Come evidenziato dal presidente di Gariwo Gabriele Nissim, “Lo sport è un ambito fondamentale nel mondo contemporaneo per sviluppare la comprensione e l’amicizia tra esseri umani di diversi Paesi, culture e religioni (…) Lo sport crea una lingua comune e universale tra le persone che gareggiano e si basa sempre su una relazione con l’altro. Questa caratteristica ha delle potenzialità enormi per migliorare il mondo, la nostra società e persino per promuovere la pace, come avevano compreso gli antichi greci, che in occasione delle Olimpiadi sospendevano le guerre”. Lo sport unisce, abbatte muri e aiuta a costruire ponti tra popoli e culture diverse, spazzando via l’odio e la sopraffazione. Basta pensare, ad esempio, alla famosa tregua di Natale del 1914, quando i soldati tedeschi, francesi e britannici – che da mesi combattevano sul fronte occidentale - decisero di spostare per qualche ora le ostilità dalle trincee al campo di calcio. Oppure alla profonda amicizia che legò gli atleti Jesse Owens e Luz Long durante le Olimpiadi organizzate dalla Germania nazista a Berlino nel 1936. Afroamericano il primo, tedesco il secondo, ma non per questo nemici.
Purtroppo, però, non sempre lo sport funge da veicolo di fraternità e solidarietà, soprattutto nel nostro Paese. Si stima che dall’inizio della stagione calcistica quasi 250 arbitri abbiano subito aggressioni e violenze da parte di giocatori, allenatori, dirigenti e tifosi. Si tratta di un dato soggetto ad una preoccupante e incontrollata crescita, con tesserati e supporters (se così possiamo definirli…) che commettono atti di odio nella quasi totale impunità. Lo stesso discorso può essere fatto per il razzismo. Nel solo 2023 si sono verificati quasi 100 casi di razzismo nello sport professionistico italiano: un’enormità, soprattutto se si pensa a quanto possa essere alto il numero di episodi commessi tra i dilettanti dove, lontano dai riflettori e dal clamore mediatico, i razzisti e i violenti possono agire ancora più indisturbati. Oltre il 90% di tutte queste segnalazioni riguarda il calcio, ma non solo, visto che diversi episodi di hate speech si sono verificati anche durante incontri di basket e hockey. Con insistenza sempre maggiore, inoltre, le violenze abbandonano il campo di gioco e si spostano in rete. Il legame tra discorso d’odio online e sport è sempre più solido, un fenomeno che preoccupa persino le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e l’Unione europea, organizzazioni internazionali che negli ultimi mesi hanno redatto e pubblicato diversi documenti in cui si forniscono linee guida e buone pratiche per contrastare l’hate speech nello sport. Tuttavia, nonostante la pubblicazione di questi necessari report, l’ascesa del discorso d’odio online appare impossibile da contenere, soprattutto alla luce della mole di commenti negativi presenti online. Una puntigliosa analisi dal titolo “Barometro dell’odio nello sport” ha infatti raccolto milioni di commenti scritti dagli utenti su alcuni social network, come Facebook, Instagram e X. Su circa tre milioni di campioni analizzati, oltre un terzo conteneva linguaggio e discorso d’odio. Tra questi, il 95% riguardava il calcio.
Il problema del tifo malato (non solo negli stadi)
Si tratta di dati particolarmente preoccupanti che, sommati alle statistiche sulle aggressioni durante le partite e agli episodi di razzismo negli stadi, ci raccontano che discorso d’odio e violenza nello sport sono sempre più in crescita.
“Purtroppo, lo sport non è un campo franco. Soffre dei mali che coinvolgono gli altri ambiti della vita sociale, soprattutto in relazione al fenomeno dei social”, ci ha detto Franco Arturi, editorialista della Gazzetta dello sport e direttore Fondazione Candido Cannavò per lo Sport. “Eppure negli stadi, con una relativa frequenza, si ascoltano cori contro i quali la fermezza dovrebbe essere assoluta. Durante le partite non è mai facile capire quando, come e se fermare il gioco in caso di una manifestazione di razzismo. Ma resta il fatto che è fondamentale che ci sia una sensibilizzazione costante a riguardo”. In aggiunta, è anche doveroso sottolineare come il discorso d’odio in ambito sportivo si manifesti in forme sempre più subdole e inaspettate, arrivando talora a colpire anche i campioni più affermati. “Cito due casi recenti che possono dare senso di quello che sta succedendo”, continua Franco Arturi. “Uno degli odiatori che in questi mesi si è messo in particolare luce è il tennista australiano Nick Kyrgios, che continua a combattere una campagna fondata su menzogne, fake news e volgarità contro il nostro Jannik Sinner. Sostiene delle falsità che danno il senso di quanto pericoloso e tossico sia l'ambiente attorno allo sport. Il caso di Sinner è emblematico: anche in Italia ci sono manifestazioni online di intolleranza nei suoi confronti, anche solo perché la sua lingua madre non è l’italiano. Una persona di grande cultura sportiva come lui è costretta a sopportare un'ondata di odio incredibile. Ciò è veramente incomprensibile”. Ma il caso di Sinner non è isolato. “Caitlin Clark è una cestista americana di 22 anni. Ha finito da poco il primo anno come professionista e ha già ottenuto la copertina del Time. Si tratta della prima giocatrice di basket ad aver avuto questo onore. Parliamo di una cestista che possiede una bravura e una spettacolarità di gioco fuori dal normale. Gli indici di ascolto di alcune delle sue partite sono stati persino superiori a quelle dell’NBA. Bene, questa ragazza è diventata un caso nazionale, suo malgrado. Contro di lei si è scatenato l'inferno senza che abbia detto una singola parola. La sorgente dell'odio è sempre viva, dovunque. Ha bisogno soltanto di pretesti, a volte assurdi, per manifestarsi. Non possiamo abbandonare il campo e considerare goliardate queste espressioni, anche se la stragrande maggioranza delle volte sono anonime”.
Questo contenuto fa parte del dossier Come curare le ferite dell'odio.
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