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Cambiare il mondo con un discorso

colloquio con Antonio Ferrari sul Medio Oriente

Il viaggio appena concluso in Medio Oriente è servito a Barack Obama per tentare di riavviare il processo di pace fra israeliani e palestinesi, ricucire le relazioni tra Israele e Turchia, ricomporre il difficile rapporto con il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu. Il Presidente americano ha condannato il programma nucleare iraniano e chiesto un cambio di guardia in Siria, dove si consuma da mesi una carneficina senza precedenti. Davanti ai giovani di Gerusalemme ha dimostrato di poter cambiare il mondo con un discorso. Ancora una volta, come ha scritto Haaretz.
Abbiamo chiesto ad Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera e grande conoscitore del Medio Oriente, un commento su questi temi. Ecco cosa ci ha raccontato. 

Quali ritiene siano i risultati più importanti della visita del Presidente americano Barack Obama in Medio Oriente?

Penso a due risultati, uno concreto e uno, molto importante, che definirei psicologico. Quello concreto riguarda il rapporto tra Israele e Turchia. La telefonata con la quale Netanyahu ha chiesto scusa a Erdogan per il famoso attacco alla Mavi Marmara - costato la vita a otto attivisti turchi e a un americano di origine turca - è un risultato fondamentale per l’America, per Israele e forse anche per la stessa Turchia. Israele aveva bisogno di mantenere aperto il rapporto con Ankara dopo una crisi che durava ormai da quasi tre anni. Direi che questo risultato non soltanto rilancia la Turchia come pivot regionale fondamentale in questo momento, ma potrebbe rilanciare addirittura il processo negoziale per il suo ingresso nell’Unione Europea. 
Queste cose non accadono mai da sole: anche la connessione temporale con la decisione di Abdullah Ocalan, capo dei guerriglieri turco-curdi del PKK all’ergastolo nell’isola di Imrali, di rinunciare alla lotta armata, fa pensare che è cominciata una nuova importante fase di cui Obama è stato “la levatrice”.

E quello psicologico? 

Da un punto di vista psicologico, anche se non è ancora stato raggiunto alcun risultato concreto, c’è la volontà di Obama di riprendere i colloqui per arrivare alla creazione di due Stati - Israele e Palestina - che vivono l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Per Obama, per tutto il mondo e anche per l’Europa, questo è un obiettivo fondamentale, irrinunciabile e senza alternative. 
Dico psicologico perché Obama, consapevole del difficile rapporto con il primo ministro Netanyahu, ha scelto di incontrare i giovani e ai giovani ha detto “siete voi che dovete agire per far sì che i governi, i politici, prendano decisioni adeguate alla vostra volontà”.  Che significa: “se i politici non mi ascoltano, fate sentire la vostra voce”. 
Nella sua strategia per rilanciare il processo di pace che troppi avevano dato per morto, Obama è favorito dall’indebolimento di fatto di Netanyahu. Il premier israeliano ha voluto andare alle elezioni assieme all’estrema destra di Lieberman per guadagnare nuovi seggi. Il risultato di questo “cartello unico” è che ne ha persi addirittura dieci, e ora è costretto ad accettare obtorto collo nuovi partner di governo molto disponibili - o meno insensibili - all’idea di riprendere il dialogo con i palestinesi e cambiare, forse anche in modo sostanziale, la politica estera israeliana. Senza dimenticare quella interna: sarà necessario alleviare i malumori, in qualche caso le sofferenze, di un popolo spaventato dalla crisi economica, che è già arrivata in Israele e sta mordendo.

Qual è il tratto distintivo del discorso che Obama ha pronunciato all’università di Gerusalemme? Quali le differenze rispetto a quello tenuto a Il Cairo nel 2009?


L’obiettivo non è dissimile. La differenza risiede nell’importanza dell’uditorio. Nel 2009 a Il Cairo Obama, al suo primo mandato, aveva davanti dei giovani scettici ma anche compiaciuti del fatto che il Presidente americano avesse scelto proprio l’Egitto per lanciare la sua proposta di pace. Ma tutti sanno che un Presidente americano al primo mandato agisce con prudenza e tende a evitare gesti eccessivamente coraggiosi per il timore di inimicarsi alcune lobby - e come sappiamo quella ebraica in America è molto importante. Sapere che non vi sarà il terzo mandato, crea a Obama meno problemi nel secondo. 
Mi ha stupito, impressionato, la spinta etica straordinaria del discorso di Gerusalemme, in cui ha chiesto ai giovani israeliani di guardare il mondo attraverso gli occhi dei coetanei palestinesi, che hanno il loro stesso desiderio di giustizia, lo stesso desiderio di vedere riconosciuti i propri diritti. 
È chiaro che questo non porterà dei risultati immediati, ma la spinta morale di questo discorso ha segnato fortemente l’inizio del secondo mandato di Obama, un uomo a cui possiamo guardare con speranza, che ha energia e visione per cambiare le cose. 
Se mi si consente il paragone, un altro uomo che potrebbe avere la stessa forza e lo stesso carisma è Papa Francesco. Le sue aperture al dialogo nel campo sociale e religioso devono farci seriamente riflettere. Il Presidente americano e il capo della Chiesa cattolica, entrambi provenienti dalle Americhe, stanno imprimendo un cambiamento di rotta epocale, nonostante la crisi economica - mi riferisco a Obama - e le recenti vicende del Vaticano. 

Come hanno reagito i palestinesi al discorso di Obama?

C’è scetticismo. Chi ha la memoria lunga - e i palestinesi hanno la memoria lunga - sa che è già capitato di abbandonarsi all’entusiasmo e di doversi poi ricredere. Tuttavia è evidente che, rispetto a un nulla di fatto, anche solo un passo psicologico è importante. Obama ha detto chiaramente di avere a cuore la questione israelo-palestinese, e ha ribadito con determinazione quella che vede come unica soluzione del problema: i due Stati. Certo, non ha parlato di precondizioni in merito agli insediamenti, forse per non ferire Netanyahu già ridimensionato dal risultato elettorale. L’essersi rivolto a Israele come “alleato eterno” ha un po’ sconcertato i palestinesi, ma la sostanza delle sue dichiarazioni, che pure non ha cancellato lo scetticismo, credo abbia contribuito a far riaccendere la speranza anche tra i palestinesi. 

Israele ha riallacciato i rapporti con la Turchia in un quadro di grandi tensioni con l’Iran, la Siria…

Diciamo una cosa molto realistica. Israele e Turchia hanno un patto di cooperazione; c’è stato un raffreddamento, ma certo non si poteva pensare a una rottura definitiva. Le forze armate dei due Paesi, le forze di intelligence e le forze militari, hanno sempre continuato a parlarsi. La Turchia aveva bisogno del sofisticato armamento israeliano e già da tempo si era avviati a trattare, nonostante il gelo politico. Non sorprende il modo con cui si è arrivati alla riconciliazione: scuse formali e indennizzo per le famiglie delle vittime, come pretendeva Erdogan. Il premier turco, scaltro uomo di visione, è il leader che ha segnato e segnerà il cammino della Turchia, forse quanto Atatürk. Ma al di là dei paragoni, Erdogan ha portato stabilità in un Paese che non l’ha mai avuta. 
Questa stabilità, coniugata con la grande forza economica, ha trasformato in un modello di riferimento per tutti gli arabi il leader musulmano turco, prima tanto odiato nel mondo arabo.
Credo anche che la presa di distanza da Israele, determinata dal gravissimo incidente alla Flotilla per Gaza, abbia regalato a Erdogan una nuova credibilità nel mondo arabo. Non è uno stratega, ma un tattico che è sempre stato abilissimo nel cambiare in corsa, pur trovandosi dalla parte sbagliata nei momenti cruciali. Era grande amico di Mubarak ma è diventato sostenitore della primavera araba egiziana; aveva buoni rapporti con Ben Ali e ha poi sostenuto la rivolta tunisina; appoggiava il colonnello Gheddafi ma a un certo punto si è spostato dalla parte dei ribelli. Ha prima ricucito i rapporti con la Siria di Bashar al Assad - non dimentichiamo che ai tempi di Ocalan Siria e Turchia erano pronte a farsi la guerra - e cambiato atteggiamento quando questi ha cominciato a infierire sul suo popolo. A un’iniziale fase di cautela, anche in questo caso è seguito l’appoggio ai ribelli. 
È chiaro che la soluzione del problema siriano è diventata urgentissima per la Turchia che, sebbene in misura minore rispetto alla Giordania, deve oggi fronteggiare la questione dei profughi. 
Quindi Erdogan si è distanziato dalla Siria, ma questo non implica la chiusura definitiva con Teheran. Certo, la Turchia non potrebbe accettare un Iran nuclearizzato, ancor più pericoloso nelle mani di personaggi capaci di scatenare un allarme internazionale; ma il premier sa che l’Iran è un paese importante per la Turchia e, da tattico quale è, conta anche sulla sua capacità di seduzione politica. In un quadro così provvisorio, Erdogan può approfittare della situazione per cercare di imporre la Turchia come elemento di stabilità regionale - rinnovandone l’immagine di superpotenza -, facendo sentire Israele meno solo. Se il rapporto tra i due Paesi migliora, Israele dal canto suo potrà contare su un “ombrello” turco - che è un ombrello NATO - in caso di necessità. 
Insomma, questa Turchia che comincia a rivedere la sua posizione rispetto a un’Europa cieca e scorretta nel ridefinire in corsa le condizioni per il suo ingresso nell’Unione, in questo momento potrebbe offrire quel sostegno e quella spinta che ci servono per uscire dalla crisi. 

27 marzo 2013

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