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Agire è una scelta, per rompere la spirale di violenza

il discorso di Denis Mukwege

Denis Mukwege e Nadia Murad

Denis Mukwege e Nadia Murad

Nadia Murad e Denis Mukwege hanno ricevuto a Oslo, nel giorno del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il Premio Nobel per la pace, "per i loro sforzi per mettere fino all'uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”. Mukwege, che sarà onorato in occasione della prossima Giornata dei Giusti dell’umanità nel Giardino di Milano, ha dedicato la sua vita ad aiutare e difendere in Congo le donne vittime di violenze e abusi. Murad, yazida, ha invece testimoniato al mondo il dramma del suo popolo.

Riportiamo di seguito l’intervento di Denis Mukwege (la sua biografia è disponibile nel box approfondimenti):

Nella tragica notte del 6 ottobre 1996, i ribelli attaccarono il nostro ospedale di Lemera, nella Repubblica Democratica del Congo. Oltre 30 persone persero la vita. I pazienti furono massacrati nei loro letti. Non potendo fuggire, il personale è stato ucciso a sangue freddo. Non potevo immaginare che quello fosse soltanto l’inizio.
Costretti ad abbandonare Lemera nel 1999, aprimmo il nostro ospedale Panzi a Bukavu, dove lavoro ancora oggi come ostetrico ginecologo. La prima paziente fu una vittima di stupro a cui avevano sparato nei genitali. La violenza non conosce limiti. Purtroppo, questa violenza non si è mai fermata. Un giorno all’ospedale arrivò una telefonata. Un collega in lacrime ci implorava “Mandateci un’ambulanza. Per favore, fate presto”. Due ore dopo tornò, portando una bambina di circa 18 mesi. Perdeva molto sangue e fu trasferita in sala operatoria. Quando arrivai, tutte le infermiere stavano singhiozzando. La vescica, i genitali e il retto della piccola erano stati lacerati. Dalla penetrazione di un adulto. Pregammo in silenzio: Dio, dicci che ciò che stiamo vedendo non è vero, dicci che è solo un brutto sogno, e che quando ci sveglieremo, andrà tutto bene. Ma non era un brutto sogno. Era la realtà. Era la nostra nuova realtà nella Repubblica Democratica del Congo.

Quando arrivò un’altra bambina, mi resi conto che il problema non poteva essere risolto in sala operatoria, ma che avremmo dovuto combattere quell’atrocità alle radici. Decisi così di recarmi nel villaggio di Kavumu e parlai agli uomini, chiedendo perché non proteggessero le loro bambine, le loro figlie, le loro mogli. Con mia grande sorpresa, gli abitanti del posto conoscevano il principale indiziato. Tutti lo temevano, poiché era membro del Parlamento provinciale e godeva di un potere assoluto sulla popolazione. Da mesi i suoi scagnozzi stavano terrorizzando l’intero villaggio, dopo aver instillato la paura con l’omicidio di un attivista per i diritti umani che aveva avuto il coraggio di denunciarne le azioni. Per lui non ci furono conseguenze. La sua immunità parlamentare gli permetteva di commettere abusi senza essere punito.
A queste due bambine seguirono dozzine di altre piccole molestate. Quando in ospedale arrivò la 48esima vittima, cademmo nella disperazione. Con altri attivisti per i diritti umani, ci rivolgemmo a un tribunale militare. Alla fine quegli stupri furono perseguiti e giudicati crimini contro l’umanità. Gli stupri a Kavumu cessarono. E con essi anche le chiamate all’ospedale Panzi. Ma la salute psicologica, sessuale e riproduttiva di queste bambine era gravemente compromessa.

Quanto è accaduto a Kavumu - e che continua ad accadere in molte altre località congolesi, come Béni e Kasai - è imputabile all’assenza di legalità, al crollo dei valori tradizionali e al prevalere dell’impunità, in modo particolare di chi è al potere.
Stupri, massacri, torture, insicurezza diffusa e una macroscopica mancanza di istruzione hanno creato una spirale di violenza senza precedenti. Il costo umano di questo perverso caos organizzato è stato di centinaia di migliaia di donne violentate, oltre 4 milioni di sfollati all’interno del Paese e 6 milioni di morti. L’equivalente della decimazione dell’intera popolazione della Danimarca. Anche i peacekeeper e gli esperti della Nazioni Unite non sono stati risparmiati. Molti di loro sono stati uccisi per il loro lavoro. Oggi, la missione ONU è ancora in Congo per evitare che la situazione degeneri ulteriormente. Gli siamo davvero grati. Tuttavia, nonostante i loro sforzi, questa tragedia umana continuerà se i responsabili non saranno perseguiti. Solo la lotta contro l’impunità può rompere la spirale della violenza. Abbiamo tutti il potere di cambiare il corso della storia quando combattiamo per principi giusti.

In nome del popolo congolese accetto questo Nobel per la pace, che dedico a tutte le vittime di violenza sessuale del mondo. È con umiltà che sono qui davanti a voi per dare voce alle vittime dello stupro nei conflitti armati e per dare speranza ai miei connazionali.
Colgo l’occasione per ringraziare quanti, negli anni, hanno sostenuto la nostra battaglia. Penso in particolare alle organizzazioni e alle istituzioni di Paesi amici, ai miei colleghi, alla mia famiglia e a mia moglie Madeleine.

Sono originario di uno dei Paesi più ricchi del pianeta, eppure i miei compatrioti sono tra i più poveri al mondo. L’inquietante realtà è che proprio l’abbondanza delle nostre risorse naturali — oro, coltan, cobalto e altri minerali strategici — è causa primaria di guerre, violenza estrema e povertà assoluta. Tutti amiamo le belle macchine e i gioielli. Anche io ho uno smartphone. Questi oggetti contengono minerali che vengono dalla nostra terra, spesso estratti in condizioni disumane da bambini vittime di intimidazione e violenza. Quando guidate la vostra auto elettrica, quando usate il vostro smartphone o ammirate i vostri gioielli, prendetevi un minuto per riflettere sul costo umano che c’è dietro la produzione di questi oggetti. Come consumatori, cerchiamo quanto meno di pretendere che siano realizzati nel rispetto della dignità umana.
Girare la testa significa essere complici. Non è solo chi commette il crimine a essere responsabile, lo è anche chi sceglie di guardare altrove.
Il mio Paese è depredato e razziato sistematicamente con la complicità di coloro che si dichiarano nostri leader, a spese di milioni di uomini, donne e bambini innocenti abbandonati alla povertà assoluta, mentre gli utili derivanti dalla vendita dei minerali finiscono nelle tasche di oligarchi rapaci. Per vent’anni, giorno dopo giorno, all’ospedale Panzi ho visto le strazianti conseguenze della cattiva gestione del Paese. Bambine, ragazze, giovani donne, madri, nonne e anche uomini e ragazzi crudelmente stuprati, spesso pubblicamente e collettivamente, con qualsiasi tipo di oggetto. Vi risparmio i dettagli.

Il popolo congolese è umiliato, seviziato, massacrato sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi, nessuno può dire: "Non lo sapevo". Il mio popolo ha un disperato bisogno di pace. Ma come costruirla sulle tombe, senza verità o riconciliazione, senza giustizia? Mentre vi parlo, un rapporto sta prendendo forma in un ufficio di New York. È stato redatto dopo un’indagine sui crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani perpetrate in Congo - che riconosce le vittime, ma lascia i colpevoli senza nome. Questo rapporto dell'UNHCR descrive non meno di 617 crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e forse persino crimini di genocidio. Cosa sta aspettando il mondo prima di tenerne conto? Non c'è pace duratura senza giustizia. 
Dobbiamo avere il coraggio di guardare in modo critico e imparziale ciò che sta accadendo nella regione dei Grandi Laghi, di rivelare i nomi degli autori dei crimini contro l'umanità per impedire loro di continuare a tormentare la regione, di riconoscere i nostri errori, di dire la verità. Cari compatrioti congolesi, dobbiamo prendere il nostro destino tra le mani per costruire la pace, il futuro del nostro Paese e un futuro migliore per l’Africa. Nessun altro lo farà per noi.

Voglio raccontarvi la stria di Sarah. È stata portata in ospedale in condizioni critiche. Un gruppo armato aveva attaccato il suo villaggio e massacrato l’intera famiglia, lasciandola da sola. Sarah è stata condotta nella foresta come ostaggio e legata a un’albero nuda. Poi è stata stuprata fino a perdere i sensi. Lo stupro come arma di guerra mira a distruggere la vittima, la sua famiglia, la comunità, il tessuto sociale. Arrivata in ospedale, Sarah non si reggeva in piedi. Ma il desiderio di continuare a vivere brillava nei suoi occhi. Ogni giorno, era incoraggiata a non perdere la speranza. Oggi, Sarah è una bellissima, forte e sorridente donna, che aiuta le persone che hanno avuto una vicenda simile alla sua. La nostra casa di transito le ha dato 50 dollari per ricominciare la sua vita dal punto di vista socio-economico. Oggi Sarah ha comprato della terra, una casa, è indipendente e orgogliosa.
La sua esperienza mostra che, non importa quanto la situazione sia difficile o sembri senza speranza, perché c’è sempre la possibilità di uscire dal tunnel. Sarah è congolese. Ma ci sono delle Sarah nella Repubblica Centrafricana, in Colombia, Bosnia, Myanmar, Iraq e in tanti altri Paesi nel mondo distrutti dai conflitti.

All’ospedale Panzi, il nostro programma di cura olistica - che comprende supporto medico, psicologico, socio economico e legale - mostra che, anche se la strada è lunga e difficile, le vittime hanno la possibilità di trasformare il loro dolore in potere. Possono diventare attori di un cambiamento positivo nella società.
Tuttavia, non possono farlo da sole, e il nostro ruolo è quello di ascoltarle, come oggi ascoltiamo Nadia Murad. Cara Nadia, il tuo coraggio, la tua capacità di darci speranza, sono fonte di ispirazione per me e per il mondo intero. Questo Nobel per la pace sarà utile solo se porterà a un cambiamento concreto nella vita delle vittime di violenza sessuale in tutto il mondo e alla pace nei nostri Paesi.

Quindi, cosa possiamo fare? Agire è una scelta: se fermare o meno la violenza contro le donne, se creiamo o meno una mascolinità positiva che promuova l'uguaglianza di genere in tempo di pace e in tempo di guerra, se sostenere o meno una donna, se proteggerla e difendere i suoi diritti, se costruire o meno la pace nei Paesi in conflitto. Agire significa dire "no" all’indifferenza. Se c’è una guerra da combattere, è la guerra contro l’indifferenza che sta divorando le nostre società.
Secondo, siamo tutti in debito con queste donne e dobbiamo farci portatori di questa lotta. Compresi gli Stati, cessando di ospitare leader che hanno tollerato o usato violenza sessuale per il potere, tracciando quindi una linea rossa contro lo stupro come arma di guerra. Fare la cosa giusta non è difficile. È questione di volontà politica.
Terzo, dobbiamo riconoscere la sofferenza dei sopravvissuti e sostenere il loro processo di recupero. Insisto sulle riparazioni: le misure che danno ai sopravvissuti compensazione, consentendo loro di iniziare una nuova vita. È un diritto umano. Invito gli Stati a promuovere un Fondo globale per i risarcimenti alle vittime di violenza sessuale nei conflitti armati.
Inoltre, a nome di vedove, vedovi e orfani dei massacri commessi in Congo, e a nome di tutti i congolesi innamorati della pace, chiedo alla comunità internazionale di prendere finalmente in considerazione il rapporto prima citato e le sue raccomandazioni. Possa la giustizia prevalere. Ciò consentirebbe al popolo congolese di piangere i propri cari, piangere i loro morti, perdonare i loro torturatori, superare la loro sofferenza e proiettarsi in un futuro sereno.
Infine, per raggiungere la pace, ci devono essere elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche.
Popolo del Congo, mettiamoci al lavoro! Costruiamo uno Stato nel cuore dell'Africa dove il governo serva la sua gente. Uno Stato di diritto, in grado di portare uno sviluppo duraturo e armonioso non solo della RDC ma dell'intera Africa, dove tutte le azioni politiche, economiche e sociali saranno basate su un approccio incentrato sulle persone per ripristinare la dignità umana di tutti cittadini.

La sfida è chiara, ed è alla nostra portata.

Per tutte le Sarah, le donne, gli uomini e i bambini del Congo, vi invito non solo a conferire questo Premio Nobel per la pace al popolo del mio Paese, ma di dire BASTA alla violenza. Pace, ora!

Denis Mukwege, medico e vincitore del Premio Nobel per la Pace 2018

11 dicembre 2018

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