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Bielorussia (e altri Paesi): come ci si batte in Europa per la democrazia

di Bruno Marasà

Come annunciato, è prevista per il 16 Dicembre la consegna del Premio Sacharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero e la difesa dei diritti umani, assegnato quest’anno all’opposizione democratica in Bielorussia rappresentata dal “Consiglio di coordinamento”. Iniziativa di donne coraggiose come Sviatlana Tsikhanouskaya, candidata principale dell’opposizione, Svetlana Alexievich, Premio Nobel, Maryia Kalesnikava, musicista e attivista, Volha Kavalkova, Veranika Tsapkala, manager e attivista, insieme ad altre figure della società civile.

Questa scelta, conferma la forte attenzione delle istituzioni europee sulla vicenda bielorussa, aggravatasi dopo le elezioni “farsa” dell’8 agosto scorso nelle quali il Presidente Alexander Lukashenko fu rieletto, per l’ennesima volta, con l’80% dei voti.

L’assegnazione del Premio è stata decisa dalla maggioranza dei gruppi politici del Parlamento, a conferma di un orientamento comune su una scelta che, oltre al valore di testimonianza, assume le caratteristiche di un vero e proprio intervento di politica estera.

Nei giorni scorsi, infatti, anche il Consiglio dei Ministri dell’Ue, che aveva già condannato lo svolgimento di elezioni truccate in Bielorussia e ne aveva bocciato i risultati, ha rafforzato le pressioni, adottando misure direttamente contro Lukashenko, ostinato nella difesa della sua posizione. Si tratta di sanzioni ben precise che riguardano restrizioni alla sua libertà di viaggiare nei Paesi dell’Unione e il congelamento di eventuali beni all’estero.

Queste misure, già adottate nei confronti di 15 esponenti governativi, sono state estese al Presidente a causa della continua repressione esercitata contro le proteste pacifiche, guidate soprattutto dalle donne, impegnate ad aprire un varco nel sistema autoritario vigente nel Paese.

Con questo passo si fa più netta l’iniziativa per sollecitare l’uscita da una crisi, resa ormai irreversibile dalle forti, e mai cessate dall’estate scorsa, manifestazioni pacifiche in nome della libertà e della democrazia. Il blocco delle opposizioni si sta rivelando solido e tenacemente attaccato all’obiettivo di ottenere una soluzione democraticamente sostenibile. La molteplicità di azioni non violente e il protagonismo assunto dalle donne rendono queste proteste ancora più significative.

Val la pena ricordare che la Bielorussia, insieme all’Ucraina e alla Moldova (Moldavia) sono entrati da anni nella cosiddetta Eastern Partnership, il sistema di accordi che l’Unione europea stabilisce con i Paesi vicini (analogo a quello con i paesi del Mediterraneo). Purtroppo, anche verso l’Ucraina e la Moldova recentemente il Parlamento europeo, ha dovuto esprimersi criticamente.

In Ucraina si registra l’assenza di seri passi avanti nella lotta alla corruzione e al consolidamento dello Stato di diritto. In gioco ci sono la solidarietà europea verso questo Paese nel suo conflitto “congelato”con la Russia, ma anche la concessione di consistenti aiuti finanziari.

In Moldova siamo alla vigilia di elezioni presidenziali, ed anche in questo caso si teme uno scenario preoccupante sulle modalità e gli esiti del voto.

E non ci sono solo i “vicini” a suscitare fondate preoccupazioni sul rispetto delle regole democratiche. Anche nei confronti dell’Ungheria di Orbàn rimangono sul tappeto le denunce del Parlamento europeo e della Commissione su una serie ormai corposa di decisioni che hanno messo in discussione l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e fondamentali diritti democratici.

L’Ungheria però è uno Stato membro dell’Unione europea, e anche in questo caso arrivano notizie positive sulla volontà delle istituzioni europee. Per esempio l’accordo raggiunto tra Parlamento, Presidenza del Consiglio Ue (in questo momento sotto responsabilità della Germania) e Commissione, sull’affermazione di una condizionalità tra l’accesso ai fondi europei (molti, nel caso dell’Ungheria) e il rispetto della democrazia. Il Parlamento europeo ne ha fatto un punto irrinunciabile nel complesso negoziato per il Next Generation Eu, che prevede la mobilitazione di ingenti risorse per superare la crisi economica provocata dal COVID. Ha fatto bene il Parlamento ad insistere, sino a strappare un accordo che rende più cogenti le regole, già esistenti, per sanzionare concretamente violazioni in questi ambiti.

Partita difficile, se è vero, che Orbàn, ha già minacciato di mettere il veto, in sede di ratifica, sul complesso dei programmi finanziari già decisi (Recovery Plan e Bilancio pluriennale UE 2021-2027).

Insomma, fuori e dentro i confini dell’Unione europea si combattono battaglie sacrosante per la difesa della democrazia. E si accetta con coraggio il rischio di non svenderle in nome degli interessi economici e finanziari di questo o quel Paese.

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

11 novembre 2020

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