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Legge bavaglio in Sudafrica

Desmond Tutu: "Vogliono distruggere la libertà di stampa"

A Johannesburg, Città del Capo intellettuali, attivisti e gente comune sono scesi in strada con abiti neri e la bocca chiusa da un fazzoletto, come era avvenuto nel 1977, quando la libertà di stampa venne a mancare con l'apartheid.


Settimana scorsa il Parlamento di Johannesburg ha approvato a stragrande maggioranza un provvedimento controverso che prevede condanne fino ai 25 anni di carcere per chiunque sia in possesso di documenti "segreti" del Governo. Non sarà ammessa l'argomentazione difensiva secondo cui la pubblicazione di simili documenti riveste un interesse pubblico.  La legge penalizza non solo la divulgazione delle informazioni ma anche il loro semplice possesso, inoltre  amplia i margini entro cui un ente pubblico o un'organizzazione può chiedere la  "secretazione" di ogni informazione sensibile.


Di recente il Presidente sudafricano Jacob Zuma ha fatto causa al quotidiano nazionale South Africa's Mail and Guardian per avere rivelato in base a fonti governative confidenziali alcune informazioni segrete concernenti una vendita di armi del 1999. Il periodico aveva svelato documenti riservati, ma in futuro con la nuova legge questo non sarà più possibile pena lunghe pene detentive ai giornalisti. 


I premi Nobel per la Pace Desmond Tutu e Nelson Mandela si oppongono alla misura legislativa, che per essere approvata necessita ancora del voto alla Camera alta e della firma presidenziale. Per l'arcivescovo Tutu in particolare la legge è "un insulto" alla democrazia" e "una minaccia al giornalismo investigativo". Alla vigilia del voto Tutu si è appellato ai politici perché rigettassero il provvedimento.  


Anche la premio Nobel sudafricana della Letteratura Nadine Gordimer si è schierata contro la legge bavaglio, affermando, secondo il programma della tv sudafricana Times Live,  che riporterà il Paese indietro nella storia e che è "totalmente liberticida".  

23 novembre 2011

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Sudafrica, la nazione “arcobaleno”

dall’apartheid alla democrazia

Apartheid (letteralmente “separazione”) è il termine che definisce la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel secondo dopoguerra, rimasta in vigore fino al 1993. È stata dichiarata crimine internazionale da una convenzione ONU nel 1973 e quindi inserita nei crimini contro l’umanità.
Per la prima volta il termine apartheid fu usato in accezione politica dal premier sudafricano Jan Smuts, nel 1917, ma solo dopo la vittoria del Partito Nazionale, una formazione nazionalista di destra, nel 1948 i neri e i bianchi furono separati sui mezzi pubblici o negli uffici statali e furono istituiti i bantustan, ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano.

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