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La scuola per migranti Penny Wirton: un esempio di accoglienza

di Cristina Giudici

Gariwo ne aveva già parlato nel dicembre scorso per richiamare l’attenzione sulla grave violazione del diritto costituzionale e universale all’istruzione dei migranti nei centri di accoglienza. Abbiamo deciso di tornare sull’argomento, che pare bellamente ignorato nel mezzo del frastuono delle guerre, crisi ed emergenze permanenti. L’anno che è appena arrivato ha portato con sé anche l’interruzione dell’insegnamento di italiano ai migranti perché il decreto Cutro, diventato legge nel maggio scorso, ha stabilito di limitare i servizi complementari del sistema di accoglienza necessari alla loro integrazione e impedire che restino ai margini della società. Di conseguenza, sta aumentando la richiesta di corsi di italiano per stranieri, spesso analfabeti anche nella loro lingua, ad associazioni e insegnanti volontari. 

Come accade alla scuola Penny Wirton, fondata nel 2008 dagli scrittori Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi (oggi le scuole in tutta Italia sono sessanta ed è presente una sede anche in Svizzera, a Lugano). Laura Bosio gestisce la scuola di Milano (situata presso la parrocchia di San Giovanni in Laterano, in via Pinturicchio 35), basata sul metodo dell’insegnamento singolo, one to one, che permette agli insegnanti volontari di creare un rapporto personale con gli allievi, aiutandoli a intraprendere un percorso di integrazione e affiancandoli anche nei loro bisogni materiali e concreti. “Ricevo continue richieste, anche dai centri di accoglienza, per sopperire alle mancanze istituzionali dovute alle politiche avverse ai migranti”, spiega Laura Bosio a Gariwo, “e abbiamo fatto un accordo con un Cas per mandare una nostra insegnante volontaria”. 

Il metodo più agile della Penny Wirton permette di mettere al centro la persona. Senza creare classi è più facile farsi carico degli allievi in maniera adatta al loro livello di conoscenza della lingua e capacità di apprendimento, ma anche orientarli per tutti i bisogni e le problematiche concrete: dalle esigenze sanitarie, alla richiesta dei documenti, di alloggio e di lavoro, grazie al supporto della Rete delle scuole senza permesso, di cui la Penny Wirton fa parte insieme alla Caritas e all’associazione Naga, per citare alcuni esempi. “Anche se poi bisogna stare attenti a non oltrepassare il confine dell’empatia che si viene a creare, perché è ovvio che vorremmo aiutarli tutti e magari portarceli a casa”, spiega Laura Bosio con professionale passione. “Ora abbiamo 350 studenti e 150 insegnanti volontari, ma ne avremmo bisogno di più perché il taglio dei fondi nei centri di accoglienza e l’aumento degli sbarchi hanno creato tantissime richieste. Arrivano soprattutto dai centri per MSNA, minori stranieri non accompagnati, ma anche attraverso il passaparola. E poi ci sono adulti che hanno bisogno di imparare ad esprimersi per lavorare. Ci sono numerosi latinoamericani, così come cittadini cingalesi. Insomma, con il nostro impegno volontario non solo suppliamo alla mancata offerta di istruzione nei centri di accoglienza, ma diamo anche risposta ai tanti che arrivano da altri percorsi”.

E se da una parte non è giusto che siano i volontari a colmare le lacune istituzionali dovute a politiche governative restrittive boomerang - perché tanti migranti ai quali verrà negato il diritto a un’istruzione saranno ancora più emarginati e quindi rischieranno di essere reclutati da organizzazioni criminali -, dall’altra la Penny Wirton rappresenta una preziosa risorsa per offrire a tanti migranti una chance per inserirsi nella società, riscattarsi da storie drammatiche e diventare cittadini italiani. Inoltre, fra gli insegnanti volontari ci sono anche molti stuenti dei licei e università, che rappresentano un varco di luce e di speranza in questo sghembo paese. “Alcuni dei nostri studenti riescono a inserirsi bene. Come una ragazza originaria dello Sri Lanka che abbiamo aiutato ed è riuscita a diplomarsi con il massimo dei voti e a laurearsi in Scienze Infermieristiche”, racconta Laura Bosio. “Certo, tanti sono analfabeti nella loro lingua di origine, hanno alle spalle viaggi lunghi, sono passati dalla Libia, fanno più fatica a tenere la barra della propria esistenza e hanno bisogno di più tempo per imparare ad alfabetizzarsi in una lingua che non è la propria, ma la nostra formula one to one ci permette di avere meno casi di dispersione. Da noi vengono volentieri, si sentono accolti e incoraggiati, perché trovano una scuola sorridente che offre una tregua alle loro vite drammatiche”. 

Come un ragazzo che è arrivato dal Mali, che era più istruito e aveva una lingua ponte, il francese, che lo aiutava ad apprendere più velocemente. Nel suo paese aveva una madre e una figlia da mantenere. Oggi ha 35 anni, lavora in una lavanderia industriale, ha la patente ed è stato assunto a tempo determinato. Arrivato su un barcone, è tornato a casa a trovare la sua famiglia con un aereo. Cose per noi scontate, ma che a pensarci su paiono invece dei miracoli. La scuola serve anche come antenna per intercettare le violenze subite da donne che grazie alla scuola possono emanciparsi. Perché se la scuola è la casa del pensiero, come ci rammenta Laura Bosio, ora che nei centri di accoglienza viene negato il diritto ad apprendere come trasmetterlo non restano che loro: gli insegnanti volontari. E se lei ricorda sorridendo quello studente che non capiva se poteva fidarsi, perché per lui era inconcepibile il concetto di un lavoro volontario non retribuito, noi vogliamo ricordare che la Penny Wirton è una straordinaria esperienza, che suscita molta speranza, ma non può essere un alibi utilizzato dal Governo e dalle istituzioni per scaricare sul terzo settore le proprie responsabilità.

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