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Sarajevo 1984, dalle Olimpiadi all’assedio

di Giacomo Corbellini

Tra le affollate strade di Baščaršija, la zona più centrale di Sarajevo, si alternano moschee e chiese cristiane, così come bazar ottomani e palazzi in stile viennese. Una città cosmopolita e multiculturale da sempre, che ancora oggi mostra con orgoglio e malinconia gli alti e bassi della sua sfortunata storia novecentesca. Eppure, in queste fredde settimane di febbraio, la capitale bosniaca sembra essere tornata a quel favoloso inverno del 1984, quando la Jugoslavia era unita e i venti nazionalisti ancora non soffiavano sui Balcani.

Dall’8 al 19 febbraio di quarant’anni fa, a Sarajevo si tennero infatti i quattordicesimi Giochi olimpici invernali, i primi mai disputati in un paese socialista. I secondi in assoluto dopo quelli estivi di Mosca 1980. La città sulla Miljacka si era aggiudicata la possibilità di poter disputare i Giochi olimpici sei anni prima, quando, il 19 maggio 1978, il Comitato olimpico internazionale (CIO) aveva scelto Sarajevo quasi all’unanimità (36 voti su 38), preferendola sorprendentemente alle ben più gettonate Sapporo e Göteborg.

Le Olimpiadi di tutti

Prima di parlare delle Olimpiadi di Sarajevo occorre però fare un passo indietro. Nel 1955 a Bandung, in Indonesia, si tenne la conferenza che diede inizio al cosiddetto movimento degli “stati non allineati”. Si trattava di un sodalizio promosso dai paesi che non intendevano far parte né del blocco occidentale a guida statunitense, né del blocco comunista diretto dall’Unione Sovietica, sfuggendo in questo modo alle logiche di potenza tipiche della guerra fredda. Josip Broz Tito – la cui spaccatura con Mosca si era consumata tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, a seguito dei dissapori con Stalin – era stato uno degli ideatori dell’intesa, poi costituita ufficialmente a Belgrado nel 1961.

Due decenni più tardi, quella decisione avrebbe reso Sarajevo un luogo di distensione negli anni dei boicottaggi olimpici. Com’è noto, infatti, gli atleti statunitensi disertarono per motivi politici le Olimpiadi di Mosca 1980; lo stesso fecero poi, nell’estate del 1984, quelli sovietici, non partecipando alle Olimpiadi di Los Angeles. I Giochi olimpici invernali di Sarajevo sono invece passati alla storia come le “Olimpiadi di tutti”. Il “non allineamento” jugoslavo aveva infatti consentito la partecipazione sia dell’Unione Sovietica che degli Stati Uniti, un unicum nella prima decade sportiva degli anni ’80. Proprio lo stesso Tito, morto quattro anni prima dello svolgimento dei Giochi, era stato un forte promotore dell’iniziativa, anche se non poteva certo immaginarsi che la strategia politica messa nero su bianco a Belgrado nel 1961 avrebbe reso le prime (e uniche) Olimpiadi jugoslave così plurali e partecipate.

Il miracolo del 7 febbraio

A Sarajevo la neve non è mai stata un problema. Sono frequenti le fitte nevicate invernali, con i monti che circondano la città che spesso sono innevati da fine ottobre a primavera inoltrata. Non fu così nel 1984, l’anno delle Olimpiadi. I lavori per la realizzazione degli impianti sportivi e delle strutture di accoglienza per atleti, addetti ai lavori e giornalisti erano già stati completati da tempo, con l’attuale capitale bosniaca pronta a mostrare il proprio vestito migliore per l’occasione. Si trattava chiaramente di un’enorme opportunità per la città e per la Jugoslavia intera, con migliaia di ragazzi e ragazze che da tutte le federazioni erano accorsi sulla Miljacka come volontari. La mascotte Vučko, un lupo di montagna stilizzato opera del pittore sloveno Jože Trobec, tuttora uno dei simboli più riconoscibili di Sarajevo, già presenziava tra le vie del centro, così come più di 1500 atleti provenienti da 49 paesi diversi, un record per l’epoca.



Mancava solamente il dettaglio più importante per una città che si appresta ad ospitare i Giochi olimpici invernali. La neve, appunto. Un problema non di poco conto, soprattutto se si pensa che i luoghi di montagna prescelti per lo svolgimento delle gare erano tutti situati sulle Alpi Dinariche che circondano Sarajevo, a meno di 25 chilometri di distanza dal centro cittadino. Una beffa esagerata se si pensa alla meticolosa preparazione che aveva preceduto l’evento e alla trepidante attesa degli abitanti della città, che alcuni anni prima avevano addirittura deciso, a seguito di un referendum, di destinare il due per cento del proprio stipendio per contribuire alle spese olimpiche. Fortunatamente, come nel più bello dei sogni, la neve si presentò la sera del 7 febbraio 1984, poche ore prima dell’inizio ufficiale dei Giochi. Una coincidenza che rese la cerimonia di inaugurazione ancora più suggestiva e indimenticabile.

Il centro del mondo

Le Olimpiadi di Sarajevo furono un successo, “le più belle di sempre” secondo il presidente del CIO dell’epoca, Juan Antonio Samaranch. Sicuramente furono le più plurali e partecipate degli anni ’80, riuscendo nel difficile compito di far gareggiare insieme acerrimi rivali politici. Perché lo sport deve unire e non dividere. Due settimane, quelle del febbraio 1984, che consentirono a Sarajevo di diventare il “centro del mondo”. Un primato gioioso, che la città non ha più scordato, com’è possibile evincere dai festeggiamenti che vengono organizzati in occasione di ogni decennale. Un ricordo indelebile per gli abitanti della capitale bosniaca, scalfito solo in parte dagli orrori della guerra.

C’è stato un altro momento, infatti, in cui Sarajevo ha riempito le prime pagine dei giornali internazionali ed è stata la triste protagonista dei servizi televisivi. C’è stato un altro momento in cui Sarajevo è stata “il centro del mondo”, ma per un motivo tutt’altro che positivo. Quel mosaico cosmopolita e multiculturale che era la Jugoslavia – federazione politica in cui convivevano “sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni e due alfabeti” – si è sfaldato pochi anni dopo i Giochi olimpici del 1984, uno degli ultimi ricordi felici dei Balcani prima della guerra. 

La morte di Tito aveva rappresentato un punto di rottura insanabile per gli stati che componevano la federazione jugoslava. Di lì a poco si sarebbe verificato un progressivo aumento di episodi di nazionalismo e manifestazioni di odio etnico-religioso, che portarono in seguito allo scoppio di un sanguinoso “conflitto tra fratelli”. Nell’aprile 1992, otto anni dopo lo svolgimento dei Giochi olimpici, le truppe dell'Armata Popolare Jugoslava e dell'esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina circondarono Sarajevo, sbarrarono tutte le principali vie d’accesso alla città e cominciarono un lungo e violento assedio durato 1425 giorni, fino al febbraio 1996. Le vittime furono quasi 12mila, tra cui 1600 bambini, e i feriti più di 50mila. 

Gli stessi luoghi simbolo delle Olimpiadi divennero in poco tempo tristi teatri di crimini di guerra e contro l’umanità: la pista costruita sul monte Trebević per disputare le gare di bob e slittino venne convertita durante l’assedio in una postazione d’artiglieria; il podio in cemento dove venivano premiati gli atleti fu utilizzato come sito per le esecuzioni da parte delle truppe assedianti; il moderno hotel costruito nel villaggio olimpico per sportivi e addetti ai lavori fu trasformato in una prigione; la cabinovia di Sarajevo, che dal 1959 collegava il centro città con il monte Trebević, venne completamente distrutta.

Cosa resta delle Olimpiadi e dell’assedio?

Anche dopo la fine dell’assedio, i monti che circondano la capitale bosniaca sono stati a lungo inaccessibili a causa della folta presenza di mine inesplose. Si tratta soltanto di una parte dell’eredità lasciata dal più duraturo assedio di una capitale nella storia contemporanea. Molti abitanti di Sarajevo continuano, anche a distanza di tanti anni dalla cessazione delle ostilità, a non mettere piede sui pendii che si affacciano sul centro cittadino, luoghi che incutono un terrore che solamente il tempo forse potrà lentamente scalfire. Nonostante ciò, la città ha lentamente ricominciato a fiorire, così come le montagne che la circondano. Gran parte di Baščaršija è stata ricostruita. Nel 2018 ha inoltre riaperto la cabinovia che era stata distrutta durante l’assedio; oggi, grazie alle sue 33 cabine, può trasportare sul monte Trebević 1200 persone ogni ora. Sulle montagne in tanti segnalano un ritorno alla vita così com’era prima dell’assedio, con alberghi, ristoranti e bar che sono stati ricostruiti e migliaia di escursionisti e sciatori che ogni giorno, sia d’inverno che d’estate, raggiungono i pendii che svettano sulla capitale bosniaca.

Sono proprio i continui sali-scendi ad aver caratterizzato la storia recente di quel magnifico incontro di popoli, culture e religioni che è Sarajevo, passata nel giro di pochi anni dall’essere il teatro dei Giochi olimpici a quello di un assedio sanguinoso e fratricida, i cui segni sono ancora oggi ben visibili, sia sulle facciate degli edifici che negli occhi della gente. Ma in questi giorni di febbraio, quarant’anni dopo i Giochi, una gigantografia della mascotte Vučko svetta orgogliosamente sulla vječna vatra, la fiamma eterna che ricorda le vittime militari e civili della Seconda guerra mondiale a Sarajevo e in Bosnia-Erzegovina. Lo stesso vale per la fiamma olimpica che durante i Giochi ardeva incessantemente allo Stadio Koševo, ma che ancora oggi è metaforicamente presente in tante aree del centro abitato e delle montagne circostanti. Dopotutto, non ce l’hanno fatta 1425 giorni di assedio a scalfire lo spirito olimpico di Sarajevo e dei suoi abitanti. Che cosa volete che sia il logorio del tempo per chi ha potuto ospitare le “Olimpiadi più belle di sempre”?

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