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La cura: educare le giovani generazioni al tifo positivo

L'odio nello sport

Come evidenziato dal presidente di Gariwo Gabriele Nissim, “Lo sport è un ambito fondamentale nel mondo contemporaneo per sviluppare la comprensione e l’amicizia tra esseri umani di diversi Paesi, culture e religioni (…) Lo sport crea una lingua comune e universale tra le persone che gareggiano e si basa sempre su una relazione con l’altro. Questa caratteristica ha delle potenzialità enormi per migliorare il mondo, la nostra società e persino per promuovere la pace, come avevano compreso gli antichi greci, che in occasione delle Olimpiadi sospendevano le guerre”. Lo sport unisce, abbatte muri e aiuta a costruire ponti tra popoli e culture diverse, spazzando via l’odio e la sopraffazione. Basta pensare, ad esempio, alla famosa tregua di Natale del 1914, quando i soldati tedeschi, francesi e britannici – che da mesi combattevano sul fronte occidentale - decisero di spostare per qualche ora le ostilità dalle trincee al campo di calcio. Oppure alla profonda amicizia che legò gli atleti Jesse Owens e Luz Long durante le Olimpiadi organizzate dalla Germania nazista a Berlino nel 1936. Afroamericano il primo, tedesco il secondo, ma non per questo nemici.

È necessario, dunque, promuovere una nuova coscienza sportiva basata sulla fratellanza e la solidarietà e mai sull’odio e la sopraffazione. Si tratta di un’attività che dovrebbe essere incentivata fin dall’infanzia nelle scuole e negli altri luoghi di formazione, dalla famiglia ai centri sportivi. “Io sostengo da tempo che l'educazione al tifo debba essere una materia di insegnamento nell'ambito dell'educazione civica, sin dalla scuola materna – continua Arturi - L'educazione al tifo nell'ambito dell'educazione civica deve entrare nelle scuole, deve essere una materia base nella nostra attuale situazione, che sotto questo punto di vista è culturalmente depressa”. A tal proposito, è bene sottolineare l’esistenza di alcuni esempi positivi e virtuosi, come il programma “Tifo positivo” promosso dalla Fondazione Candido Cannavò. “Si tratta di un’iniziativa che noi della Fondazione Candido Cannavò per lo sport – ci spiega Arturi - abbiamo visto nascere, che è stata l'ultima cosa di cui si interessò Candido quando era ancora in vita. Ma non solo. Ci sono delle iniziative che funzionano, seppur isolate. Ci sono dei casi di curve che hanno fatto dei gesti positivi. Penso a gesti di solidarietà nei confronti di persone in difficoltà, che fanno da contraltare alle curve che urlano “devi morire” quando l'avversario cade e si fa male”. “La chiave a lungo termine è quella di insegnare il tifo sin dall'asilo. Per quanto riguarda l'Italia, c'è un'emergenza che non è riconosciuta perché le istituzioni sportive calcistiche (e non solo) sono in colossale ritardo. Affrontiamola partendo dal riconoscerla come tale. Riguarda tutti”, conclude Arturi. Educare dunque le giovani generazioni a riconoscere e contrastare il discorso d’odio nello sport. Come abbiamo visto, si tratta di un fenomeno subdolo che può assumere forme e palcoscenici differenti, dal cortile della scuola e dal campetto di provincia fino agli stadi di Serie A. Solamente insegnando ai più giovani a tifare in maniera positiva - senza vedere l’avversario come un nemico da sconfiggere a tutti i costi, anche attraverso l’utilizzo sconsiderato della violenza fisica e verbale – sarà possibile sradicare una volta per tutte l’hate speech dal mondo dello sport.


Questo contenuto fa parte del dossier
Come curare le ferite dell'odio.
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22 gennaio 2025