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Dei delitti e delle pene: cosa succede nei gironi infernali dei Cpr

di Cristina Giudici

L’ultimo a subire violenza, per quanto ne sappiamo, è stato un trattenuto che nei giorni scorsi non voleva essere rimpatriato ed è stato trascinato sull’asfalto come un animale. Prima ancora, due suoi compagni di sventura sono stati picchiati selvaggiamente perché hanno protestato, sdraiandosi nel cortile seminudi sotto la pioggia per mettere in atto una singolare rivolta, conosciuta come naked protest, al fine di mettere in imbarazzo i propri carcerieri-aguzzini. Nel Cpr di via Corelli a Milano, uno dei 10 centri per la permanenza e il rimpatrio (in realtà sono 9 perché quello di Torino è ancora chiuso), vengono portati i migranti senza permesso di soggiorno. In questi luoghi da anni è stato sospeso lo stato di diritto

Per questa ragione la Rete Mai più Lager - NO ai CPR ha deciso di avviare una campagna di primavera per farli chiudere con una mobilitazione prevista per il 6 aprile. Durante l’ultima visita di una delegazione dell’associazione Naga, della Rete Mai più Lager - NO ai CPR, guidata dal consigliere regionale e vice presidente della Commissione carcere Luca Paladini, è emerso che nel Cpr milanese di via Corelli, solo nel mese di gennaio, ci sono stati 34 trasferimenti in autoambulanza al pronto soccorso. Sebbene il Cpr milanese sia oggetto d’indagine per frode e commissariato dal dicembre scorso, la linea telefonica Sos Cpr dell’associazione Naga continua a ricevere immagini raccapriccianti dei trattenuti che vengono rinchiusi per illecito amministrativo, ossia perché irregolari sul territorio.


Storia dei Cpr (ex Cie)

Le strutture di trattenimento per stranieri irregolari sono disciplinate dal testo unico immigrazione (D.Lgs. 286/1998): si tratta dei Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), poi definiti Centri di permanenza temporanea (CPT) e successivamente Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Con il decreto-legge 13 del 2017 i Centri di identificazione ed espulsione (CIE) hanno assunto la denominazione di Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) (art. 19, comma 1). Il medesimo D.L. 13/2017 (art. 19, comma 3) ha disposto, al fine di assicurare una più efficace esecuzione dei provvedimenti di espulsione dello straniero, l'ampliamento della rete dei CPR, con la finalità di assicurare la distribuzione delle strutture sull'intero territorio nazionale. 

Si tratta di una storia dolente e bipartisan che dura da un lustro. I Cpr, ex Cie, sono di fatto delle carceri dove vengono reclusi i migranti senza permesso di soggiorno o con un provvedimento di espulsione. Sono normati da un regolamento del Viminale adottato il 19 maggio 2022, che viene sistematicamente violato. Secondo l’articolo 1 dei “Criteri per l’organizzazione e la gestione dei centri di permanenza per il rimpatrio”, ad esempio, “allo straniero trattenuto in un Cpr è assicurata la necessaria assistenza ed il pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona, anche in considerazione della sua provenienza, della sua fede religiosa, del suo stato di salute fisica e psichica, della differenza di genere, compresa l’identità di genere, della presenza di esigenze particolari o di vulnerabilità”, ma chi entra nei Cpr non ha alcun diritto - come è stato dimostrato da molteplici indagini da parte delle associazioni che hanno documentato la vita all’interno di queste “comunità ristrette” -, a cominciare dal diritto alla salute. Nel rapporto Buchi neri. La detenzione senza reato nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili si parla “dell’eccezione di servizi sanitari affidati non al SSN ma agli enti gestori dei Centri ossia a privati, con l’evidente rischio di piegare l’intervento medico e farmacologico a necessità di disciplina e sicurezza delle strutture. Come dimostra l’abuso di psicofarmaci e tranquillanti tra la popolazione trattenuta riscontrato nella maggior parte dei Cpr. Una situazione di vera e propria “extraterritorialità sanitaria”. Inoltre, il governo Meloni ha allungato ulteriormente i tempi di permanenza, estendendoli sino a 18 mesi - rispetto ai 3 mesi attuali


La campagna dei medici per impedire la violazione del giuramento di Ippocrate.

“La Rete Mai più lager – NO ai CPR ora si pone soprattutto l’obiettivo di sensibilizzare i medici delle strutture sanitarie che vengono chiamati per convalidare l’entrata nei Cpr dei migranti e attestare che siano nelle condizioni sanitarie di affrontare una detenzione amministrativa, ossia che non abbiano malattie infettive o si trovino in un stato di vulnerabilità”, spiega il medico Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete Mai più lager – NO ai CPR. “Molti medici non sanno cosa stanno facendo, non hanno il tempo per capire le condizioni del migrante e sono pochi a rifiutarsi di convalidare il nulla osta, per così dire”, spiega a GariwoMag. “Fanno le visite sotto gli occhi delle forze dell’ordine che li incalzano e non sanno che dentro saranno sedati con dosi massicce di psicofarmaci o che magari talvolta riceveranno farmaci che possono essere letali, come i neurolettici. Non sanno che vivranno in condizioni di degrado igienico, mangiando cibo avariato, su materassi sporchi e lenzuola di carta. Non sanno dei tentativi di suicidio, dell’autolesionismo, delle cose ingerite, delle cure non ricevute, dei maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine. E se lo sanno, voltano la faccia dall’altra parte”.

Inoltre, molti di quelli che entrano in un Cpr sono spesso persone vulnerabili, magari intercettate per strada e che dovrebbero ricevere cure psichiatriche appropriate. Oppure si tratta di persone che magari vivono e lavorano in Italia da molti anni e quando vanno a rinnovare il permesso di soggiorno, e questo gli viene negato, sono portati nei Cpr.

La rete milanese Mai più lager – NO ai CPR ha pubblicato diversi rapporti che attestano le condizioni infernali in cui vivono gli ospiti, ma quello che secondo gli attivisti l’opinione pubblica o gli addetti ai lavori non hanno ancora capito è che queste strutture non sono emendabili perché non esiste, a differenza delle carceri, un ordinamento che definisca i loro diritti. Qui potete trovare un rapporto esaustivo del Naga, in cui si descrive quanto accade all’interno del Cpr di via Corelli. E lo si sa perché gli “ospiti” possono tenere i propri telefoni, mandare immagini e chiedere aiuto grazie a un ricorso fatto dall’Asgi, ma nella maggior parte di questi centri non c’è neanche questa possibilità e nessuno può sapere cosa accade al loro interno, almeno fino al prossimo suicidio, atto di autolesionismo o protesta. “Il circuito deve essere fermato all’origine, quando il destino di chi entra viene deciso dalla firma di un medico che attesta l’idoneità dei migranti alla permanenza in una comunità ristretta”, insiste Nicola Cocco. “Dobbiamo persuadere i medici delle strutture sanitarie a smettere di firmare l’idoneità e impedire che i migranti entrino nei Cpr, che devono essere chiusi perché sono luoghi infernali, dove non esiste alcuno stato di diritto”, conclude Nicola Cocco. “Si tratta di strutture costose dove circolano ogni anno circa 5mila migranti irregolari, di cui meno della metà vengono espulsi”. E nel frattempo vivono come zombie in non luoghi che un paese democratico non avrebbe mai dovuto costruire.

Cristina Giudici, giornalista

27 febbraio 2024

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