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Le tappe dell'odio - il Genocidio in Cambogia

Dalle parole alla distruzione: come nasce un genocidio

Questa scheda fa parte del dossier di Gariwo “Le tappe dell’odio”, un’analisi comparata su alcuni dei principali genocidi del XX secolo coordinata dalla redazione di GariwoMag e scritta da Alessandra Colarizi, Tatjana Đorđević, Anna Foa, Françoise Kankindi, Pietro Kuciukian. A scrittori e studiosi abbiamo chiesto di raccontare le tappe dell’odio che hanno portato ai diversi genocidi, cercando di capire in che modo le parole e le azioni di politici, media e persone comuni hanno forgiato i sentimenti d’odio che hanno condotto al male estremo. Lo schema è quello di The Ten Stages of Genocide, la formula coniata nel 1996 da Gregory H. Stanton, presidente di Genocide Watch. Le otto “stazioni dell’odio” che creano le condizioni per un genocidio sono: classificazione, simbolizzazione, discriminazione, disumanizzazione, organizzazione, polarizzazione, preparazione e persecuzione. La nostra analisi comparata si ferma lì, prima delle ultime due tragiche tappe: lo sterminio e la negazione.

In questa scheda la giornalista e sinologa Alessandra Colarizi racconta le otto tappe che hanno condotto al genocidio in Cambogia.

Il genocidio in Cambogia, consumatosi tra l'aprile del 1975 e il gennaio del 1979, si colloca storicamente nel contesto della fine della guerra nel Vietnam e dell’allontanamento degli Stati Uniti sia dai loro alleati sud vietnamiti sia dal governo “amico” di Lon Nol in Cambogia. Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi guidati da Pol Pot entrarono nella capitale Phnom Penh, dando il via a un regime di stampo comunista e a un processo di epurazione che causerà oltre 1.500.000 morti. Gli autori materiali di tale sterminio sono una massa di giovani, per lo più di provenienza contadina, manovrati da una ristrettissima élite composta da dirigenti politici di formazione stalinista. Come si è arrivati a una tragedia di tale portata?

1. CLASSIFICAZIONE
La categorizzazione delle persone viene esacerbata. Esiste una divisione tra “noi” e “loro” che viene attuata utilizzando stereotipi o escludendo persone percepite come diverse.

Pol Pot e gli khmer rossi miravano a riportare la Cambogia indietro al suo "passato mitico" del potente Impero khmer, e a frenare l'influenza negativa degli aiuti stranieri e della cultura occidentale. Obiettivo da raggiungere riportando il paese a una società agraria egualitaria. La classe contadina fu quindi idealizzata come la “vera” classe nazionale, “il substrato etnico su cui il nuovo stato sarebbe cresciuto". Gli abitanti delle città - considerati parassiti - furono evacuati sotto la minaccia delle armi, uccisi o internati nei campi di lavoro. Gli sforzi compiuti per realizzare questa “riforma sociale” furono i fattori chiave che portarono al genocidio e all’eliminazione di intellettuali, e minoranze etniche e religiose. Secondo i khmer rossi, le uccisioni erano necessarie per la "purificazione della popolazione."

2. SIMBOLIZZAZIONE
Una manifestazione visiva di odio.

Anche i khmer rossi avevano la loro “stella di David”. Gli abitanti della cosiddetta Zona orientale, una volta trasferiti nella capitale Phnom Penh e nelle altre province, furono costretti a indossare una nuova sciarpa a quadri bianchi e blu: la “kroma” veniva utilizzata per contrassegnare chi proveniva dalle aree al confine con il Vietnam, dove Pol Pot aveva avviato una campagna di epurazione contro i membri del partito ritenuti infedeli e filo-vietnamiti. Come ricorda un testimone oculare di nome Huy Rady, circa 3.000 persone della Zona orientale furono trasportate in treno a Battambang, nel nord-ovest del paese, e poi giustiziate: “C'era un piano per uccidere tutte le persone della Zona orientale. Non avrebbero risparmiato nessuno di loro. La sciarpa era la ‘stella gialla’. Era il simbolo di una classificazione fatta dal Comitato Centrale dei Khmer Rossi e imposta dai suoi stessi quadri a Phnom Penh. È la prova più chiara che abbiamo finora raccolto dell’intento genocida dei Khmer rossi”.

3. DISCRIMINAZIONE
Il gruppo dominante nega i diritti civili o addirittura la cittadinanza a gruppi identificati.

I khmer rossi abolirono i culti religiosi e cercarono di annientare le minoranze etniche, proibendo l’impiego di lingue e costumi locali. I musulmani Cham, per esempio, furono tra i gruppi più colpiti. Interi villaggi Cham vennero distrutti e gli abitanti uccisi. In tutto circa 500.000 persone - pari al 70% della popolazione islamica - furono sterminate, mentre i bambini Cham furono portati via dai loro genitori e cresciuti come khmer. Tra le pratiche volte a cancellare la comunità musulmana locale figura l’obbligo del consumo della carne di maiale nonché la requisizione e distruzione di tutte le copie del Corano. Altrettante crudeltà sono state inferte contro i cristiani e i monaci buddisti, sottoposti a brutali lavori forzati. Circa il 95% del templi buddhisti presenti in Cambogia fu demolito.

4. DISUMANIZZAZIONE
Coloro che sono percepiti come “diversi” vengono privati di ogni forma di diritti umani o dignità personale.

I khmer rossi usavano il linguaggio per giustificare le loro politiche omicide. Oltre a utilizzare un linguaggio disumanizzante per denigrare le “nuove persone” (neak thmei) in quanto indegne della compassione umana, il linguaggio dei Khmer rossi applicava costantemente metafore della salute e del corpo sia agli individui che alla società. I nemici erano considerati i “vermi” (dangkow) che “rosicchiavano le viscere dall’interno” (vedi roong ptai knong), e pertanto andavano "estirpati" (daak jenh). Le vittime della migrazione forzata erano invece "parassiti" (bunhyaou k'aek) che "non portavano altro che vesciche piene di urina" (yoak avey moak graowee bpee bpoah deuk). Il partito invece era descritto come "forte" (kleyang) e "sano" (dungkoh). Questo vocabolario pseudo-medico rispecchiava l’intenzione di creare una società ideale, che fosse omogenea non solo da un punto di vista culturale ma anche etnico. Gli orrori perpetrati dai khmer rossi trovavano così una giustificazione nel tentativo di realizzare un’utopia sociale.

5. ORGANIZZAZIONE
I genocidi sono sempre pianificati. I regimi di odio spesso addestrano coloro che poi portano avanti la distruzione di un popolo.

I khmer rossi utilizzarono migliaia di giovani ragazzi incattiviti e costretti ad arruolarsi nel pieno della loro adolescenza per commettere omicidi di massa e altre atrocità durante e dopo il genocidio. L'organizzazione continuò sistematicamente a usare i più giovani almeno fino al 1998, spesso reclutandoli con la forza. In questo periodo, i ragazzi furono impiegati in ruoli di supporto non pagati, ad esempio per portare munizioni o come combattenti. Molti adolescenti e ventenni erano scappati dai khmer rossi senza alcun mezzo di sussistenza, e credevano che unirsi alle forze governative avrebbe consentito loro di sopravvivere, sebbene i comandanti locali spesso negassero loro lo stipendio.

6. POLARIZZAZIONE
La propaganda inizia a essere diffusa da gruppi di odio.

Distrutte le precedenti usanze, i khmer rossi introdussero nuovi rituali nel tentativo di trasferire le loro convinzioni nelle menti dei contadini e dei giovani. Lo scopo era quello di creare una paura annichilente tra gli “impuri” che precedentemente abitavano in città. Queste attività collettive includevano la partecipazione obbligatoria a discorsi pubblici, il canto di canzoni rivoluzionarie e la partecipazione a spettacoli di danza che esaltavano la missione dei khmer rossi. Ai giovani militanti veniva insegnato a credere che gli abitanti delle zone urbane fossero “capitalisti” e veniva loro chiesto di mostrare “odio di classe” verso questi “nemici”.

I leader dei Khmer rossi furono fortemente influenzati dai teorici marxisti dell’epoca, da Jean-Paul Sartre a Mao Zedong. Nonostante la stretta del regime sulla produzione letteraria, la necessità di diffondere la propaganda rivoluzionaria favorì la circolazione di tre riviste. La più importante era Tung Padewat (Bandiera rivoluzionaria), un mensile pubblicato dal partito della Kampuchea Democratica tra il 1974 e il 1979. Il tono e le tematiche trattate lasciano intendere che i lettori erano principalmente i quadri del partito, anziché la gente comune: gli articoli raccontano la storia del Partito Comunista di Kampuchea (CPK), rilanciano i discorsi dei leader, e forniscono resoconti delle conferenze tenute per stabilire gli obiettivi politici ed economici per l’anno avvenire. La narrazione è scandita da commenti entusiastici riguardo alle capacità dei funzionari. Allo stesso tempo vengono lodati “gli uomini e le donne della rivoluzione”, la cui “feroce determinazione e duro lavoro consentiranno alla rivoluzione di raggiungere i suoi obiettivi”.

7. PREPARAZIONE
Gli autori pianificano il genocidio. Spesso usano eufemismi come la frase nazista “ soluzione finale” per mascherare le loro intenzioni. Fomentano paura nei confronti del gruppo delle vittime, costruendo eserciti e armi.

La mattina del 17 aprile 1975 , i khmer rossi iniziarono l’evacuazione forzata di tutti gli abitanti di Phnom Penh sotto la falsa minaccia di un bombardamento americano. In poche ore una delle capitali più grandi di tutta l’Asia divenne una città fantasma. Nell’ombra, Pol Pot in persona e i suoi accoliti stavano ordendo una trama folle. Per prima cosa cambiarono il nome del paese in Kampuchea Democratica. Poi rinchiusero tutta la popolazione in comuni agricole con il fine ultimo di moltiplicare la produzione di riso. Chi opponeva resistenza veniva trucidato al momento.

8. PERSECUZIONE
Le vittime vengono identificate in base alla loro etnia o religione e vengono stilate liste di morte. Le persone a volte vengono segregate in ghetti, deportate o fatte morire di fame e le proprietà vengono spesso espropriate. Iniziano i massacri con intento genocidario.

Chi portava gli occhiali, parlava una lingua straniera, o era istruito, veniva classificato come nemico; quindi arrestato, torturato e poi ucciso. Dal 1975 al 1978, secondo i censimenti effettuati dal Progetto Genocidio Cambogiano, nei villaggi cambogiani, morirono da 1,7 a 2,2 milioni di persone su una popolazione di otto milioni. Tra il mezzo milione e il milione di persone furono assassinate intenzionalmente. Un altro milione morì di fame o di stenti durante il lavoro forzato imposto dai Khmer rossi sotto la minaccia delle armi. All'incirca 20.000 persone passarono attraverso il centro di tortura di Tuol Sleng (noto anche come S-21), una delle 196 prigioni gestite dai khmer rossi; si stima che solo sette adulti sopravvissero al famigerato campo di sterminio. Gli oppositori venivano inoltre portati nei cosiddetti Killing Fields, dove venivano giustiziati (spesso con attrezzi contadini come picchetti o asce, per risparmiare proiettili) e sepolti in fosse comuni.

Alessandra Colarizi, direttrice editoriale China Files

18 gennaio 2024

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