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3 maggio Giornata mondiale della Libertà di stampa

a sostegno dei giornalisti in carcere in Turchia

Giornalisti e attivisti dei diritti umani manifestano davanti al Tribunale di Istanbul durante un processo a giornalisti

Giornalisti e attivisti dei diritti umani manifestano davanti al Tribunale di Istanbul durante un processo a giornalisti http://edition.cnn.com

"Per riportare la pace in Turchia, i 159 giornalisti che sono attualmente in carcere dovrebbero essere immediatamente liberati”. Lo ha dichiarato l’Associazione dei Giornalisti Turchi in un messaggio diffuso in occasione della Giornata mondiale della Libertà di Stampa, istituita nel 1993 dalle Nazioni Unite per il 3 maggio. Una ricorrenza che quest'anno le organizzazioni internazionali dei giornalisti hanno voluto celebrare inviando messaggi di solidarietà e sostegno ai colleghi turchi, oggetto di una repressione divenuta sempre più pesante dopo il mancato colpo di stato del 15 luglio 2016.

In Turchia il Consiglio della Stampa ha deciso di riunirsi nella città di Silivri, dove sono detenuti diversi giornalisti, invitando anche le loro mogli, per sollecitare la liberazione dei prigionieri e il rispetto della libertà di espressione. 

Tra le iniziative organizzate, la lettera scritta da Steven Ellis, responsabile comunicazione e tutela dei diritti dei media dell'International Press Institute (IPI), e indirizzata ai giornalisti turchi in carcere, per dire loro che non sono stati dimenticati. “Nella giornata mondiale dedicata a sottolineare l'importanza della libertà di stampa e a ricordare ai governi il dovere di rispettare e sostenere il diritto alla libertà di espressione, sancito dall'art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948, i vostri colleghi di tutto il mondo vogliono che sappiate che non siete soli e che non sarete dimenticati", ha scritto Ellis nella lettera pubblicata sul quotidiano Cumhuriyet, una delle testate che hanno subito numerosi arresti dei redattori. L’IPI ha indetto manifestazioni di protesta in altre città europee per chiedere il rilascio dei giornalisti in prigione in Turchia. 

All’Aia, la rappresentanza di Amnesty International in Olanda, ha proiettato sulla facciata dell'ambasciata turca i nomi di due giornalisti turchi imprigionati nell’ambito della campagna mondiale lanciata con lo slogan "#FreeTurkeyMedia". Il Segretario Generale della rappresentanza di Amnesty International in Germania, Markus N. Beeko, ha detto che "in nessun luogo del mondo ci sono così tanti giornalisti in carcere come in Turchia. La 'stampa libera' è imprigionata”. Amnesty International ha anche ricordato che, dopo il tentato golpe, 156 testate sono state chiuse, quasi 2.500 giornalisti hanno perso il posto di lavoro e 120 sono stati arrestati, la maggior parte dei quali non ha ancora saputo di quale reato è accusata.

A Berlino, davanti all'ambasciata turca, gli aderenti a Reporter senza frontiere hanno esposto i ritratti di giornalisti detenuti in Turchia per protestare contro la situazione dei media nel Paese. 

Una testimonianza diretta sulla difficile situazione dei media turchi è stata data da Ahmet Insel, economista e politologo turco, editorialista di Cumhuriyet e direttore del comitato editoriale della casa editrice Iletisim, ospite del Festival dei Diritti Umani 2017 a Milano. "In Turchia c’è uno stato di non-libertà. La libertà è l’eccezione, la regola è la mancanza di libertà. Sebbene non si possa parlare di un vero e proprio stato totalitario, la Turchia non è nemmeno una democrazia: è un regime arbitrario. Ci sono comunque persone che, come me, continuano a scrivere su giornali di opposizione, di sinistra, ma dobbiamo ricordare anche che 11 miei colleghi sono stati imprigionati proprio per quello che scrivevano” ha detto Insel in un incontro su “Giornalismo e libertà vigilata” organizzato dal Festival, che è in corso fino al 7 maggio alla Triennale. 
“E qui c’è il lato arbitrario: è il capo dello Stato che decide chi va in prigione e chi no, chi deve vivere e chi no. Tutti noi sui nostri pc abbiamo programmi che nascondono indirizzi ip per evitare la censura. Se la polizia dovesse trovare questi programmi, sarei accusato di aver utilizzato mezzi terroristici”. 

Secondo l'editorialista, la Turchia è esattamente divisa a metà: una parte che ama il Presidente Erdogan, l’altra che lo detesta. “Il potere sta cercando di costruire una cintura di sicurezza affinché le nostre parole non arrivino agli elettori di Erdogan, nè attraverso la tv nè attraverso la stampa. Quindi paradossalmente non è importante quello che io posso scrivere sul mio giornale, perché il giornale per cui scrivo è un giornale di sinistra, e gli elettori di Erdogan sicuramente non lo leggeranno", ha spiegato Insel. "Ciò che è importante controllare per lui è la televisione, perché la televisione è uguale per tutti. Così come sono pericolosi i social network, perché coinvolgono i giovani. Un giornalista rischia di più se scrive su Twitter piuttosto che sul mio giornale. Se non sono stato processato è perché non scrivo mai tweet”.

3 maggio 2017

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