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Nelson Mandela, una storia unica

colloquio con Marcello Flores

5 dicembre 2013, il presidente sudafricano Zuma annuncia la scomparsa di Nelson Mandela.
Abbiamo subito raccolto la dichiarazione di Marcello Flores, docente di Storia dei Diritti Umani all'Università di Siena. Ecco il suo ricordo:

"Quella di Mandela è un’eredità non solo morale, ma anche politica. Ha lottato contro il potere e dimostrato come questo potere vada gestito, come sia necessario rimanerne distaccati per usarlo a beneficio di tuttiMandela è riuscito, unico tra i grandi della Storia, a mettersi in disparte in senso istituzionale, mantenendo invece il suo ruolo di grande protagonista e suggeritore morale - in questo anche scontando il fatto che alcune cose sono andate peggio di come sarebbero potute andare con una sua presenza più diretta. Madiba capiva che un uomo non può risolvere le contraddizioni di un Paese che si incammina verso la democrazia. Sapeva aiutare senza mascherare la realtà complessa delle cose”.


Riproponiamo l'intervista che il professor Flores ci ha rilasciato il 25 giugno scorso:


Cosa passerà alla Storia di Nelson Mandela?

Mandela sarà ricordato come uno dei grandissimi protagonisti del ventesimo secolo, soprattutto come la personalità che è stata capace di portare alla democrazia il Sudafrica in un momento in cui tutti temevano che l’apartheid sarebbe finito con un bagno di sangue.

L’esempio di questa figura straordinaria è destinato a rimanere un unicum o c’è qualcuno oggi che può essere paragonato a Mandela, che è in grado di raccoglierne l’eredità?

Al momento è difficile pensare a qualcuno come lui. Però bisogna anche tenere presente che Mandela - il quale è stato un campione dei diritti umani e della nonviolenza - andò in galera perché voleva la lotta armata. Aveva la capacità di scegliere a seconda del momento storico i suoi obiettivi nella battaglia per la libertà e la democrazia; e negli anni ’90, una volta uscito dalla prigione, capì che la Storia ormai aveva cambiato il suo corso e che con la fine della Guerra Fredda la violenza non avrebbe più potuto essere una via percorribile. Questo è l’insegnamento più importante, quello che credo debba rimanere ed essere acquisito da chiunque si ispiri a lui.

Mandela è stato l’ideatore in Sudafrica della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission - TRC). Cosa ha rappresentato questo tribunale speciale?

È stata la scelta per poter fare i conti con il passato coinvolgendo l’intera società senza limitarsi soltanto a un discorso di giustizia tradizionale.
Nonostante il rischio che alcuni criminali potessero ottenere l’amnistia, per circa due anni tutto il Paese è stato coinvolto prima nella ricostruzione della verità, dei fatti così come si erano svolti. Quindi, è stato possibile mettere tutti di fronte a qualcosa che non poteva essere negato e insieme, attraverso l’elaborazione di quella tragedia, pensare a come ricostruire il futuro del Paese. Una cosa mi preme sottolineare: Mandela ha preteso che nella relazione finale della TRC fossero elencati anche i crimini commessi dai combattenti per la libertà nella lotta contro l’apartheid. Credo sia stata un’esperienza assolutamente unica nella storia.

L’esperienza della TRC è esportabile in altri contesti o è legata a Mandela, alle sue qualità umane e politiche?

Certamente è irripetibile perché Mandela e Desmond Tutu, che insieme a lui l’ha messa in piedi, erano due personalità che difficilmente si trovano insieme. Però credo che l’ispirazione di fondo della TRC può essere presa e utilizzata in diverse situazioni, anche in altri Paesi. Bisognerebbe che tutti pensassero di poterlo fare invece di ritenerla un’esperienza conclusa e lontana.

Che Sudafrica lascia Nelson Mandela?

Mandela lascia un Paese in cui le divisioni sociali adesso coinvolgono anche i neri, cosa che prima non avveniva. Lascia un Paese in cui purtroppo si è costruita una narrazione e una memoria della lotta contro l’apartheid un po’ a senso unico, mitizzata, in cui non si accettano le problematiche che sempre ci sono in tutte le guerre di liberazione, nei momenti di transizione alla democrazia. Credo sarebbe importante una maggiore attenzione alla riconciliazione, forse il tema che nel tempo è rimasto in secondo piano, dimenticato. Questo ha sicuramente fatto soffrire Mandela.

25 giugno 2013

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Sudafrica, la nazione “arcobaleno”

dall’apartheid alla democrazia

Apartheid (letteralmente “separazione”) è il termine che definisce la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel secondo dopoguerra, rimasta in vigore fino al 1993. È stata dichiarata crimine internazionale da una convenzione ONU nel 1973 e quindi inserita nei crimini contro l’umanità.
Per la prima volta il termine apartheid fu usato in accezione politica dal premier sudafricano Jan Smuts, nel 1917, ma solo dopo la vittoria del Partito Nazionale, una formazione nazionalista di destra, nel 1948 i neri e i bianchi furono separati sui mezzi pubblici o negli uffici statali e furono istituiti i bantustan, ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano.

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