i cognati di Soraya. 

In un mondo in cui i legami familiari sono così forti, importanti e sentiti, questi due uomini, purtroppo, rappresentavano l’eccezione alla regola e la loro intenzione era approfittare delle circostanze e vendere il terreno tagliando fuori Soraya dalla questione. Cominciò un nuovo periodo di scontri in tribunale, che alla fine dimostrarono come si erano svolti i fatti, dando ragione a Soraya, che però non riuscì a riottenere il terreno del marito per intero, ma ricevette dai cognati la liquidazione di un terzo del suo valore.

Durante questa Odissea, Soraya e i figli vissero molti faticosi anni in povertà, supportati in parte dalla famiglia di Soraya, che non si diede mai per vinta e mantenne i figli, li fece studiare e riuscì a offrire loro un futuro migliore.

Adesso Soraya è una signora di una certa età, pacata e con uno sguardo dolce, ma Shihab è molto fiero di raccontare la forza e la tenacia di cui è capace sua madre. E Shihab e la sua sorellina ormai sono adulti e hanno a loro volta creato delle famiglie, hanno ottimi lavori e vivono tutti insieme in una grande e bellissima casa. Ma, quando raccontano quello che hanno vissuto da bambini, sembra che parlino di qualcosa appena successo e ancora fresco nella memoria. Quando racconta dello zio che per un colpo di fortuna li ha salvati dalla milizia sciita che andava a giustiziarli o di quando hanno attraversato un grande viale di corsa mentre un cecchino li prendeva di mira, Shihab stringe i pugni sulle ginocchia e i suoi occhi mostrano l’emozione dei ricordi anche se sono passati quasi 20 anni e il mondo che li circonda è cambiato molto.

La fiamma del petrolio di Baghdad brucia a ogni ora e la si vede come un faro in lontananza che si riflette sulle acque del Diğla (il Tigri).

Baghdad non è quel che viene rappresentato dai media occidentali. Baghdad è l’accoglienza di Jamila, Baghdad è Habibi, è cordialità, è tutta vita, è amore.

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Foto di Photo by Muhammad Nabeel: https://www.pexels.com/photo/s...

Margherita Bulgari, Scrittrice

27 ottobre 2025

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