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I figli dimenticati della guerra nei Balcani

di Tatjana Dordevic

"Come si chiama tuo padre?". "Non lo so", rispose Ajna Jusić alla domanda che le fece il suo professore di storia. Non era la prima volta che Ajna, all'epoca quindicenne, sentiva quella domanda a cui non aveva nessuna risposta. Sua madre Sabina non le raccontava niente, e lei non chiedeva. Aveva un patrigno che viveva con lei e sua madre, per il quale Ajna provava tanto affetto, ma sapeva da sempre che egli non era il suo padre biologico.

Quel giorno, tornata a casa dopo la lezione di storia, aveva cercato e trovato in una scatola documenti che non aveva mai visto prima. Un referto riportava i dettagli di quel crimine, dello stupro che ha subito sua madre durante la guerra e da cui, nel 1993, è nata Ajna, la prima bambina venuta al mondo presso la casa rifugio che fornisce protezione per donne e bambini vittime di violenza, a Zenica, la quarta città più grande della Bosnia ed Erzegovina.

Per tre mesi, dopo il parto, Sabina non era riuscita neanche a prendere sua figlia in braccio. Voleva anche abbandonarla, ma poi anche tenerla. La madre di Ajna, con tutto il dolore che provava ogni volta guardando negli occhi sua figlia, alla fine ha capito che lei è “tutta la sua vita”, come ha detto più volte. Anche Ajna ha capito, dopo tanti anni di cure e psicoterapia, che lei non è la figlia di un nemico - convinzione che si è portata dentro per un lungo periodo - ma una figlia bosniaca.

Durante il conflitto in Bosnia, lo stupro era usato come arma di distruzione e pulizia etnica. Si stima che un numero compreso tra 30 e 50mila donne, ragazze e uomini abbiano subito violenze. Anche se ricostruire con certezza quanti siano è impossibile, dagli stupri sono nati circa duemila bambini, che oggi hanno tra i 25 e i 30 anni. Uomini e donne disconosciuti dai propri padri - soldati nemici, ma anche uomini dei caschi blu - e che erano spesso discriminati dalle comunità patriarcali in cui sono cresciuti. Alcuni di loro si sono riuniti in un'associazione chiamata "Zaboravljena djeca rata" (Forgotten Children of War Association), di cui Ajna Jusić, oggi laureata in psicologia, è la fondatrice e presidente. Ne fanno parte circa una quarantina di persone che hanno deciso di mettere la propria faccia e combattere per i loro diritti e contro la discriminazione.

E, ancora oggi, Ajna e i suoi amici sono costretti a fare i conti con il proprio passato. In Bosnia in quasi tutti i documenti ufficiali è obbligatorio indicare il nome del padre, perché quello della madre non basta. Così, essi si trovano spesso nella situazione di dover spiegare ai vari impiegati che le loro madri sono state vittime di stupri durante la guerra. Queste persone, a quasi 30 anni dall'inizio del conflitto nella ex Jugoslavia, non erano riconosciute come vittime. Solo recentemente, a settembre dello scorso anno, il Parlamento della Federazione di Bosnia ed Erzegovina ha approvato una legge che riconosce queste persone nate dagli stupri e le donne che hanno subito violenza come vittime civili di guerra, garantendo loro una pensione d'invalidità o un assegno mensile di assistenza. La legge entrerà in vigore il primo gennaio 2024.

Nel 2019, Ajna ed altri ragazzi e ragazze dell'associazione hanno partecipato, insieme alle loro madri, ad un progetto fotografico, mostrando i loro volti per raccontare pubblicamente le loro storie. Per alcuni di loro era la prima volta. Questi scatti fanno parte della mostra "Breaking Free," realizzata dal fotografo franco-siriano Sakher Almonem. La mostra è stata esposta per la prima volta a Sarajevo e poi in altre città bosniache. Recentemente, in collaborazione con ISCOS Emilia-Romagna e il Comune di Cesena, la mostra è stata inaugurata a Cesena, presso la Galleria Pescheria, dove rimarrà fino alla fine di novembre. "Quello che consideriamo davvero importante e significativo di questa mostra è che le nostre madri, comprese le donne che sono sopravvissute agli stupri, parleranno ad alta voce e invieranno, insieme ai loro figli, un messaggio comune: per una società di eguali valori e non per una società di discriminazioni", ha dichiarato Ajna, riferendosi a questo progetto fotografico.

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