Il tavolo delle trattative funziona se, e solo se, vengono coinvolte le donne della società civile in modo attivo e non simbolico. È questa la ricetta concreta e applicabile – ma finora inascoltata – proposta da Pascale Chen di Women Wage Peace e Reem Al-Hajajreh, fondatrice di Women of the Sun. Finaliste al Premio Sakharov 2024, le rappresentanti di queste due organizzazioni hanno partecipato mercoledì 18 dicembre a un incontro a Strasburgo con le principali realtà della società civile europea impegnate per la pace, la democrazia e i diritti umani.
L’evento, organizzato dal Parlamento Europeo, ha visto la presenza di Sophie Wilmès, vicepresidente dell’Europarlamento ed ex primo ministro belga, che ha sottolineato come l’invito a Reem e Pascale rispecchi profondamente i principi di Andrei Sakharov, il quale “scelse di non stare zitto, perché credeva che ognuno avesse il diritto di pensare liberamente”. Anche Reem e Pascale hanno deciso di non stare zitte, nonostante ciò le abbia rese bersaglio di accuse di tradimento, perché oggi in Medio Oriente “cercare una soluzione di pace viene visto come un tradimento delle proprie radici e della propria gente”. Entrare nel profondo delle loro storie significa attraversare il dolore di ieri e di oggi.
Per Reem e Pascale, la possibilità di dialogo nasce solo dal riconoscimento di un campo comune di sofferenze. “Da madri, noi rifiutiamo che i nostri figli vengano ammazzati”, dicono all’unisono. Reem Al-Hajajreh, a Strasburgo in rappresentanza delle oltre 3500 donne palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che fanno parte della rete Women of the Sun, ha spiegato il significato del nome dell’organizzazione: “The sun”, il sole, è quello che vediamo quando le nostre idee finalmente escono allo scoperto, dopo anni di oscurità. Oscurità causata, dice, sia dall’occupazione israeliana sia dal patriarcato palestinese.
“L’Autorità Palestinese non sostiene le azioni delle donne, e l’occupazione israeliana ha portato la situazione al disastro”, afferma. A Gaza, 18 donne della rete Women of the Sun, inclusa la coordinatrice locale, sono state uccise. La situazione è disperata sul piano umanitario, psicologico e sociale. Un disastro che, secondo Reem, “era prevedibile. Tante di noi avevano già capito cosa stava per succedere. Abbiamo lanciato l’allarme tante volte ma non siamo state ascoltate. La guerra è entrata nelle nostre case e noi siamo state le prime a pagarne il prezzo”.
Eppure, proprio le donne palestinesi e israeliane potrebbero essere il punto di svolta. “Noi donne siamo il collegamento principale con i nostri figli. Possiamo evitare che facciano scelte che portino morte”. Non si tratta di un’idea naif. Il ruolo delle donne nei processi di peacebuilding e peacekeeping è stato sancito dalla storica Risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che è alla base del lavoro congiunto di Women of the Sun e Women Wage Peace. Quest’ultima è un movimento radicato nella società israeliana, che include ebree ortodosse, druse e arabe. Una delle sue fondatrici, Vivian Silver, figura di spicco del pacifismo israeliano, è stata uccisa il 7 ottobre nel kibbutz Be’eri. Silver è stata recentemente onorata al Giardino dei Giusti di Varsavia.
Pascale Chen spiega che l’obiettivo principale di Women Wage Peace oggi è “influenzare Netanyahu per un cessate il fuoco e per il ritorno alle trattative, in cui, ovviamente, devono essere coinvolte le donne”. Secondo Reem, nemmeno durante gli Accordi di Oslo le donne furono ascoltate, e questa mancanza si riflette ancora oggi. “Per voi europei la libertà di espressione è un diritto, per noi è vita. Durante Oslo, gli uomini parlavano e noi a casa ne ignoravamo completamente gli argomenti”. Da allora molte cose sono cambiate, spesso - va detto - in peggio, ma la presenza femminile negli incontri decisivi ha fatto dei passi avanti. “Abbiamo molte storie di successo nate dal dialogo con le donne israeliane”, racconta Reem. “Tra noi c’è un muro fisico e uno psicologico. Se non possiamo abbattere il primo, almeno cerchiamo di superare il secondo”. Reem, che si definisce “figlia della Naqba” essendo nata in un campo profughi formatosi nel 1948, descrive la società in cui è cresciuta come una comunità che chiedeva giustizia sociale ma ignorava i diritti delle donne.
"Il modello di riferimento è sempre stato questo: mio padre era il responsabile della mia vita, poi lo è diventato mio fratello. Con il matrimonio la responsabilità è passata a mio marito e un giorno toccherà a mio figlio. Quando si parla delle idee dei palestinesi, molte volte ci si riferisce alle idee dei nostri uomini. Ma io, in quanto donna voglio essere un soggetto politico. È questa la grande novità". Anche dall’altra parte della barricata ci sono ostacoli simili. Alle donne israeliane impegnate per la pace viene spesso imputato di sacrificare la sicurezza della comunità in nome del dialogo. “Come se la pace fosse una velleità della sinistra”, spiega Pascale. Ma, aggiunge, “la sicurezza non può esistere senza solidarietà. Dopo il 7 ottobre, ci hanno chiamato da Gaza per sapere come stessero i nostri familiari, e noi chiediamo di continuo dei loro. È un processo naturale: i valori che condividiamo sono quelli dell’umanità“.
Alla domanda di rito – “Cosa possiamo fare noi da qui?” – Reem risponde con chiarezza: “Abbiamo bisogno di supporto psicologico e finanziario, ma non solo: il mondo deve ascoltare la voce delle donne della società civile”. E sottolinea l’importanza di una leadership femminile autentica. “Abbiamo avuto diverse donne politiche che si sono limitate a ripetere ciò che pensano e dicono gli uomini. Non è quello di cui abbiamo bisogno. Cerchiamo donne che siano concrete, indipendenti e che non rinuncino mai alla loro libertà di pensiero”. E abbiano - concludono Reem e Pascale - il coraggio, nonostante le minacce, di perseguire una politica diplomatica chiara: interrompere ogni spargimento di sangue a Gaza, fermare la guerra, permettere agli ostaggi ancora in vita di tornare a casa.
