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La storia spezzata, alla vigilia del ricordo del genocidio di Srebrenica

di Tatjana Dordevic

Nel 2016, la Fondazione "Krila nade" (Foundation Wings of Hope), insieme ai veterani della guerra in Bosnia ed Erzegovina, ha lanciato un progetto chiamato "Dai figli della guerra ai figli della pace". Gli ex giovani combattenti, cioè i soldati dell'esercito della Repubblica di Bosnia, dell'esercito della Repubblica Srpska e del Consiglio di difesa croato, hanno organizzato attraverso questo progetto un campo di sette giorni a Bjelašnica, una montagna nella Bosnia centrale, per gli studenti di 30 scuole superiori in Bosnia ed Erzegovina. Un tempo su fronti opposti, in quell'occasione, gli ex giovani combattenti, serbi, bosniaci e croati, hanno cercato di trasmettere insieme le loro esperienze di guerra durante il periodo 1991-1995, soprattutto spiegando perché è sempre necessario rinunciare a prendere le armi.

Kemal Šalaka aveva solo diciotto anni quando è partito per combattere. Il suo discorso ai giovani ragazzi che hanno partecipato a quel progetto è stato apprezzato dalla sua famiglia e da molti amici, mentre altri l’hanno additato come un traditore, un amico dei četnici e degli ustaše (serbi e croati filo-fascisti).

"Ognuno di noi è andato in guerra per paura e per proteggere la propria famiglia. Pertanto, ora dobbiamo lottare in modo preventivo affinché ciò non accada di nuovo", ha detto Šalaka ai ragazzi partecipanti, sottolineando l'importanza di studiare la storia, ma non solo quella scritta dai vincitori.

Gli studenti di quelle scuole appartengono a diverse nazionalità e all'inizio erano un po' scettici, ma alla fine hanno accolto il progetto con grande entusiasmo. Tuttavia, nonostante fosse previsto che venisse realizzato in tutte le città e scuole della Bosnia ed Erzegovina, il progetto "Dai figli della guerra ai figli della pace" non ha ottenuto l'approvazione del Ministero dell'Istruzione e della Cultura della Repubblica Srpska. “La tematica dell'ultimo conflitto è affrontata solo in modo informativo nei programmi scolastici della Repubblica Srpska e quindi non sarebbe opportuno che le organizzazioni non governative si occupino di educazione su argomenti che la scienza storica non ha sufficientemente chiarito", si poteva leggere nella lettera che ha spiegato le motivazione del respingimento del progetto da parte del Ministero dell'Istruzione e della cultura.

Proprio nelle scuole della Repubblica Srpska, gli studenti delle superiori non sanno esattamente cosa sia successo a Srebrenica. Le autorità stesse di quella parte della Bosnia negano che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio, relegando quanto avvenuto in quel luogo al grado di "grave crimine". Tuttavia, anche gli studenti in Serbia non sanno esattamente cosa sia accaduto a Srebrenica o durante l'assedio di Sarajevo.

In uno dei libri di storia edito dalla casa editrice "Novi Logos" si legge: "Sarajevo era sotto un blocco parziale da parte delle forze militari serbe, e molti serbi rimasero imprigionati nella città poiché le forze musulmane non permettevano loro di lasciarla. Si verificavano costantemente combattimenti attorno alla città, e al suo interno venivano commessi crimini di guerra contro i serbi, come confermato nel 2021 da una commissione internazionale indipendente".

Il fatto confermato è che Sarajevo sia stata sottoposta a un assedio da parte delle forze militari serbe per quattro anni, durante i quali sono stati uccisi 11.500 cittadini, tra cui 1.600 bambini. Un altro fatto confermato è che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio in cui sono stati uccisi oltre 8.000 ragazzi e uomini musulmani bosniaci. Tuttavia, in questo libro di storia non vi è alcuna menzione di questi fatti. La stessa situazione si presenta quando si parla dei conflitti in Croazia, così come in Kosovo. In questo libro, i serbi vengono descritti come difensori dello stato o vittime. Ad esempio, l'introduzione della lezione sulla guerra in Croazia dal '91 al '95 inizia con questa frase: "In Croazia è scoppiata una guerra civile che ha causato molte vittime tra il popolo serbo".

Parlando dei crimini che non erano diretti contro la popolazione serba, si utilizza la voce passiva e il lettore viene a sapere solo dell'avvenuta commissione di suddetti crimini, senza conoscerne il destinatario. In questi casi, gli studenti possono facilmente presumere che le vittime siano solo i serbi, a causa della narrazione sulla sofferenza del popolo serbo che permea l'intera lezione.

Non avviene niente di meglio quando si parla dei libri scolastici di storia in Croazia o Bosnia. In molti di essi, stampati tra gli anni '90 e oggi, i serbi e la storia serba vengono ritratti in modo estremamente negativo, e in quasi tutti prevale la divisione tra "noi" e "loro". Non vi è alcuna menzione della pulizia etnica dei serbi nel 1995 in Croazia e in alcuni dei libri non si fa alcun riferimento al campo di concentramento di Jasenovac che è stato istituito in Croazia durante la Seconda guerra mondiale.

Tutto ciò indica che nei paesi dei Balcani occidentali, a più di due decenni dalla fine della guerra, non esiste ancora il desiderio profondo di riconciliazione. E questo ci insegna che finché i bambini non sapranno cosa hanno fatto i loro "genitori" e cosa è successo in uno dei conflitti europei più devastanti della storia moderna, sarà difficile avviare un processo di dialogo.

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