C’è un momento, negli stadi, in cui la politica entra senza bussare. Non lo fa sempre con un coro. A volte arriva con un contratto, una firma, un bonifico. Altre volte con una scritta sul muro, fatta in fretta, con la vernice che cola come una frase detta male.
La geopolitica sportiva, oggi, non è più soltanto il potere dei soldi che sposta gli eventi come pedine – dai Mondiali di calcio alla Formula 1 – ma anche l’attrazione, o la repulsione, per valori e disvalori che attivano le curve dentro una coerenza ‘culturale’ e dentro appartenenze che si sentono identità. Lì dove gli stadi sembrano diventati nuove agorà: si passa dalla lotta di classe sul prezzo dei biglietti all’appoggio incondizionato a una causa, fino al bisogno di dichiararsi – soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza – come se restare in silenzio fosse già una scelta politica.
L’ultimo episodio, in ordine di tempo, ha avuto come scena il mercato di gennaio e come protagonista un nome sconosciuto ai più: Jocelin Ta Bi, ala ivoriana, in uscita dal Maccabi Netanya. La protesta, almeno nelle intenzioni dichiarate, non nasceva contro il calciatore: nasceva contro il club israeliano e contro ciò che, attorno a quel club, era percepito come una filiera. Un fondo statunitense, investimenti incrociati, una società che sviluppa droni a uso militare e che, nella narrazione pubblica dei contestatori, diventa l’ombra lunga dell’Idf. Il mercato, che di solito si misura in dribbling e statistiche, veniva improvvisamente letto in altro modo: non come sport, ma come catena di partecipazioni; non come scouting, ma come complicità. Il club scozzese (il Celtic di Glasgow, ndr) ha fatto marcia indietro e Ta Bi è finito al Sunderland, dove, almeno in apparenza, la cornice geopolitica non ha pesato allo stesso modo.
Chiedimi chi era Rosenthal
Questo episodio ne richiama alla memoria un altro, distante nel tempo eppure vicino nel meccanismo: la pressione del tifo su un club per impedire l’arrivo di un calciatore. Nell’estate del 1989 l’Udinese tentò di acquistare Ronny Rosenthal, attaccante israeliano allora allo Standard Liegi. Scavando in questa storia si trovano minacce, svastiche, e un antisemitismo che non aveva bisogno di pretesti sofisticati: non contestava una politica, non inseguiva filiere, non parlava di investimenti. Colpiva un’identità. Un odore così nauseabondo da essere percepito come problema pubblico e non come semplice “episodio di tifo”, tanto da generare perfino un’eco parlamentare. L’Udinese comunicò che le visite mediche avevano evidenziato un problema vertebrale; al suo posto arrivò dal River Plate Abel Balbo.
L’unica somiglianza vera, tra le due vicende, è dunque la pressione esercitata sui rispettivi club. Per il resto si muovono su piani diversi: da una parte l’odio identitario, nudo; dall’altra un conflitto di valori che prova a darsi una grammatica – filiere, fondi, responsabilità indirette – dentro una stagione in cui la politica internazionale appare sempre più incapace di offrire una cornice condivisa e credibile. Il rischio, però, è identico: quando il caos cresce, la tentazione di semplificare diventa irresistibile. E lo sport, che vive di simboli, accelera la semplificazione.
Sarebbe banale fermarsi a dire che “nel mezzo” c’è stato il 7 ottobre 2023: la complessità del conflitto israelo-palestinese, e la sua lunga sedimentazione, meriterebbero altri palcoscenici. Ma è difficile negare che quel giorno e ciò che ne è seguito abbiano cambiato la temperatura emotiva con cui molte persone guardano a Israele, e spesso oltre Israele: fino agli israeliani e, per slittamento, fino agli ebrei. È qui il terreno minato: quando una tragedia geopolitica diventa filtro con cui leggere le persone.
Non serve molta retorica per dire che il mondo si è polarizzato: lo certificano le istituzioni. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani parla di un forte aumento di odio – antisemitismo e islamofobia inclusi – “dopo il 7 ottobre”, online e offline. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali – FRA –, pur basando la sua grande indagine su dati raccolti prima dell’ottobre 2023, aggiunge evidenze successive tramite consultazioni con organizzazioni ebraiche: la percezione di insicurezza cresce, e cresce anche la sensazione di essere chiamati a rispondere delle azioni del governo israeliano. Intanto, i sondaggi segnalano un fatto grezzo: in Europa occidentale la simpatia per Israele scende a minimi storici. Anche questo conta, perché l’immaginario collettivo non è un elemento decorativo: decide quali simboli diventano tollerabili e quali diventano intollerabili.
Il punto, però, non è stabilire chi “ha ragione” in una tragedia geopolitica. Il punto è vedere come quella tragedia viene metabolizzata nello spazio più emotivo e semplificatore che abbiamo: lo sport, che non è mai stato neutrale.
Antisemitismo, antisionismo, islamofobia e il grande equivoco della colpa collettiva
Nel dibattito pubblico, la linea tra antisemitismo e antisionismo viene spesso tracciata con il righello della tifoseria: dritto quando conviene, storto quando serve. Le definizioni aiutano, se usate come bussola e non come clava.
L’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance – offre una working definition non vincolante: antisemitismo come una certa percezione degli ebrei, che può esprimersi come odio verso gli ebrei e le loro istituzioni. La Jerusalem Declaration on Antisemitism – JDA – prova a chiarire quando la critica a Israele o al sionismo oltrepassa quella soglia e quando, invece, resta nel campo della legittima espressione politica. Tradotto in linguaggio da gradinata: quando il bersaglio è “l’ebreo in quanto ebreo”, siamo nell’antisemitismo; quando il bersaglio è la politica di uno Stato, possiamo essere nel dissenso politico. Ma il dissenso può degradare, e spesso lo fa, in colpa collettiva e stereotipo.
In questo senso, la vicenda friulana resta, purtroppo, quasi “didattica”: non c’è critica a una legge, a un’occupazione, a una guerra. C’è l’immaginario nazifascista riciclato contro un atleta, con simboli e parole che non lasciano alibi interpretativi. L’episodio scozzese è diverso: nasce da una transazione letta come normalizzazione o complicità economica con uno Stato in guerra, tramite catene di investimento. È un discorso strutturale, non identitario. Finché non scivola, perché può scivolare, nel marchio personale: quando il ragionamento si scarica addosso a un individuo come se fosse un passaporto morale ambulante.
Ogni filtro, però, produce simmetrie. E lo stesso meccanismo, capovolto, colpisce spesso atleti arabo-musulmani: non più “sei ebreo quindi…”, ma “sei musulmano quindi…”. Così la geopolitica diventa un’etichetta da appiccicare alle persone.
Gli “specchi” arabo-musulmani: quando la fede diventa un bersaglio
Londra, gennaio 2019. Mohamed Salah gioca, segna, esulta. E intanto la sua identità viene usata come insulto. Il caso arriva fino a una condanna: un tifoso del West Ham si dichiara colpevole di un reato aggravato di ordine pubblico e riceve un football banning order. È un esempio netto di islamofobia nello sport: non contestazione politica, ma attacco all’appartenenza religiosa percepita.
Mainz, ottobre 2023. Anwar El Ghazi pubblica un contenuto pro Palestina, nel pieno della tempesta emotiva post 7 ottobre. Il club lo sospende e poi lo licenzia. E qui la partita si sposta dove il tifo di solito non arriva: in tribunale. Nel novembre 2025 la corte regionale del lavoro del Renania-Palatinato respinge l’appello e mantiene la decisione di primo grado: il licenziamento non regge. Lo certifica lo stesso club in un comunicato. È un caso prezioso perché mette nero su bianco un punto spesso confuso: la politicizzazione dello sport non è solo “cori e bandiere”, è anche diritto del lavoro, libertà di espressione, valori aziendali, reputazione.
Un passo indietro. Nella Germania del 2018 Mesut Özil lascia la nazionale e parla di razzismo e di “disprezzo” verso le sue radici turche, raccontandosi come tedesco quando si vince e immigrato quando si perde. Il tema non è Gaza, ma lo schema antropologico è lo stesso: l’atleta come campo di battaglia per l’identità nazionale e per le paure politiche.
Parigi, gennaio 2024. Karim Benzema pubblica un messaggio su Gaza e si ritrova trascinato in un frame securitario: un ministro lo associa alla Fratellanza Musulmana; lui presenta una denuncia per diffamazione. Un’altra forma di “trattamento simile”: non lo stadio contro l’atleta, ma la politica che usa l’atleta come simbolo, e l’atleta che risponde con il diritto.
Questi episodi non sono intercambiabili, e infatti non vanno fusi in una zuppa unica del “razzismo nello sport”. Sono modalità diverse con cui la storia entra nel calcio: l’insulto identitario (Salah), il conflitto tra valori e contratto (El Ghazi), la crisi della rappresentanza nazionale (Özil), la delegittimazione politica (Benzema).
Che cosa è cambiato davvero, dopo Gaza: lo Stato come lente, il tifo come acceleratore
Se c’è un cambiamento nell’immaginario collettivo, è questo: l’identità israeliana – e spesso, ingiustamente, quella ebraica – viene “statizzata” più in fretta; l’identità arabo-musulmana viene “securitizzata” più in fretta. Israele diventa scorciatoia per “guerra”; musulmano diventa scorciatoia per “sospetto”. È la scorciatoia il problema, perché cancella le biografie.
Le organizzazioni sportive lo sanno, almeno a livello dichiarativo: UEFA include esplicitamente antisemitismo e islamofobia tra le discriminazioni da contrastare nel calcio europeo. E anche in ambito ONU, in documenti che parlano di sport e antisemitismo, ricompare il legame tra bigottismo e clima post 7 ottobre.
Kapuściński, quando raccontava gli imperi e le loro periferie, aveva un trucco semplice: guardava i dettagli per non farsi ingannare dalle bandiere. Qui i dettagli sono scritte, contratti, banning orders, sentenze, denunce. E tutti dicono la stessa cosa: la guerra, quando arriva nello sport, tende a chiedere alle persone di diventare simboli. Il lavoro del giornalismo, quando è fatto con lucidità, è rifiutare questa richiesta, senza negare il contesto. E soprattutto tenere ferma una distinzione che sembra banale finché non serve: criticare uno Stato è legittimo; colpire un individuo per la sua identità è odio.
Non è una conclusione “equidistante”. È una conclusione tecnica, quasi igienica: se non separiamo le categorie, finiamo per chiamare tutto “antisemitismo” o tutto “antisionismo”, tutto “islamofobia” o tutto “sicurezza”. E quando tutto significa tutto, alla fine non significa più niente, se non il rumore.
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