L’odio è una condizione umana che si manifesta dall’alba dei tempi tra gli uomini e le donne, perché chi è diverso da me, chi vive al di là del mio uscio è un pericolo e, dunque, è un nemico. E il nemico si odia, perché questo sentimento di rabbia e fastidio ci rende più facile disumanizzare e ferire senza avvertire rimorsi, senza provare il senso di colpa. Potremmo dire che l’odio è un sentimento ancestrale, ma quando al puro istinto di sopravvivenza gli uomini hanno accostato spirito, riflessione, etica, il ragionamento avrebbe dovuto e potuto evolvere il pensiero. Spesso così non è stato. Alla base di ogni forma di totalitarismo e di violenza, infatti, nel passato come oggi, c’è la negazione della diversità, come scriveva anche Hannah Arendt. “Non l’Uomo, ma uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”. Ma tra le forme di odio più diffuse e più antiche c’è quella per gli ebrei.
Il fenomeno dell’antisemitismo ha aperto un dibattito anche all’interno della stessa comunità ebraica, che si interroga sui vari aspetti del problema. A riflettere con Gariwo è stato lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC) di Milano. “La cosa più allarmante è che l’antisemitismo sia diventato un'arma politica molto evidente, che viene utilizzata da diversi soggetti in maniera sempre più visibile e in differenti contesti, cosa che tempo addietro non avveniva”, ha spiegato Luzzatto. “L’antisemitismo è un fenomeno effettivo, è un fenomeno pericoloso che pervade ampi ambienti della società contemporanea. Inoltre, chiamare ogni azione che riguardi Israele o gli ebrei antisemitismo rischia far perdere un po’ la visione del contesto. Inoltre, c'è anche il pericolo di non riuscire più a delineare le strategie possibili per contrastare il fenomeno”. Contenere e bloccare l’antisemitismo, come tutte la tre forme di avversione che si manifestano oggigiorno, è diventato un obiettivo molto importante. Può capitare, però, che sia molto difficile analizzare la matrice stessa dell’odio e, dunque, si rischia di separare l’antisemitismo da altre forme di odio, come quello contro le donne o i migranti. “Ci sono delle frange molto estreme, molto combattive di soggetti che lottano in maniera decisa contro la violenza sulle donne, contro il razzismo, contro le discriminazioni lgbtqia+ - dice lo storico Luzzatto – a cui, però, quando dici che c’è anche l’antisemitismo rispondono che non c'entra niente, che non è un'emergenza. È come se un certo tipo di mondo, abituato a combattere le discriminazioni e linguaggi d’odio nella società, improvvisamente non veda più l’antisemitismo e non consideri grave la violenza verso gli ebrei”. O forse, per dirla in altre parole, è come se le vittime di ogni forma di odio e discriminazione si sentano più vittime di altre, più meritevoli di attenzione e compassione. Viene alla mente il testo di Jean-Michel Chaumont dal titolo “La concurrence des victimes”, cioè “La concorrenza delle vittime” in cui si descrive proprio questo fenomeno di desiderio di sentirsi vittima, come fosse un merito, un riconoscimento della propria condizione e dunque del proprio essere dalla parte giusta del mondo. Eppure, l’odio è un mare magnum che annega tutti allo stesso modo, ebrei, arabi, migranti, donne che siano. Ecco perché combattere insieme tutte le forme di odio è l’unica salvezza. Lo ha detto anche la storica Anna Foa: “Combattere l’antisemitismo diventa un modo per combattere anche il razzismo, l’ostilità allo straniero, al nero, all’immigrato. Dopo essere stato simbolo dell’errore, l’ebreo diventa simbolo della persecuzione. In questa trasformazione, tuttavia, se da una parte l’antisemitismo allarga ed universalizza il suo significato, come griglia interpretativa dell’odio verso il diverso, dall’altra perde concretezza e realtà.” L'ondata di antisemitismo che si è registrata negli ultimi giorni è innescata da molti fattori. C'è la ricorrenza della Giornata della Memoria, che ogni anno fa innalzare la percentuale di odio contro gli ebrei, ma ci sono poi anche gli avvenimenti in Medio Oriente e, in particolare, in Israele. La tregua a Gaza, per stessa ammissione del presidente israeliano, non è destinata a durare a lungo e il conflitto continuerà ancora. "Netanyahu è stato ripetutamente eletto democraticamente e governa sostenendo di fatto che l'unica strada per la sopravvivenza dello Stato di Israele è la guerra", ha detto Francesco Matteo Cataluccio, saggista e scrittore, nonché responsabile editoriale della Fondazione Gariwo. "Metà della popolazione è con lui (con varie sfumature: da chi lo ritiene il male minore a chi una necessità, a chi, come gli oltranzisti religiosi, lo appoggia e pensa di poterlo utilizzare), l'altra, da più di due anni manifesta nelle piazze chiedendo le sue dimissioni. Ma la guerra più importante che va combattuta, con ogni mezzo, è la guerra all'odio. Ciò significa, ancor di più, che occorre lavorare per dare più voce e sostegno a coloro che, da entrambe le parti, praticano la ricerca, seppur faticosa, di un dialogo tra israeliani e palestinesi. La storia vera dell'inaspettata amicizia fra due padri, un palestinese e un israeliano, Rami Elhanan e Bassam Aramin che hanno rispettivamente perso le loro figlie a causa della violenza e che hanno trasformato il loro dolore in attivismo per la pace. Non c'è altra strada". Perché legare il concetto di antisemitismo alla guerra in Medio Oriente? "La risposta è facile", dice Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo. "Perché solo la fine delle ostilità in quella regione e la promozione di una politica per la pace possono contribuire a una diminuzione dell'antisemitismo".
Questo contenuto fa parte del dossier Come curare le ferite dell'odio.
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