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Aiutare i migranti, un modo nuovo di pensare il pianeta

intervista a Luciano Scalettari

«Il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 è stata una catastrofe, accaduta a pochi metri dalla riva, in cui sono morti 366 migranti. C'è voluta quella tragedia perché molte persone prendessero coscienza del fenomeno». Sono parole di Luciano Scalettari, inviato di Famiglia Cristiana che segue da tempo il continente africano, con cui abbiamo parlato delle migliaia di persone che ogni anno rischiano la vita per raggiungere le nostre coste e di quelle che si mettono in gioco per aiutare i migranti. 

Da dove provengono e da cosa scappano le persone che tentano di raggiungere le nostre coste?

Provengono da Paesi sotto dittatura come l’Eritrea, da cui fugge un elevato numero di persone a causa di una situazione che perdura dalla fine della guerra con l’Etiopia, quindi da quasi 15 anni. Con un flusso più o meno regolare di circa 400 uscite al giorno, il fenomeno è diventato molto pesante per il Paese africano, che conta pochi milioni di abitanti. Gli eritrei scappano perché il Paese, che non si è mai ripreso da quella guerra, è alla fame e da allora è in mano a un regime che è diventato sempre più autoritario, direi poliziesco. Oltre alla fame e alla necessità di cercare una via d’uscita a una situazione così pesante, il motivo fondamentale che spinge molte persone a fuggire è il servizio militare obbligatorio per tutti, uomini e donne, che di fatto si traduce in una sorta di leva a tempo indeterminato. Fino a poco tempo fa iniziava alla fine delle scuole superiori, subito prima dell’università; adesso è stato addirittura anticipato di un anno proprio per cercare di fermare questo flusso in uscita dal Paese. Per le donne tutto questo comporta, non di rado, pesanti abusi e violenze sessuali, ma anche per gli uomini significa avere un’ipoteca sul futuro, senza sapere se e come finirà… Ecco perché moltissimi scappano. Tanti altri fuggono dalla Somalia, uno Stato senza Stato, senza strutture amministrative e di giustizia, devastato da una guerra civile che dura da oltre vent’anni. Per chi scappa da Paesi del Corno d’Africa come questi, il percorso è molto difficile e pericoloso. Quasi sempre fuggono in direzione del Sudan, poi, in qualche modo e in tempi molto lunghi, attraverso il deserto raggiungono quel girone infernale che è la Libia, dove spesso finiscono in carcere perché considerati clandestini, o nelle grinfie dei trafficanti di esseri umani. Talvolta trascorrono mesi nei campi di attesa - una sorta di campi profughi per gente in fug a - prima di trovare accesso a uno di quei barconi su cui poi tentano la traversata mediterranea ad altissimo rischio.Nel caso di questi due Paesi i tentativi di raggiungere l’Italia e l’Europa sono costanti e molto elevati. 
Altri flussi sono legati a situazioni contingenti o a conflitti che si verificano nell’attualità. È il caso di Iraq, Afghanistan, Siria, o Gaza, da cui provengono molte persone dell’ultima ondata migratoria. Poi, vi sono fughe dovute alla povertà o alle violazioni dei diritti umani. Penso alla Nigeria, Paese ricco di petrolio ma con mille problemi legati alla corruzione e alla sovrappopolazione - sono poco più di 160 milioni di persone in un Paese non molto grande rispetto all’Italia. E ancora il Senegal, il Ghana. I migranti africani, perlopiù, sono persone già urbanizzate, in partenza non dai villaggi rurali ma dalle capitali o dalle principali città, che spesso hanno la capacità di organizzarsi per il viaggio e che magari hanno già contatti con l’Occidente, con qualcuno che può dargli indicazioni per il viaggio e la meta. Così tentano la fortuna, provano ad arrivare da noi.

Le dimensioni del fenomeno sono allarmanti. Quali sono le cause di questa situazione e cosa si dovrebbe fare per porre rimedio alle inadeguatezze del sistema di controllo e accoglienza?

Il problema all’origine di questo fenomeno - inedito per i numeri e per le caratteristiche - è fondamentalmente il grande problema del crescente divario fra ricchezza e povertà. Oggi grazie alle nuove tecnologie di comunicazione, in qualunque villaggio sperduto dell’Africa, del Medio Oriente o di altre zone povere del mondo, arrivano notizie e informazioni, e si conosce il tenore di vita dei Paesi cosiddetti sviluppati. La modernizzazione ha portato a una relativa velocità di spostamento, aprendo anche ai migranti la possibilità di un viaggio che fino a non molto tempo fa era davvero un salto nel buio. Sono noti casi di persone che fino a qualche anno fa partivano con in tasca un biglietto con su scritto “Via Anelli, Padova”. A quell’indirizzo vi era un luogo di raccolta degli immigrati, diventato famoso come la casbah di Padova, che adesso non esiste più. Oggi probabilmente si parte con in tasca il nome di una persona a cui rivolgersi, o magari di una struttura d’accoglienza del Paese d’arrivo. Il divario crescente fra Paesi ricchi e Paesi poveri, eredità del colonialismo anche economico, legato ai conflitti e ad altri fattori che conosciamo, è un problema gigantesco. Per tentare di risolverlo dovremmo mettere in discussione, con tempi piuttosto lunghi, un sistema politico-economico planetario. Quanto all’emergenza contingente, il problema principale di questi ultimi anni è che l’Europa ha scaricato sui suoi Paesi del Sud - Italia, Spagna, Grecia - tutto il peso di questa situazione. Ciò è dovuto in parte al fatto che i Paesi che ora scaricano la responsabilità sono gli stessi che in passato hanno accolto moltissimi migranti (la Francia e la Germania soprattutto registrano una presenza molto più massiccia di noi); d’altra parte non abbiamo avuto la forza di far condividere questo problema ai Paesi del Nord Europa. L’Italia ora chiede a gran voce maggiore solidarietà nell’affrontare la situazione. A breve partirà l’operazione Triton, che dovrebbe essere la prosecuzione di Mare Nostrum e attorno alla quale ci sono già delle polemiche. Comunque questa operazione dovrebbe essere una risposta più europea e meno italiana al problema.

Se non in seno ai Paesi Membri dell’Unione Europea la solidarietà scatta nella cosiddetta società civile. Come funziona la realtà delle associazioni umanitarie e delle reti di soccorso ai migranti?

Ci sono vari livelli di intervento umanitario. Molte di queste realtà sino a pochi anni fa non erano presenti in Italia perché andavano a operare nei Paesi poveri. Penso a Medici senza frontiere, Save the children, Emergency, Terre des Hommes, il CESVI di Bergamo, lo stesso Commissariato ONU per i rifugiati. Tante hanno cominciato di recente a operare in Italia, nei luoghi di arrivo dei barconi, per cercare di supplire a uno Stato che non riesce a governare la situazione. Queste sono realtà organizzate, soprattutto le ONG internazionali sono delle vere e proprie “multinazionali dell’umanitario”, con le spalle molto forti. Da qui si scende fino al volontariato parrocchiale e a quelle realtà che intervengono a livello locale nelle situazioni di emergenza. A Milano, dove abito, vedo arrivare centinaia di persone. E in quest’ultimo periodo, dopo la strage di Lampedusa, le autorità italiane hanno di fatto rinunciato ad applicare la norma europea che prevede di prendere le impronte dei migranti appena arrivati e di bloccarli nel Paese - naturalmente sono irregolari, senza permesso di soggiorno. La stragrande maggioranza di queste persone non vuole fermarsi ma procedere verso altri Paesi europei, per cui nell’ultimo anno le autorità hanno quasi sempre evitato di fare la cosiddetta identificazione. Lo ha raccontato in modo un po’ particolare Gabriele Del Grande che, con altri autori e registi, nel film Io sto con la sposa ha documentato il viaggio di due migranti, un ragazzo e una ragazza, che fingendosi novelli sposi sono riusciti ad aggirare i controlli e ad arrivare in Svezia. A Milano ci sono molti siriani ed eritrei ospitati in strutture spesso al collasso - penso alla Casa della Carità di Don Virginio Colmegna che è arrivata ad accogliere centinaia di persone che non sapevano dove dormire. Ho visto singoli gruppi giovanili delle parrocchie aiutare persone rimaste per strada portando loro un po’ di spesa per mangiare, oppure delle coperte, o che facevano spazio in parrocchia per farli riposare. La rete dell’aiuto umanitario, quindi, va dall’organizzazione più strutturata che lavora su un progetto preciso di sostegno ai migranti fino al volontariato più spicciolo che interviene di fronte a un’emergenza ormai diventata quotidiana.

Chi sono questi soccorritori, che storie hanno?

Una parte di questi soccorritori, i cooperanti delle ONG e delle associazioni più strutturate, hanno alle spalle una storia e anche una formazione abbastanza precise, con un’esperienza pluriennale sul campo. È il caso dei team mobili di Medici senza Frontiere o di Emergency che operano d’estate per andare a vedere le condizioni di sfruttamento degli irregolari nel Sud Italia. C’è poi il volontariato “semi-organizzato” che fa capo a una parrocchia o a un’associazione che reagisce a una crisi locale. La cosa che trovo emotivamente bella e coinvolgente è che in queste situazioni, di fronte all’emergenza, si muovono anche altre persone, quelle che non fanno parte di gruppi o di associazioni. A Lampedusa abbiamo visto il volontario della protezione civile intervenire con la sua struttura - che ha un assetto ben preciso nel nostro Paese - e prodigarsi ben al di là di quello che doveva essere il suo ruolo. Abbiamo visto le catene umane con i bagnanti che lasciavano gli ombrelloni per andare a dare una mano a migranti sfiniti. Di fronte a queste situazioni, a una persona sfiancata che non riesce a fare pochi metri per arrivare a riva, interviene il cuore e la gente si muove...
Ci sono anche figure particolari, a cui appartiene anche Del Grande che ho citato prima, che mettono una professionalità specifica e precedentemente acquisita al servizio di una causa che grida vendetta. È evidente che chi compie questi viaggi della speranza subisce violenze e soprusi di ogni tipo. Occuparsi dei migranti per alcune di queste persone diventa un fatto di grande valore morale, che rifiuta la negazione dei diritti umani. Penso ad Arnoldo Mosca Mondadori che è arrivato a occuparsi di Lampedusa partendo dalla collaborazione con una ONG, Amani, impegnata nella riabilitazione dei ragazzi che vivono nelle baraccopoli del Kenya. Di fronte a quello che succedeva a Lampedusa, ha cominciato a prodigarsi per organizzare una serie di iniziative di sensibilizzazione rispetto a quello che sta succedendo sull’isola.

Cosa pensa dell’idea di onorare questi soccorritori come Giusti al Giardino del Monte Stella di Milano? Pensa che possa essere un modo creare una sorta di “contagio della solidarietà”?

Penso che ci sono gesti che hanno una valenza simbolica molto forte, tra i quali c’è quello di dedicare un albero e un cippo del Giardino di Milano a queste persone, che possiamo chiamare giusti. Questa idea è un valore aggiunto nel cammino culturale che è stato fatto sul tema dei Giusti - originariamente i non ebrei che salvarono gli ebrei durante la Shoah. Quel cammino ha portato a estendere la figura del giusto ad altri genocidi, e con un riconoscimento alle persone che hanno soccorso i migranti si aggiungerebbe un altro tassello al puzzle, introducendo fatti che sono oggi di estrema attualità. La valenza simbolica sarebbe fortissima. Tanto più se pensiamo che, pochi giorni fa, un gruppo di persone appartenenti a un certo partito politico girava in stazione a Milano esponendo un cartello con su scritto “ebola no grazie”. È un fatto che credo abbia una forza simbolica negativa straordinaria, per diverse ragioni. Innanzitutto perché rivela un atteggiamento di chiusura che è molto meschino e triste. Un fenomeno planetario che riguarda la vita di milioni di persone viene letto da una parte - per fortuna molto minoritaria di italiani - come qualcosa da cui proteggersi. Poi, in questo caso specifico, c’è anche l’aggravante di una grossolana ignoranza. Ebola non sta arrivando in Europa attraverso questi poveri disgraziati - i clandestini come li chiamano in quei gruppi - ma semmai attraverso i medici, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, gli uomini d’affari, le persone benestanti, insomma, che viaggiano velocemente e in aereo. Per contrastare la forza negativa di immagini come queste dobbiamo crearne altre e dare un nome a fatti simbolici positivi. Trovo sia straordinariamente forte riconoscere come giusti persone che oggi non solo compiono azioni di altissimo valore morale per difendere i diritti umani ma che ci stanno anche raccontando un modo diverso di pensare il pianeta. 

a cura di Valentina De Fazio

24 ottobre 2014

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