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Alla ricerca di un imperatore buono

di Ross Douthat

Donald J. Trump con le stellette da Capo di Stato Maggiore

Donald J. Trump con le stellette da Capo di Stato Maggiore Know your meme

L'editorialista Ross Douthat si è occupato sul New York Times del 5 aprile 2017 del rapporto tra differenziazione sociale, etnica e culturale e democrazia. Un tema che spesso viene sottovalutato, perché si tende a identificare la democrazia con il sistema di accomodamento delle differenze per antonomasia, ma che invece richiede attenta analisi, poiché spiega anche molte tendenze populistiche odierne, oltre che le difficoltà a volte immani che incontrano i Paesi del Medio Oriente a gestire il rapporto con le minoranze. Pubblichiamo di seguito la traduzione integrale dell'articolo.

Una delle verità più incontestabili delle vicende umane è che le differenze e la democrazia non vanno facilmente d'accordo. Nel Medio Oriente oggi, come in Europa in un passato non così remoto, la transizione dall'autoritarismo alla sovranità popolare sembra passare per purghe etniche o religiose. A livello mondiale, molti dei modelli di governo democratico riuscito sono effettivamente pertinenti a etno-stati, costruiti su passate pulizie etniche o divisioni o politiche di splendido isolamento. E in Occidente, negli ultimi anni, sia l'immigrazione di massa che la frammentazione culturale hanno riportato in auge tentazioni autoritarie.

Questo modello politico è molto radicato nella storia della nostra specie. Un nuovo paper degli economisti Oded Galor e Marc Klemp individua una forte correlazione tra la diversificazione e l'autocrazia nelle società precoloniali, che hanno lasciato in eredità molti tratti alle istituzioni attuali. Gli autori suggeriscono che l'autoritarismo emerge da pressioni sia dal basso verso l'alto che in senso opposto: per conservare la propria coesione e produttività, una società molto diversificata cerca istituzioni centrali forti, e le divisioni, stratificazioni e diffidenze interne aumentano “la ragione per dominare” di élite potenti.

Qui negli Stati Uniti ci piace pensare a noi stessi come a eccezioni alla regola e – nonostante il destino delle tribù indiane e l'eredità della schiavitù – siamo riusciti meglio a combinare l'autogoverno repubblicano con la diversificazione razziale e religiosa.

Eppure allo stesso tempo non stiamo esattamente governando noi stessi attraverso le assemblee cittadine nel New England. A mano a mano che l'America si è allargata, è diventata più diversificata e ultimamente anche più frammentata, il potere è diventato ancora più centralizzato a Washington, e il volto del governo centrale, la presidenza, ha acquisito sempre più autorità. Lo stile da caudillo del Queens di Donald Trump è unico di quest'uomo, ma rappresenta anche un'espressione manifesta di tendenze che risalgono a molte generazioni fa. Abbiamo ancora le forme repubblicane, ma abbiamo anche un tipo di imperatore eletto che presiede a tutte le linee di divisione razziale che permangono, ai nostri migranti che non sempre si mescolano con gli altri, alle nostre sette, tribù e classi che si osservano reciprocamente con diffidenza.

L'Unione Europea non ha un leader unico di questo tipo, ma la sua classe dirigente si trova in una situazione simile: sono i custodi di un impero diversificato, che cerca di esercitare il potere sui greci e i tedeschi, gli scandinavi e i siciliani, i nativi cristiani e gli immigrati musulmani, in un modo che non sembra più pienamente rispondere all'esigenza di responsabilità democratica.

Ciò significa che mentre cerchiamo di comprendere la sfida che è di fronte alla leadership occidentale, vale la pena ponderare i modi in cui i regimi autoritari del mondo interagiscono con le diversità etniche e religiose – sfruttandole, gestendole o facendo entrambe le cose.

Secondo un modello comune, il governo autoritario si sviluppa come modo di una maggioranza o di un gruppo plurale di mantenere il potere contro le rivendicazioni di diverse minoranze, e imporre una sorta di uniformità ai gruppi etnici o religiosi più deboli. Il regime Erdogan in Turchia e l'autoritarismo sunnita della monarchia saudita ne sono alcuni esempi, come pure lo sciovinsmo Han del Politburo cinese, il nazionalismo cristiano ortodosso di Putin e ancora molto altro.

In un altro modello, un leader autoritario – a volte proveniente lui stesso da un gruppo minoritario – si pone come protettore della diversità, promettendo di proteggere minoranze che sarebbero minacciate se un populismo maggioritario dovesse prendere il potere. Questo è il modello del dominio della famiglia Assad in Siria, che si è conquistato il sostegno della propria setta alawita come pure dei cristiani di Siria e di altri che temono ciò che una guida sunnita potrebbe rappresentare per loro. Il regime militare egiziano, nella stessa maniera, promette di proteggere i cittadini delle grandi città e i cristiani copti dall'ordine islamista che potrebbe essere inaugurato dall'avvento della democrazia.

Questi modelli hanno echi nella nostra politica imperiale – pardon, presidenziale. La coalizione che Barack Obama ha costruito nell'arco di due mandati ha unito i collegi delle minoranze con l'intellighenzia upper class e ha promesso di difendere i loro interessi diversificati contro i resti del cuore cristiano della nazione. La reazione trumpista è stata più di stampo erdoganiano o putinesco, promettendo di proteggere una maggioranza un tempo dominante, restaurarne i privilegi e invertire la marcia che essi percepiscono essere verso il declino.

In Europa, nel frattempo, l'UE sembra spesso governata a beneficio dei tedeschi nel centro e delle minoranze etniche alle periferie, favorendo i separatisti e gli immigrati alle vecchie maggioranze nazionali. Il grande aumento di forza del populismo è a sua volta un tentativo di stabilire una differente dinamica tra le diverse fazioni del Continente, nella quale la Germania abbia meno potere, più immigrati siano respinti e le vecchie nazioni si riaffermino ancora una volta come centri di influenza.

Nessun continente è destinato a una vera discesa nell'autocrazia – io penso! Ma sia in America che in Europa, paradossalmente, la causa dell'ordine liberale potrebbe essere servita meglio da leader che assumessero una visione leggermente più imperiale – non nel senso di imporre le politiche in punta di spada, ma di rendersi conto che le loro società sono così diversificate che richiedono una visione più disinteressata da parte dei loro governanti.

Un dominatore così disinteressato – chiamiamolo un imperatore buono – vedrebbe come parte cruciale del suo ruolo una forma di rassicurazione, riconoscendo che in un panorama diversificato, frammentato e sfiduciato, qualunque coalizione di governo può sembrare minacciosa per quelli che non vi sono inclusi. Se proviene da un gruppo storicamente dominante e parla in suo nome, ha bisogno di fare di tutto per gestire le ansietà delle minoranze e dei nuovi arrivati. Se sta costruendo una coalizione di gruppi minoritari, deve riassicurare la vecchia maggioranza che il Paese del futuro ha ancora spazio per essa. Quale che sia la base del suo potere, dovrà essere costantemente in sintonia con le maniere in cui la pluralità, le differenze e la sfiducia possono rendere il conflitto politico molto più decisivo di come dovrebbe essere.

I nostri due ultimi Presidenti hanno riconosciuto che dovevano fare sforzi lungo queste direttrici, ma salvo eccezioni - George W. Bush dopo l'11 settembre, Obama nella sua campagna del 2008 — non hanno avuto particolare successo. Nel caso di Obama, la sua Casa Bianca non è riuscita a comprendere il sentimento di abbandono e crisi nel cuore bianco del Paese, e la misura in cui questo sentimento ha creato un nuovo blocco elettorale basato sull'identità. Inoltre non è riuscito a cogliere quale minaccia i conservatori religiosi percepivano dall'approvazione di norme liberali in materia sessuale – a un livello tale da farli sentire stranieri nel loro stesso Paese.

Da quell'alienazione e da quella paura è venuto fuori Trump, che non sta quasi per niente tentando di raggiungere e rassicurare chi non la pensa come lui, per far sembrare il suo nazionalismo un po' più di larghe vedute che solo una politica identitaria bianca, per fare sì che i gruppi che hanno paura della sua amministrazione sentano che lui percepisce le loro ansie, che potrebbe esserci una forma di nazionalismo che aiuta a tenere insieme una società plurale. Quello di Trump sembra più probabile che leghi insieme una ex maggioranza “di americani puri” in opposizione a qualsiasi altra razza, fede o gruppo.

Chi verrà dopo di lui alla fine, liberale o conservatore, non dovrebbe cercare di imparare da Assad, Erdogan o Putin, ma (che sia un uomo o una donna) potrebbe imparare qualcosa da un custode della pluralità di un'epoca precedente, dalle monarchie plurali e frammentate dell'Austria degli Asburgo, in particolare, che operavano per contenere e bilanciare le divisioni religiose ed etniche, di prevenire la disgregazione e tenere alla larga il totalitarismo, e sarebbero riusciti nell'intento se non ci fosse stata la follia del 1914.

Se dobbiamo proprio avere una presidenza imperiale, dovremmo desiderare un Presidente che pensi meno come un leader di partito e più come un buon imperatore – uno che non si limiti a dividere e conquistare, ma che cerchi di fare sentire tutti i popoli del suo impero sicuri, riconosciuti e a casa propria.

12 aprile 2017

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