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Liberare la Shoah dal ghetto ebraico

di Daniel Blatman

Hebrew University, sede del 5° Congresso Globale sui Genocidi

Hebrew University, sede del 5° Congresso Globale sui Genocidi

Riportiamo di seguito la traduzione dell'articolo di Daniel Blatman pubblicato su Haaretz 19 maggio 2016. Nel box approfondimenti è disponibile anche la replica di Yehuda Bauer alla riflessione di Blatman.

A giugno, circa 120 studiosi internazionali e 30 colleghi israeliani verranno a Gerusalemme, alla Hebrew University e al Van Leer Jerusalem Institute, per il 5° Congresso Globale sui Genocidi della Rete internazionale degli studiosi dei genocidi (International Network of Genocide Scholars). Relatore speciale sarà il Consigliere speciale delle Nazioni Unite per la Prevenzione dei Genocidi Adama Dieng. Tra gli organizzatori, la tedesca Fondazione Rosa Luxemburg e diverse università straniere. Palesemente assente Yad Vashem, nessuno dei cui ricercatori si è premurato di inviare un comunicato alla conferenza.

Nessuno delle centinaia di eventi scientifici organizzati da Yad Vashem è stato dedicato alla Shoah e ai genocidi. Yad Vashem non ha offerto cattedre sul genocidio degli armeni del 1915, né sull’annientamento dei tutsi in Ruanda nel 1994. Bisogna compiere una minuziosa ricerca per trovare un qualsiasi riferimento alla distruzione di altri popoli nell’Olocausto, e lo scopo principale di questa istituzione sembra sia quello di zittire ogni critica. Analoghi musei a Parigi e Washington tengono attività regolari su questi argomenti. Recentemente hanno organizzato eventi per commemorare il 100° e il 20° anniversario, rispettivamente del genocidio armeno e di quello contro i tutsi.

La maggior parte dei ricercatori sulla Shoah sta alla larga dalle conferenze sui genocidi. Un assioma vecchio di 50 anni dice che l’Olocausto appartiene a una categoria a sé stante, anche se era chiaramente un caso di genocidio. “L’unicità dell’Olocausto”, la chiamano. Questa distinzione, che nasce unicamente da un desiderio di marcare i confini di una condizione di vittime distinta degli ebrei, deve essere sradicata.

Israele “esplose” nel 1988, quando il prof. Yehuda Bauer pubblicò su Haaretz “Il bisogno di dimenticare”, un articolo in cui chiedeva di smetterla con il “culto della morte” delle commemorazioni della Shoah. Elkana scrisse: “Non mandate i ragazzi a Yad Vashem” (era prima dei viaggi scolastici ad Auschwitz).

“... il più profondo fattore politico e sociale che motiva l’atteggiamento di gran parte della società israeliana nei confronti dei palestinesi non è la frustrazione personale, ma piuttosto una profonda angoscia esistenziale (una sorta di ‘angst’), che si nutre di una particolare interpretazione delle lezioni della Shoah e della disposizione a credere che tutto il mondo sia contro di noi, e noi siamo l’eterna vittima”, scrisse.

Per molti anni, il giudeo-centrismo ha determinato il corso degli studi sull’Olocausto in Israele, ricerche che disattesero il loro intento di delucidare la spiegazione storica. Per decenni, nelle università israeliane non si sono tenuti corsi sui genocidi (eccetto un corso universitario in laurea di primo livello alla Open University), mentre gli studi sulla Shoah sono cresciuti in maniera sproporzionata. Non suscita alcuna meraviglia il fatto che non siano state prodotte pubblicazioni sui genocidi e l’Olocausto, mentre esistono infiniti studi sulle numerose città della Polonia o dell’Ucraina dove gli ebrei furono uccisi. Alcuni di questi lavori sono eccellenti, ma è raro che affrontino le atrocità naziste contro altri gruppi etnici (i rom, i polacchi o i russi) negli stessi centri urbani.

L’ossessione del sistema educativo israeliano per la Shoah, che è arrivata a estendersi alle scuole materne, non forma studenti universitari che sappiano qualcosa del razzismo, del totalitarismo e di altri atti genocidari. Sicuramente gli alunni sanno tutto: hanno studiato che gli ebrei sono stati eliminati in Polonia (dove hanno compiuto patriottiche visite di studio nelle quali si lavava loro il cervello) e hanno appreso che venivano uccisi in quasi ogni nazione europea. Percepiscono la gravità dell’Olocausto, ma non sanno veramente che cosa accadde in esso. Per lo più possono dire che era causato dall’antisemitismo, una spiegazione che si accorda con l’identità di vittime alimentata in loro dall’infanzia.

La Shoah è una grande componente dell’identità nazionale ebraico-israeliana. Serve i fini politici del discorso proto-fascista, razzista e vittimista della destra, finalizzato a cancellare i continui crimini contro i palestinesi e a porre il mondo cristiano eternamente in condizione di doversi scusare. Elkana ha scritto: “La stessa esistenza della democrazia è messa in pericolo quando la memoria dei morti partecipa attivamente al processo democratico. I regimi fascisti hanno capito molto bene questo meccanismo e l’hanno sfruttato”. Una generazione più tardi, le sue parole sembrano profetiche.

Il mondo accademico ha il dovere di presentare una contro-narrazione. Yad Vashem deve partecipare a questo sforzo. E non a causa di limiti legali o perché la visione storica dominante freni dal rompere i confini isolazionisti dell'Olocausto. Anche se lo fa involontariamente, Yad Vashem aiuta a mantenere l’Olocausto in un ristretto ghetto ebraico che serve gli scopi delle manipolazioni xenofobe attuate da Israele.

Si stanno compiendo innovative scoperte nello studio congiunto dell’Olocausto e degli altri genocidi: per esempio, gli ideologi hutu in Ruanda hanno creato una “dottrina razziale” che si ispirava alle stesse idee sulle quali si era basato l’annientamento degli ebrei 60 anni prima. Gli Stati che hanno collaborato a distruggere gli ebrei, come l’Ungheria, la Romania e la Croazia, l’hanno fatto per ragioni diverse da quelle dei nazisti, e hanno anche perseguitato e ucciso altre minoranze – i rom, i serbi – a volte con ancora maggiore determinazione rispetto a quella esercitata per annientare gli ebrei.

Isolare gli studi dell’Olocausto da quelli sugli altri genocidi è artificiale e tendenzioso, come lo sarebbe studiare Napoleone separatamente dalla Rivoluzione Francese. Il Congresso di Gerusalemme adotta un approccio opposto, come espresso nel titolo: “Intersezioni: studi dell’Olocausto, ricerca sui genocidi e storie di violenza di massa”. Le intersezioni sono le più varie possibili, e vanno dallo studio dei genocidi in Africa alla violenza delle dittature in Sud America, fino alle persecuzioni delle minoranze cristiane nell’Impero Ottomano e allo status dei diritti umani in Israele e nei Territori.

4 giugno 2016

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