Negli ultimi mesi la Siria ha vissuto una fase di trasformazione profonda, che ha visto il progressivo rientro sotto il controllo del governo centrale di Damasco su vaste aree del nord-est del Paese, tradizionalmente amministrate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF). Dopo mesi di scontri intermittenti e autonomie de facto, le SDF e il governo siriano hanno raggiunto a fine gennaio un nuovo accordo volto a stabilizzare un cessate il fuoco e a gettare le basi per l’integrazione delle strutture civili e militari locali nelle istituzioni statali di Damasco.
L’accordo siglato tra il governo centrale siriano e le Forze Democratiche Siriane ha aperto una nuova fase nel nord-est della Siria, andando ben oltre il semplice cessate il fuoco. L’intesa prevede l’integrazione graduale delle SDF nelle strutture militari e di sicurezza statali, l’assorbimento delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nelle strutture di Damasco e il ritorno progressivo del controllo governativo su aree chiave come Hasakah, Raqqa e Deir ez-Zor. Negli ultimi giorni, questi punti hanno iniziato a tradursi in atti concreti: dispiegamento delle forze di sicurezza siriane nelle città a maggioranza curda, riapertura di uffici statali e avvio di un coordinamento operativo sul terreno. Un processo che, pur presentato come passo verso la stabilizzazione e l’unità territoriale, suscita timori diffusi tra la popolazione curdofona sul futuro dei diritti politici e civili conquistati negli anni di autogoverno.
Questi sviluppi non restano confinati ai confini siriani. Ankara osserva con attenzione l’evoluzione dell’accordo, interpretandolo come un fattore potenzialmente decisivo per ridurre la centralità militare e politica delle SDF, considerate dalla Turchia un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK. Non a caso, nelle ultime dichiarazioni ufficiali, il governo turco ha lasciato intendere che la normalizzazione del rapporto tra Damasco e le forze curde siriane potrebbe alleggerire le tensioni regionali e incidere indirettamente sul delicato processo di pace in corso in Turchia. In questo quadro, la Siria torna a essere uno dei principali terreni su cui si riflettono, e si ridefiniscono, gli equilibri interni della Turchia, mostrando ancora una volta come la “questione curda” resti un nodo transnazionale, dove sicurezza, diritti e negoziato politico si intrecciano ben oltre una singola frontiera.
Il giornalista e analista Fehim Taştekin analizza gli sviluppi in Siria, il processo di pace in Turchia e le dinamiche tra Ankara, Damasco e il movimento curdo.
I cambiamenti in Siria sono un ostacolo superato per la pace in Turchia?
“Assolutamente no. Le trasformazioni in Siria, da sole, non rimuovono gli ostacoli che bloccano il processo di pace in Turchia. Tuttavia, l’accordo raggiunto di recente, se riuscirà a scongiurare uno scenario catastrofico come quello di Kobane del 2014, potrebbe alleggerire la pressione sul processo di İmralı. Il sostegno di Ankara a questo accordo nasce dalla consapevolezza che, senza di esso, i rischi di una deriva potrebbero essere troppo alti. Ora, questa intesa potrebbe diventare una leva per far progredire il dialogo.”
Qual è l’impatto psicologico degli sviluppi siriani sulla popolazione curdofona in Turchia?
“Nonostante l’accordo, la Siria è ancora lontana da una soluzione vera. Sia Damasco che Ankara continuano a vedere con sospetto qualsiasi riferimento all’autonomia curda, considerandolo un elemento da eliminare. C’è una tendenza a interpretare l’integrazione delle SDF e delle strutture autonome come una mera assimilazione da parte dello Stato. Questo approccio lascia spazio a cambiamenti strategici, ma ogni passo indietro per i curdi rischia di tradursi in una frattura ulteriore nei rapporti con la Turchia.
Gli eventi di Kobane nel 2014 e la mobilitazione curda del 2026 hanno dimostrato una crescente interconnessione tra le diverse aree curde. L’idea di un ‘Grande Kurdistan’ rimane un’utopia senza basi geopolitiche, ma alimenta reazioni politiche e psicologiche contraddittorie. I curdi vivono una crisi identitaria: si interrogano su come posizionarsi rispetto ai paesi in cui vivono. ‘Rojava’ è diventata un simbolo, un territorio conquistato a caro prezzo che non può essere abbandonato senza conseguenze traumatiche. Il suo eventuale crollo non solo avrebbe un impatto devastante, ma metterebbe in discussione i legami stessi tra i curdi e la Turchia.
Secondo la mia analisi, il progetto di un ‘Kurdistan occidentale’ si è allontanato dalla realtà geografica, politica e storica. Attribuire ogni problema a interventi esterni significa solo fuggire dalle proprie responsabilità.”
Ankara chiede cambiamenti radicali a Rojava. Come si lega questo alla trasformazione del PKK?
“Il PKK sembra avvicinarsi al processo di İmralı con una logica precisa: lo scioglimento dell’organizzazione in cambio del riconoscimento delle conquiste a Rojava. È una dinamica che si ritrova anche nei messaggi, spesso ambigui, di Abdullah Öcalan. Lo Stato turco, però, non intende concedere questa controparte. Öcalan stesso sa che le sue parole potrebbero non trovare riscontro sul campo, e per questo adotta una strategia comunicativa cauta.
In realtà, il vero attore che determina le sorti delle SDF sono gli Stati Uniti. Consapevole dei limiti del proprio controllo sull’organizzazione e del rischio di frammentazioni interne, Öcalan evita di imporre ordini precisi o di tracciare una roadmap dettagliata. Questo margine di manovra viene sfruttato da Qandil (n.d.a.iI Monti Qandil, situati al confine tra Iraq e Iran, costituiscono una storica base operativa e rifugio principale per il PKK). La difesa di Rojava era la bandiera del movimento curdo, ma il controllo del territorio si è ridotto tragicamente a Kobane e Haseke. Ora, la psicologia dominante è: ‘O teniamo questa posizione, o tutto sarà perso’.”
È realistico il progetto di Ankara di estendere l’esperienza di scioglimento del PKK ad altre regioni curde?
“Il rapido crollo a est dell’Eufrate ha minato la fiducia dei curdi. Se Ankara avesse la certezza del sostegno di Stati Uniti e Israele, potrebbe spingersi oltre. Ma senza questo appoggio, ogni mossa rimane incerta.”
Il rafforzamento dei rapporti tra Ankara e Damasco potrebbe ostacolare il processo di pace a lungo termine?
“Gli sviluppi in Siria stanno ridefinendo i parametri del processo. Se si osservano le reazioni di Ankara, si nota che il controllo su risorse strategiche come petrolio, gas, dighe e valichi di frontiera, insieme al collasso della presenza curda lungo il fiume Eufrate, sta portando a una tolleranza selettiva: una piccola porzione di territorio o alcuni diritti riconosciuti ai curdi potrebbero essere accettati. C’è una flessibilità reciproca che, se l’accordo verrà applicato, potrebbe favorire la continuazione del processo di İmralı.”
In un contesto geopolitico sempre più complesso, le sorti del processo di pace in Turchia restano strettamente legate agli equilibri regionali e alle scelte di Ankara. Le parole di Fehim Taştekin ci ricordano che, oltre alle dinamiche militari e diplomatiche, è la capacità di ascolto e di mediazione a determinare il futuro di una regione dove storia, identità e interessi strategici si intrecciano in modo inestricabile.
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