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Lungo il confine tra Polonia e Bielorussia da oltre due anni si annullano i diritti umani

Due anni dopo l’apertura della rotta migratoria la situazione non è cambiata

La notizia aveva iniziato a diffondersi in agosto, per poi esplodere sui media di tutto il mondo con l’arrivo dell’inverno, quando le temperature avevano raggiunto diversi gradi sotto lo zero.

Si parlava di centinaia di uomini, donne e bambini provenienti da Africa e Medio Oriente apparsi alle porte dell’Unione europea, sul confine che separa la Bielorussia dalla Polonia.

Era il 2021 e si era appena aperta una nuova rotta migratoria.

Zona rossa violenta

Le persone arrivavano in aereo, direttamente da Afghanistan, Siria, Kurdistan iracheno. Atterrate a Misk, venivano prelevate dalle autorità e portate alla frontiera con la Polonia, per poi essere spinte dall’altra parte. Una volta in territorio polacco, le guardie di frontiera di Varsavia le rimandavano indietro, respingendole con violenza.

Centinaia di migranti si erano così trovati bloccati in un’area boschiva, all’interno della foresta di Białowieża dove rimanevano anche per un mese intero in mezzo alla neve, senza possibilità di spostarsi. Non potevano entrare in Unione europea perché venivano respinti, ma nemmeno tornare indietro, in Bielorussia, dove per gestire la situazione erano stati allestiti alcuni campi di fortuna come quello di Bruzgi. Alcuni raccontano di aver tentato il passaggio in Polonia per decine di volte. Più di 300 sono scomparsi nel nulla.

Di altri invece sono stati recuperati i corpi. Almeno 55. Tra loro, anche una donna incinta.

Con l’intensificarsi della crisi e l’attenzione mediatica sempre più alta, a partire dal settembre 2021 la Polonia aveva annunciato uno “stato di emergenza”, durato fino al 1 luglio 2022 e concretizzatosi con l’istituzione, tutt’intorno alla frontiera, di una cosiddetta “zona rossa”. Circa 5 km completamente inaccessibili e militarizzati, a cui veniva impedito qualsiasi accesso: impossibile documentare cosa stesse accadendo e aiutare i migranti, anche se in pericolo di vita.

Gli attivisti per i diritti umani non avevano il permesso di portare aiuti basilari come coperte, cibo, acqua, power bank per caricare i cellulari e far sapere ai propri cari di essere ancora vivi. I giornalisti non potevano in alcun modo avvicinarsi all’area. Era difficile allora capire cosa stesse accadendo, entro quel perimetro in cui i diritti umani avevano perso ogni significato. Nemmeno i membri del Parlamento europeo sono riusciti ad entrare per capire cosa stesse accadendo.

Alcuni abitanti dei villaggi circostanti, per esprimere solidarietà e segnalare la volontà di dare una mano, avevano iniziato a posizionare fuori dalle loro case una lanterna verde. Seguendo quella luce del colore della speranza, le persone avrebbero potuto trovare salvezza, anche solo per qualche ora. Un’azione solidale che avrebbe potuto comportare l’arresto e la criminalizzazione. Perché in quel momento aiutare i migranti significava correre il rischio di essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Una rotta nuova

Questo nuovo percorso migratorio iniziava in aereo. Le persone arrivavano in Bielorussia grazie a visti turistici e biglietti, acquistati anche a caro prezzo grazie ai contatti con alcune agenzie di viaggio, con la promessa di poter iniziare una nuova vita facile in Europa. Ovviamente, una volta atterrati a Misk scoprivano che la strada sarebbe stata molto più dura. E che il loro progetto di vita non era di interesse per nessuno.

Tutto è nato dall’intenzione di Alexander Lukashenko, il premier bielorusso, di esercitare pressione politica sull’Ue utilizzando come strumento i corpi e le vite dei migranti illusi di raggiungere l’Europa in modo semplice e veloce. Il governo aveva aperto la frontiera consentendo di raggiungere il Paese con una facilità mai vista, e gira voce che fornisse ai migranti, una volta atterrati, strumenti per attraversare il confine, anche facendo tagliare il filo spinato direttamente ai propri soldati.

L’intera macchinazione sarebbe stata una reazione violenta alle sanzioni che Bruxelles aveva imposto al regime bielorusso. Una strategia che si è rivelata vincente, creando conflitti e destabilizzando i governi.

Muri e militari

Dall’altro lato del filo spinato, la risposta del governo polacco è stata dura.

Centinaia di soldati sono stati stanziati lungo la frontiera per intercettare quanti più migranti possibili, rimandandoli da dove erano venuti. Posti di blocco, elicotteri, droni sono stati attivati per monitorare i movimenti delle persone e perquisire le auto dei volontari.

A pochi mesi dall’inizio della crisi migratoria, mentre milioni di profughi ucraini in fuga dall’invasione della Russia venivano accolti a braccia aperte da Varsavia, le autorità polacche hanno investito circa 350 milioni di euro nella rapida costruzione di una lunga barriera in acciaio, lunga 186 km e alta 5 metri, intensamente sorvegliata e militarizzata per sigillare quanto più possibile il confine con la Bielorussia e impedire l’accesso ai migranti provenienti dal Medio Oriente. A questo si è aggiunta una barriera elettronica dotata di 4.500 telecamere sempre attive e di rilevatori termici.



Ancora oggi le autorità di frontiera forniscono continui aggiornamenti sullo stato degli accessi, condividono video delle telecamere di sorveglianza, diffondono campagne anti-migranti. In pratica, vedono tutto ciò che accade al confine e lo usano politicamente.



Tra le ultime informazioni ufficiali fornite, pare che da gennaio si siano verificati oltre 25.500 tentativi di entrare in Polonia da parte di persone provenienti da 52 Paesi diversi.

Due anni dopo nulla è cambiato

A più di due anni dall’inizio della crisi migratoria le persone continuano ad arrivare in Bielorussia cercando poi di passare il confine a piedi e raggiungere l’Europa. Viene da domandarsi il perché, considerato il rischio ormai noto in cui incorrono una volta atterrati a Misk.

“Sembra incredibile, ma questa è ancora la strada più economica, più facile e sicura che le persone possono intraprendere per raggiungere l’Europa. Meno rischiosa di attraversare il Mediterraneo, meno rischiosa della rotta balcanica. È una questione soprattutto di fortuna”.

Anna Alboth è giornalista, attivista e cofondatrice di Grupa Granica, collettivo di associazioni e singoli attivisti che lavorano sul confine dall’inizio della crisi, nell’agosto 2021. Il gruppo è nato per portare aiuti umanitari basilari come acqua, cibo, vestiti, telefoni e oggi offre assistenza sanitaria, umanitaria e legale a un totale di 10mila persone.

“Ciò che è cambiato in questi anni è che oggi in mezzo alla foresta è apparso questo muro altissimo con del filo spinato in cima, e questo non ferma in alcun modo le persone che vogliono attraversare il confine. L’effetto evidente che ha portato è che i migranti arrivano in Polonia in condizioni di salute peggiori rispetto a prima. Molti hanno le gambe o le braccia rotte per aver saltato oltre il muro. Inoltre è cambiata anche la nazionalità delle persone. Dopo una fase in cui abbiamo visto arrivare migranti provenienti soprattutto dall’Africa Centrale, in fuga dai conflitti in corso, oggi sono tornati a essere in prevalenza siriani, scappati dalla Turchia dopo il terremoto dell’estate appena passata. Circa 60 nazionalità sono segnalate nei nostri report. Quando incontriamo le persone nelle foreste, facciamo loro delle domande e inseriamo i loro dati nei nostri database. Questo ci aiuta anche a individuare eventuali scomparsi che le famiglie non riescono più a contattare, rivolgendosi a noi. Di questi, abbiamo una lista con circa 300 nomi”.

Anna racconta che dopo i primi mesi l’attenzione mediatica è scesa vertiginosamente, nonostante nulla sia sostanzialmente cambiato. A essere molto diversa è la vita degli abitanti delle cittadine circostanti, che da due anni convivono con una presenza militare continua e con la frattura interna che ha spaccato le comunità, tra chi si è subito mostrato solidale e chi invece supporta le autorità di frontiera, forse anche perché vi fa parte qualche membro della propria famiglia.

“L’istituzione della zona di emergenza è stata un’idea terribile, sia per i migranti che per gli abitanti locali. Per diversi mesi non hanno potuto muoversi né avere ospiti a casa. Negli stessi luoghi in cui avevano vissuto tutta la loro vita, le persone solidali hanno iniziato a essere trattate da nemici. Ancora oggi, poi, i militari sentono di poter fare tutto ciò che vogliono. Bevono molto, sia i soldati sia chi guida i veicoli. È preoccupante, perché nessuno si sta muovendo per calmare la situazione. E nonostante la zona rossa sia stata chiusa da tempo, è difficile tornare alla normalità dopo aver assistito alla morte di persone davanti alla propria casa, senza poter fare nulla. La policy è stata quella di lasciare morire le persone. Perché anche se non fai loro del male in modo diretto, impedire loro di mangiare, bere e coprirsi abbandonandole ferite al freddo equivale a lasciarle morire.”

E con l’arrivo del nuovo Governo polacco di Donald Tusk, che ha vinto le elezioni a ottobre 2023, c’è un grande scetticismo sul fatto che la situazione dei migranti possa migliorare, nonostante probabilmente verranno allentate le restrizioni sulle attività dei volontari.

Białowieża, la foresta primaria a rischio

Il muro costruito per separare i due Paesi è stato ed è tuttora oggetto di forti contestazioni, non solo per quanto riguarda la tutela dei diritti umani delle persone in movimento, ma anche per la protezione ambientale. Quella di Białowieża infatti è una delle ultime foreste primarie rimaste in Europa, riserva naturale patrimonio UNESCO e scrigno di ecosistemi preziosi. La foresta fa parte anche della Rete Natura 2000, una rete di siti di interesse comunitario tutelate dall’Unione Europea.

Attivisti e abitanti della zona sono molto indignati: alcuni raccontano che a causa del filo spinato posizionato in mezzo alla foresta, gli animali selvatici non hanno più accesso all’acqua del fiume e spesso muoiono tra atroci sofferenze dopo essere rimasti impigliati e feriti, senza alcun soccorso.

Anche l’intensa attività militare sta causando problemi alla fauna selvatica. I mezzi dell’esercito lanciati sulle strade a velocità superiore a quella consentita, hanno più volte colpito animali come i bisonti.


“Un giorno un’auto in corsa ha investito il cane di un nostro attivista senza fermarsi”.

Anna Alboth e tutte le altre persone che sono state coinvolte in questa situazione hanno subito un grosso trauma emotivo.

“Abbiamo vissuto tante situazioni traumatiche che ti restano addosso, come incontrare delle persone in condizioni terribili in mezzo a una foresta e non poterle aiutare altrimenti corri il rischio essere arrestato. Molte persone sono andate in burnout, hanno perso il contatto con la realtà e pensavano solo, costantemente a salvare vite nella foresta. Cosa che stiamo continuando a fare, in vari modi, offrendo pasti caldi e beni di prima necessità, diffondendo informazioni e facendo tutto il possibile per supportare le persone in pericolo.”

Sara Del Dot, giornalista

18 dicembre 2023

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