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Il rapporto ONU sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang ai danni delle minoranze islamiche

di Alessandra Colarizi

"Mentre leggevo l'intero rapporto trattenevo a stento le lacrime". Rayhan Asat è un avvocato di etnia uigura residente a Washington. Nel 2020 Il fratello, Ekpar, è stato condannato a 15 anni di prigione nello Xinjiang, la regione al confine tra la Cina e l’Asia centrale dove da anni le minoranze islamiche denunciano varie forme di abusi. Per Asat, è una vittoria sapere che la tragedia vissuta dal fratello ha ricevuto un riconoscimento internazionale.

Nella tarda serata di mercoledì 31 agosto, poco prima della mezzanotte, l’Onu ha rilasciato un atteso rapporto che conferma gravi violazioni dei diritti umani nella regione occidentale. L'indagine - che si basa su documenti ufficiali e racconti di 40 ex detenuti - segue di quattro mesi la visita in Cina di Michelle Bachelet, la prima di un Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani dal 2005. Sebbene per certi versi storica, la missione è stata fortemente criticata a causa delle limitazioni imposte dalle autorità cinesi. La pubblicazione del rapporto non è bastata a sgonfiare le polemiche. Tutt’altro. Molti hanno messo in dubbio la credibilità dello studio, che è stato sottoposto allo screening di Pechino e pubblicato con circa un anno di ritardo appena pochi minuti prima che scadesse il mandato di Bachelet.

“Le circostanze ci ricordano quanta pressione sta esercitando la Cina per distogliere gli occhi del mondo [dal Xinjiang]. Ed è qualcosa che non può essere tollerato”, commenta sul Guardian l’antropologo James McMurray. Ma c’è anche chi ha apprezzato il gesto. Secondo Adrian Zenz, autore di numerose ricerche sul tema, il report ha ugualmente un valore importante trattandosi della prima presa di posizione da parte di un’organizzazione internazionale.

Cosa succede nel Xinjiang

Da tempo studi indipendenti attestano l’esistenza di un sistema di centri di detenzione extragiudiziale e lavoro forzato per le minoranze musulmane. Secondo stime ritenute credibili, circa 1 milione le persone - prevalentemente di etnia uigura - sono state internate a partire dal 2017. L’Australian Strategic Policy Institute parla di 300 strutture detentive. Pechino le chiama “scuole” per la “rieducazione” degli elementi radicalizzati e sostiene che il programma sia terminato nel 2019 con il rilascio di tutti gli “studenti”. Come scrivevamo tempo fa su queste colonne, secondo documenti interni, il sistema della rieducazione fa parte di un piano quinquennale, la cui scadenza è prevista per il 2022. Ci sono elementi per credere che, terminata la “guerra al terrore”, il governo ora punti a stabilizzare la regione attraverso politiche economiche. Dopo il bastone, arriva la carota. Resta però un dubbio: in questa nuova fase quale ruolo svolgerà il lavoro forzato, che si sospetta sia ampiamente diffuso nell’industria locale del cotone.

Cosa dice esattamente il rapporto?

Il rapporto dell’Onu, che suggella quattro anni di verifiche, definisce la campagna antiterrorismo del governo cinese “profondamente problematica secondo gli standard internazionali sui diritti umani”. Rileva inoltre la "diffusa privazione arbitraria della libertà", e accenna al rischio di “crimini contro l’umanità”. Ma non conferma le accuse di “genocidio” supportate da Washington e alcuni parlamenti europei.

Nello specifico i centri per la “rieducazione” vengono equiparati a prigioni per via della significativa presenza di sicurezza e guardie armate di pistole e/o manganelli (anche elettrici). I testimoni hanno denunciato carenze di cibo e sensazione di fame costante insieme alla visibile perdita di peso. Quasi tutti gli intervistati hanno parlato di somministrazione regolare di "iniezioni, pillole o entrambe le cose", oltre al prelievo di campioni di sangue.

Lo studio menziona anche il sospetto calo del tasso di natalità nella regione, sceso di circa il 48,7 per cento, ben più della media nazionale. Non viene fatta esplicita menzione delle sterilizzazioni forzate, ma l’indagine sostiene "sia probabile che misure coercitive abbiano accompagnato la rigorosa applicazione delle politiche di pianificazione familiare". Proprio la formulazione di questo passaggio - secondo Politico - costituisce uno degli aspetti più spinosi del report perché l'utilizzo di tecniche per la prevenzione o l’interruzione della gravidanza è una degli elementi che gli attivisti portano a sostegno delle accuse di genocidio. Accuse che l’Onu ha aggirato preferendo mantenere un linguaggio allusivo. Secondo una fonte diplomatica del quotidiano americano, “la sezione sulla sterilizzazione forzata è stata annacquata nelle ultime ore”, poco prima della pubblicazione del rapporto.

Cosa chiede l’Onu?

Le autorità cinesi sono state esortate a prendere “prontamente provvedimenti per rilasciare tutte le persone arbitrariamente private della loro libertà” e a intraprendere “una revisione completa del quadro giuridico che disciplina la sicurezza nazionale, l’antiterrorismo e i diritti delle minoranze”. Anche le aziende presenti nel Xinjiang (come Volkswagen) dovranno fare la loro parte “con tutti i mezzi possibili” per valutare i rischi di violazioni dei diritti umani.

L’indagine non smentisce quindi l’esistenza di un problema di estremismo nel Xinjiang, ma considera ingiustificati i metodi coercitivi impiegati da Pechino. Negli ulltimi anni, l’aumento dell’intrusione nella vita privata dei gruppi minoritari (soprattutto attraverso app e altri dispositivi di sorveglianza) dimostra come la lotta al terrorismo abbia reso la popolazione non han (il ceppo maggioritaria) vittima di discriminazioni su base etnica e religiosa. Mantenere contatti in Medio Oriente o guardare video religiosi da smartphone sono comportamenti punibili con l’arresto.

La risposta di Pechino

In risposta al rapporto, la Cina ha rilasciato una relazione di 121 pagine, in cui le accuse vengono definite "disinformazione e menzogne ​​fabbricate dall’Occidente e dalle forze anti-Cina". Piuttosto, il ministero degli Esteri cinese ha invitato il UN Human Rights Office a “concentrarsi sulle violazioni dei diritti umani che coinvolgono gli Stati Uniti”, come “il genocidio fisico e culturale dei nativi americani, la discriminazione razziale sistematica contro le minoranze, e la violenza mortale con armi da fuoco”.

Ormai sempre più spesso, la controffensiva cinese fa leva su un risentimento ampiamente condiviso tra i paesi emergenti. Una parte di mondo che contesta la nozione occidentale di diritti umani e non si sente adeguatamente rappresentata nelle organizzazioni internazionali a guida americana. Ma dietro l’ostentata sicurezza di Pechino si intravede il disagio provato nel maneggiare un tema così scivoloso: mentre il governo centrale promuove a parole l’unità etnica, in Cina, gli uiguri continuano a vivere ai margini della società. L’approssimarsi del XX Congresso del partito comunista (quando la leadership si rinnoverà) rende il mantenimento della stabilità interna una priorità assoluta da qui ai prossimi due mesi. Così, piuttosto che rischiare di scegliere le parole sbagliate, si preferisce il silenzio. Sul web la censura continua a reprime il dibattito sul nascere. Quarantotto ore dopo la pubblicazione del report dell’Onu nulla in proposito era rintracciabile sui media statali cinesi. Nemmeno la replica ufficiale delle autorità. Sul motore di ricerca Baidu la frase "Rapporto sui diritti umani dello Xinjiang" non restituiva alcun risultato.

Alessandra Colarizi, direttrice editoriale China Files

5 settembre 2022

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