L’estratto che segue – comprendente l’abstract e il primo paragrafo – fa parte dell'articolo “La lezione è stata Srebrenica, la prova è Gaza: prospettive storico-giuridiche a confronto. La guerra in Bosnia-Erzegovina e le atrocità di Gaza nel metodo comparativo” di Giacomo Corbellini, realizzato in occasione dello speciale di GariwoMag per i trent’anni dagli Accordi di Dayton del 1995. Per leggere l’articolo completo clicca qui.
Abstract
Nelle ultime settimane, in Bosnia-Erzegovina una scritta di colore rosso e nero ha riempito un anonimo muro grigio di cemento: “The lesson was Srebrenica, the test is Gaza”, “La lezione è stata Srebrenica, la prova è Gaza”. Si tratta di una scritta molto forte che - a trent’anni esatti dal terribile massacro avvenuto nella cittadina bosniaca [1] - ci interroga sulle atrocità che da oltre due anni vengono commesse nella Striscia di Gaza.
La guerra in Bosnia-Erzegovina e il conflitto israelo-palestinese presentano delle differenze storico-politiche sostanziali, impossibili da riassumere in poche righe. Tuttavia, può essere interessante partire da quanto scritto nel murales per provare a svolgere un’analisi comparativa tra due situazioni che presentano anche molteplici caratteristiche comuni: la coesistenza di più gruppi etnici e religiosi su un unico territorio; la commissione su larga scala di attività ascrivibili a “pulizia etnica” [2]; il tentativo di colpevolizzare un intero popolo per azioni condotte da singoli individui; l’assedio delle popolazioni civili come strumento di condotta delle ostilità belliche, la vicinanza geografica (ma anche storica e culturale) all’Italia e il tema della prossimità della guerra nel sentire comune.
È possibile inoltre riscontrare un dato inquietante, che accomuna la guerra nella ex Jugoslavia e quella in Medio Oriente: il preoccupante immobilismo delle istituzioni internazionali, incapaci ieri come oggi di porre fine ai massacri con azioni coordinate e di dare così un seguito concreto a quel “mai più” che dopo la tragedia della Shoah avrebbe dovuto rappresentare una bussola morale nelle condotte degli Stati nell’arena politica internazionale.
Nel corso di questo articolo si cercherà dunque di evidenziare - senza la pretesa di offrire un quadro esaustivo, che sarebbe meritevole di un approfondimento più ampio - analogie e differenze tra due delle più disarmanti tragedie avvenute alle porte del nostro paese dalla fine della Seconda guerra mondiale, con lo scopo ultimo di riflettere sulla ciclicità della Storia e sull’incapacità di Stati e organizzazioni internazionali di prevenire o stroncare sul nascere i crimini di atrocità [3].
Guerra in Bosnia-Erzegovina e conflitto israelo-palestinese: cenni storici, analogie e differenze
Come anticipato nell’abstract, la guerra in Bosnia-Erzegovina e il conflitto israelo-palestinese appartengono a contesti storici e politici molto diversi, anche se entrambi raccontano come il nazionalismo, l’odio e la disumanizzazione dell’altro, percepito come diverso, come nemico, possano trasformarsi in strumenti di violenza sistematica contro intere popolazioni civili.
Nel caso bosniaco, la radice del conflitto va ricercata nella dissoluzione della ex Jugoslavia che ebbe inizio con la morte del maresciallo Josip Broz Tito, avvenuta nel 1980, e che causò il progressivo indebolimento delle strutture politico-istituzionali del paese. Le spinte nazionaliste, rimaste in parte sommerse durante gli anni della dittatura di Tito, crebbero di anno in anno nelle sei repubbliche che componevano la federazione; in quella serba, guidata da Slobodan Milošević, il crescente patriottismo si tradusse in rivendicazioni territoriali mirate a mantenere sotto influenza di Belgrado le aree geograficamente appartenenti alle altre repubbliche, ma caratterizzate dalla presenza di una componente etnica serba. Il seme del nazionalismo, a onor del vero, non intaccò solamente la Serbia: in tutte le repubbliche si cercò di ricostruire (o, in alcuni casi, di costruire da zero) l’identità nazionale pre-jugoslava attingendo a simboli risalenti ad antichi regni medioevali o ad altri momenti storici di indipendenza. Basti pensare alla Croazia e all’inserimento della šahovnica [4] nella sua bandiera o all’introduzione della Kuna come moneta ufficiale, due simboli utilizzati negli anni ’40 del Novecento da Ante Pavelić e dallo Stato indipendente di Croazia, un regime collaborazionista della Germania nazista che si macchiò di enormi crimini, come la deportazione di centinaia di migliaia di ebrei, serbi e altre minoranze etniche non croate nei campi di concentramento e di sterminio ustascia [5].
Da un punto di vista sostanziale, invece, la guerra in Bosnia-Erzegovina ebbe inizio dopo la dichiarazione di indipendenza del gennaio 1992 (successiva a quelle della Slovenia e della Croazia del giugno 1991), in seguito alla quale si innescò la reazione serba. La Bosnia-Erzegovina, conosciuta come la “piccola Jugoslavia”, presentava un quadro etnico-religioso particolarmente frastagliato ed era caratterizzata, ieri come ancora oggi, dalla convivenza di lunga data di bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi, croati cattolici (oltre a ebrei, rom e sinti e altre minoranze etnico-religiose); fu proprio in quel particolare quanto unico scenario demografico che si combatté per oltre tre anni un conflitto sanguinoso, segnato da assedi prolungati, deportazioni, stupri e pratiche di pulizia etnica che avevano come obiettivo la creazione di territori etnicamente omogenei. In quel frangente, il genocidio di Srebrenica del luglio 1995 – nel corso del quale venne perpetrata l’uccisione sistematica di 8.372 uomini e ragazzi bosniaci musulmani da parte dell’esercito della Republika Srpska [6] guidato dal generale serbo-bosniaco Ratko Mladić – e l’assedio di Sarajevo rappresentarono l’apice della violenza e il fallimento più evidente delle garanzie internazionali.
Il conflitto israelo-palestinese, invece, ha origini che risalgono al 1948 (anche se l’emersione della violenza nell’area ebbe inizio già durante gli anni della Palestina mandataria [7]), con la proclamazione dello Stato di Israele del 14 maggio 1948 [8] e la successiva Nakba palestinese [9]. A differenza della guerra in Bosnia-Erzegovina - durata nei fatti poco più di tre anni, anche se le sue conseguenze sono ben visibili ancora oggi - il conflitto israelo-palestinese è molto più complesso e stratificato, protratto nel tempo e caratterizzato da numerose guerre, occupazioni e insediamenti che hanno mutato radicalmente la geografia e la vita delle comunità presenti nell’area. Un sanguinoso quanto tragico turning point recente è stato l’attacco terroristico perpetrato da Hamas lo scorso 7 ottobre 2023, quando centinaia di miliziani hanno superato la barriera di Gaza e sono penetrati in territorio israeliano, compiendo massacri di civili inermi, stupri e rapimenti. Le azioni condotte da Hamas il 7 ottobre rientrano senza dubbio, come evidenziato da numerosi studi [10], nel cappello giuridico dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità [11] e l’intento dell’organizzazione terroristica è stato definito “genocidario” da diverse organizzazioni e think tank indipendenti, come Genocide Watch [12].
Gli attentati del 7 ottobre 2023 hanno provocato una ferita profonda nella coscienza politica e civile israeliana, innescando una risposta militare su larga scala sulla Striscia di Gaza. L’offensiva - giustificata dal governo di estrema destra presieduto da Benjamin Netanyahu come “guerra al terrorismo” e tentativo di liberare i circa 250 ostaggi rapiti da Hamas - si è però ben presto tramutata in una reazione militare caratterizzata da un utilizzo sproporzionato della violenza ai sensi del diritto internazionale [13], che ha avuto dalle conseguenze devastanti per la popolazione civile gazawi.
Al settembre 2025, l’offensiva israeliana aveva causato oltre 65mila vittime [14], di cui quasi 19mila bambini, decine di migliaia di feriti permanenti e centinaia di migliaia di sfollati: dati che hanno portato diverse organizzazioni, accademici ed esperti ad applicare il termine giuridico di “genocidio” [15] con riferimento alle atrocità commesse da Israele nella Striscia di Gaza a seguito del 7 ottobre 2023. Nel mese di ottobre 2025, uno storico quanto fragile accordo di pace [16] tra Hamas e Israele è stato raggiunto sotto l’egida del presidente statunitense Donald Trump; nonostante l’intesa, però, le uccisioni a Gaza continuano e la prospettiva di una pace giusta e duratura tra Israele e Palestina appare ancora molto lontana.
A dispetto delle evidenti differenze di contesto, le similitudini tra i due scenari sono molteplici. In entrambi i casi, le popolazioni civili sono state intrappolate in conflitti asimmetrici, private di risorse essenziali per il loro sostentamento e sottoposte a una violenza che non distingue più tra combattenti e innocenti. L’assedio è diventato quindi uno strumento deliberato di guerra, volto a logorare e punire collettivamente comunità intere. Il nazionalismo, nelle sue varianti serbe (ma anche croate e bosgnacche) e israeliane, ha alimentato narrazioni che presentano l’altro come una minaccia esistenziale, legittimando così pratiche di esclusione, deportazione, uccisione e bombardamento indiscriminato.
Le differenze restano però sostanziali. La guerra in Bosnia-Erzegovina si collocava in un processo di frammentazione interna alla federazione jugoslava, con attori statuali e paramilitari che combattevano per il controllo di territori all’interno di un soggetto del diritto internazionale in disgregazione. Il conflitto israelo-palestinese, invece, si inserisce in una geografia mediorientale più complessa, intrecciata con interessi globali e con la presenza di altre potenze regionali nell’area. La Bosnia-Erzegovina fu teatro di un intervento internazionale tardivo, con la NATO che agì solo dopo anni di guerra e massacri. Anche la diplomazia multilaterale, guidata all’epoca dagli Stati Uniti di Bill Clinton, intervenne fuori tempo massimo, a genocidio già compiuto, giungendo nel novembre 1995 ad un accordo di pace tra le fazioni belligeranti a Dayton, Ohio, [17]. Nel caso israelo-palestinese, invece, la comunità internazionale è da decenni coinvolta politicamente e diplomaticamente nell’area mediorientale, anche se raramente è riuscita a tradurre le condanne in azioni concrete ed efficaci.
Dal punto di vista religioso, emergono alcune analogie significative tra i due contesti. Nella ex Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile la fede divenne un elemento di propaganda nazionalista: la Chiesa ortodossa sosteneva l’idea della “Grande Serbia” [18], il cattolicesimo di Zagabria rafforzava l’identità etnica croata e la componente musulmana bosgnacca identificava nell’Islam un fattore di resistenza e coesione, spesso reinterpretato in chiave politica.
In Israele, invece, l’ebraismo messianico viene oggi alimentato dal governo di Benjamin Netanyahu, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, che finanzia i coloni e incoraggia i loro insediamenti illegali in Cisgiordania, invocando la realizzazione di una “Grande Israele” che comprenda non solo Gaza e West Bank, ma anche aree del Libano, Siria, Giordania, Egitto e, seguendo alcune interpretazioni bibliche, Iraq e Arabia Saudita. Dall’altra parte, l’estremismo islamico trova espressione nell’azione terroristica di Hamas, che ha fatto dell’Islam radicale una giustificazione alla violenza e al martirio. Così come in Bosnia-Erzegovina l’appartenenza religiosa ha legittimato pratiche di pulizia etnica, in Medio Oriente la religione diviene oggi un terreno di scontro politico e militare, teso a ostacolare la costruzione di società pluraliste, laiche e inclusive.
Il riferimento al discusso Accordo di Dayton - che, parafrasando il diplomatico britannico Paddy Ashdown, “Fu un accordo eccellente per porre fine a una guerra, ma pessimo per creare uno Stato” [19]– potrebbe invece aprire delle riflessioni in merito alla possibilità di risolvere il conflitto in Medio Oriente attraverso la costituzione di una federazione israelo-palestinese, come peraltro paventato da diverse organizzazioni impegnate nella promozione della pace nella regione, come “A Land for All” [20]. Si tratta di un tema complesso - sotto questo punto di vista le differenze tra l’area balcanica e il Medio Oriente sono molto evidenti - ma che sarebbe comunque meritevole di ulteriori approfondimenti e comparazioni.
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[1] Per approfondire la questione si consiglia la lettura del dossier “Srebrenica, 30 anni dopo. Un genocidio nel cuore dell'Europa” pubblicato su GariwoMag nel mese di luglio 2025.
[2] Con il termine “pulizia etnica” si intende la messa in atto di azioni tese a “rendere un’area etnicamente omogenea utilizzando la forza o le intimidazioni per eliminare da quella determinata area persone di un altro gruppo etnico o religioso, violando in tal modo il diritto internazionale”, come definito dal “Rapporto finale elaborato dalla Commissione di esperti istituita ai sensi della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 780”.
[3] Come evidenziato nel “Framework of Analysis for Atrocity Crimes”, pubblicato nel 2014 dall’Ufficio ONU per la prevenzione del genocidio, ricadono nel cappello giuridico di “crimini atroci” le condotte ascrivibili a: crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini di genocidio.
[4] La scacchiera croata (šahovnica), simbolo storico della Croazia, fu adottata nello Stato Indipendente di Croazia (1941-1945) di Ante Pavelić come emblema ufficiale, con il primo campo bianco. Dopo il 1990 fu ripresa nello stemma nazionale della Croazia, sormontata da cinque scudi rappresentanti le regioni storiche.
[5] Il nome del movimento nazionalista e clerico-fascista croato di estrema destra guidato da Ante Pavelić.
[6] La Republika Srpska, Repubblica Serbia di Bosnia-Erzegovina, è un’entità politico-amministrativa proclamata durante la guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995). Il suo esercito, guidato da Ratko Mladić, si macchiò di due tra le pagine più tragiche del conflitto: l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica.
[7] Con il termine “Palestina mandataria” si fa riferimento al territorio amministrato dal Regno Unito dal 1920 al 1948, in ottemperanza al mandato istituito dalla Società delle Nazioni dopo la fine della Prima guerra mondiale. Il mandato britannico, che aveva l’obiettivo di amministrare il territorio e prepararlo all’indipendenza, fu segnato da crescenti tensioni tra la comunità ebraica e quella araba.
[8] L’Archivio Federale Svizzero fornisce un’analisi dettagliata delle vicende internazionali che portarono, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, alla proclamazione dello Stato di Israele: “Nel 1947 la Gran Bretagna annunciò la fine del suo mandato sulla Palestina rimettendosi per la soluzione della questione palestinese alle Nazioni Unite. Un Comitato speciale per la Palestina dell’ONU elaborò un piano di spartizione territoriale. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale dell’ONU approvò con una maggioranza di due terzi il piano, che prevedeva la spartizione della Palestina occidentale in uno Stato ebraico e in uno arabo. Il piano fu accolto con favore dagli ebrei, ma osteggiato dagli arabi. Alla vigilia della scadenza del mandato britannico, il 14 maggio 1948, il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele”.
[9] Con il termine Nakba (in arabo “catastrofe”) si indica l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi avvenuto nel 1948, in seguito alla guerra che accompagnò la nascita dello Stato di Israele, e la perdita delle loro terre e case.
[10] Si cita, ad esempio, il report “I Can’t Erase All the Blood from My Mind. Palestinian Armed Groups’ October 7 Assault on Israel”, pubblicato su Human Rights Watch il 17 luglio 2024.
[11] Il Framework of Analysis for Atrocity Crimes definisce i “crimini contro l’umanità” come l’insieme di “atti che fanno parte di un attacco diffuso o sistematico diretto contro qualsiasi popolazione civile”.
[12] Per approfondire questo tema si consiglia la lettura dei report curati da Genocide Watch “Genocide is Never Justifiable: Israel and Hamas in Gaza” del 4 febbraio 2024 e “Israel's Twelve Tactics of Genocide Denial” del 23 settembre 2025.
[13] Nel diritto internazionale, le contromisure sono atti (di per sé illeciti) che uno Stato leso può adottare contro lo Stato responsabile di un illecito, al fine di indurlo a cessare la violazione e a fornire riparazione. Il quadro giuridico di riferimento è costituito dagli articoli 49-54 del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati della Commissione del diritto internazionale, che stabiliscono che le contromisure devono essere proporzionate all'illecito, precedute da un invito a rispettare l'obbligo e ad adempiere alla riparazione, e cessare quando l'illecito viene meno. Sono vietate contromisure che violino il diritto cogente, i diritti umani e le norme di diritto umanitario.
[14] Questo dato viene confermato dal report “Reported impact snapshot | Gaza Strip” pubblicato dallo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) il 10 settembre 2025.
[15] Tra le pubblicazioni più autorevoli in materia si segnala “Legal analysis of the conduct of Israel in Gaza pursuant to the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide”, pubblicato dalla Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est e Israele, legata all’ONU, il 16 settembre 2025.
[16] I 20 punti che caratterizzano l’accordo possono essere consultati integralmente qui.
[17] Gli accordi di Dayton, firmati nella base aerea USAF Wright-Patterson di Dayton, Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović – rappresentanti rispettivamente dei tre gruppi etnici in conflitto, serbi, croati e bosgnacchi – sancirono ufficialmente la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina, ideando al tempo stesso l’attuale assetto politico-istituzionale del paese.
[18] Con il termine “Grande Serbia” (in serbo: Велика Србија, Velika Srbija) si indica un concetto politico-ideologico di matrice nazionalista e irredentista, volto a delineare uno Stato serbo esteso a comprendere tutti i territori abitati in prevalenza da popolazioni di etnia serba. Tale visione mira alla riunificazione, all’interno di un’unica entità statale, dei serbi e delle aree storicamente considerate serbe presenti in Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia.
[19] La citazione di Paddy Ashdown viene citata nell’approfondimento “Peace and Ethnocracy: Twenty Years after Dayton”, firmato da Alfredo Sasso e pubblicato su International Catalan Institute for Peace.
[20] Per approfondire la questione si rimanda al sito web dell’organizzazione.
