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Catalogna-Spagna, uno sguardo di lungo periodo sulla crisi

un conflitto che va avanti dal 1714, dal 1934, o ancora dal 2010

Il cartello di un manifestante

Il cartello di un manifestante Politico

La Catalogna è la regione nordorientale della Spagna con capoluogo Barcellona e altre città importanti: Girona, Lleida e Tarragona. Una delle zone economicamente più dinamiche della Penisola Iberica, al momento è al centro di una delle questioni più scottanti dell'attualità per via del referendum sull'indipendenza che si è tenuto il 1° ottobre. 

La regione, che gode già di un ampio grado di autonomia, ha un forte movimento separatista, che si nutre di una rivalità con Madrid che risale al 1714, ma che si è poi fortemente ancorata nella resistenza al franchismo - regime che cercò di sradicare la cultura catalana - e ancora di più negli anni recenti, dal 2010 a oggi. 

Un conflitto che risale alla Guerra di Successione Spagnola

Per quanto riguarda il 1714, la Castiglia in quell'anno conquistò Barcellona dopo un anno di assedio. Era un'epoca di guerre dinastiche e per l'egemonia in tutta Europa, e la Spagna non fece eccezione. Ebbe infatti anch'essa quella che oggi viene chiamata la Guerra di Successione spagnola, seguita alla morte senza eredi di Carlo II d'Asburgo. 

Nell'ambito di una più ampia lotta tra Francia e Inghilterra, che si disputavano il dominio del mondo occidentale, Barcellona fu messa a ferro e fuoco in seguito all'assedio, e ancora oggi qui si celebra ogni anno la "Giornata della Catalogna" che ricorda la resistenza indomita dei catalani. Come succede in molti conflitti (ad esempio con i serbi per quanto riguarda la battaglia della Piana dei Merli in Kosovo), una disfatta, nella coscienza popolare, si tramuta in vittoria morale, dando luogo a rivendicazioni politiche più o meno legittime.

I separatisti: una maggioranza o una minoranza?

Oggi, in un momento storico che vede forze populiste affermarsi fortemente in Paesi quali la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi dell'Est Europa, il separatismo catalano desta molte preoccupazioni. 

Il fenomeno ha dei numeri imponenti: 2,2 milioni di catalani si erano recati alle urne già nel 2014. Secondo dati della BBC, se fanno fede i risultati delle elezioni regionali catalane di  quell'anno, il Sì era al 48% già allora. Oggi è estremamente difficile sentire voci di persone che si sentono spagnole, ma i dati della BBC riportano una recente rilevazione secondo cui i partigiani del Sì sarebbero in realtà una minoranza, il 41%, contro un 49% di contrari. Questo a luglio 2017.

L'incostituzionalità del referendum... e delle violenze della polizia

Probabilmente il consenso agli indipendentisti è stato rinfocolato proprio di recente dalle violenze della polizia contro i civili che si sono recati in massa, completamente disarmati e in alcuni casi recando fiori, ai seggi istituiti per protesta in tutta Barcellona. Sono state ferite oltre 700 persone, e vi sono alcune foto simbolo come quella di una donna anziana tratta in arresto dalla Guardia Civil. Questo organismo di forza pubblica è tipicamente spagnolo, e suscita nei catalani tristi ricordi dell'epoca in cui era sotto il comando del Generale Franco. Per questo molti catalani, il cui referendum rimane incostituzionale secondo le regole dello Stato di diritto spagnolo e irregolare in quanto gli elettori non venivano né identificati, né censiti, reputano di essere vittime di una invasione e occupazione militare. Da parte loro naturalmente gli attivisti rivendicano un successo politico: l'immensa partecipazione alla consultazione, che pur con tutti i limiti sopraelencati avrebbe dato un esito di più del 91% dei suffragi a favore dell'indipendenza. 

Alcuni miti degli indipendentisti catalani

Per dare un'idea di ciò che significa l'indipendentismo a sfondo antifascista per molti catalani, si può considerare il caso dello scrittore Manuel Vazquez Montalban, autore di molti libri, tra cui una biografia di Francisco Franco, che raccontano ironicamente le vicende di "quelli della cebolla", come i resistenti catalani si chiamavano tra di loro. Montalban, scrittore di culto anche presso l'intellighenzia italiana negli anni '80, era così popolare da avere dato il suo nome al celebre commissario Montalbano di Andrea Camilleri. 

Oltre a essere uno scrittore di successo, Montalban era in prima persona un antifascista, di ispirazione comunista, che però aveva militato perfino nei servizi segreti americani pur di liberare la Spagna, e in particolare Barcellona, da Franco. A causa di questa attività nello spionaggio USA scontò tre anni di carcere militare, al termine dei quali iniziò la sua carriera di scrittore con un forte intento etico, che sferzava sempre la classe politica e intellettuale madrilena (si vedano ad esempio libri come Il potere e la boria o Il premio). Nel 2014, quando la Catalogna tentò la prima volta la via del referendum per l'indipendenza da Madrid, la vedova di Montalban (deceduto nel 2003) Anna Vallès disse che lui, soprannominato Manolo dai tempi della resistenza a Franco, sarebbe stato per l'indipendenza catalana. Simili fatti non possono non avere toccato i catalani, che lo consideravano un mito. 

La Generalitat, Mariano Rajoy, re Felipe e l'Europa: alcuni attori della crisi

Nella crisi attuale, che sta agitando i sonni delle cancellerie europee, dopo alcuni giorni di silenzio, rilevati ad esempio da Roberto Toscano in un articolo del 3 ottobre apparso su La Repubblica, è intervenuto anche il re di Spagna Felipe, che ha condannato il referendum come incostituzionale, accusando le autorità catalane di "slealtà inaccettabile", ma anche facendo appello all'impegno di tutti i cittadini per "l'interesse comune" e ribadendo la via costituzionale e democratica al superamento "con serenità e determinazione" dell'attuale "situazione di estrema gravità". La risposta del Presidente catalano Carles Puigdemont non è stata positiva, e vedremo come si svilupperà questa situazione che si verifica in un momento di instabilità politica per la Spagna, con molti oppositori di Mariano Rajoy, di ora in ora sempre più scatenati. 

Al di là dell'ombra gettata sulla questione catalana dallo scontro di potere in atto a Madrid, dubbi sulla lealtà catalana al governo centrale erano stati in precedenza suscitati anche da alcune circostanze come il rifiuto dei Mossos, le forze dell'ordine proprie del governo autonomo della Catalogna (detto Generalitat), di agire per contrastare il voto. Su questo - definito una "sedizione" - stanno indagando sei magistrati spagnoli.

Le Monde ha rintracciato alcune specifiche responsabilità nella crisi anche da parte dell'ex Presidente catalano Arturo Mas, che nel 2010 si sarebbe trovato incapace di pagare gli stipendi ai dipendenti della regione autonoma, sarebbe ricorso ai finanziamenti di Madrid, e invece di assumersi le sue responsabilità per l'accaduto avrebbe preso la strada di incolpare Madrid di ogni difficoltà economica nella quale la Catalogna si trovava coinvolta, come molti Paesi del mondo, da dopo il 2008. 

Una lotta che non è solo economica... ma che richiede comunque un'attenzione ai fatti e alle cifre

Naturalmente tasse e stipendi sono una parte del problema del separatismo catalano, anche se, come abbiamo detto, non l'unica, né, forse, la più importante, visti i notevoli aspetti culturali che riveste la questione. Ciò viene attestato per esempio, per quanto riguarda la cultura popolare, dalla grande rivalità tra le squadre di calcio FC Barcellona e il Real Madrid. Durante i giorni di scontri di inizio ottobre 2017, il Barcellona ha giocato a porte chiuse per significare, a dire dei suoi dirigenti, "la sofferenza della Catalogna".

Frattanto, e sul piano delle decisioni politiche destinate a riguardare tutti, il Presidente catalano Puigdemont ha chiesto una mediazione internazionale per la crisi. La via di un intervento europeo sembra problematica, anche perché fu controproducente già nella questione del referendum scozzese del 2014. Si tratterebbe di decidere se l'UE ha il diritto o meno di intervenire negli affari interni della Spagna, e se la questione della Catalogna fa parte di essi. Inoltre purtroppo si palpa con mano il fatto che l'Europa è rimasta alla  finestra per tutta la crisi, senza sollecitare una mediazione politica tra Rajoy e Puidgdemont. 

Una crisi che può essere decisiva per l'Europa unita

La giornalista francese Cécile Chambraud, che ha effettuato per Le Monde un reportage - dal titolo Catalogne, la nouvelle vague indépendantiste - sull'evolversi della situazione nella regione autonoma, ha osservato che in questo momento tra catalani e spagnoli sta avvenendo un "cortocircuito delle memorie", che ha causato il passaggio da un sentimento indipendentista al vero e proprio separatismo. Probabilmente non tutti gli ideali di questo movimento sono destinati a realizzarsi. El Pais ha individuato almeno dieci "falsi miti del secessionismo catalano", tra cui quelli sulla vitalità economica di una Catalogna senza la Spagna, destinati a infrangersi contro una realtà complessa, dove spesso il sogno antifascista, oltre che a rischio di una fine violenta, è anche soggetto alla disillusione e alle manipolazioni da parte di forze populiste di destra che nulla hanno a che vedere con la resistenza accanita che Barcellona, ultima delle città spagnole, oppose all'esercito di Franco dal 1934 al 1939, subendo poi una tragica repressione.

Sarebbe auspicabile una grande lungimiranza politica, perché questa ennesima crisi dell'Europa, che rischia di deflagrare rapidamente, se è vero che il Parlamento catalano ha votato una risoluzione per votare l'indipendenza dalla Spagna il prossimo lunedì, potrebbe alimentare i populismi e portare a situazioni drammatiche. Molti intellettuali spagnoli e catalani, da Clara Sanchez a Luis Sepulveda, hanno espresso viva preoccupazione per la sorte di un Paese chiave, molto frammentato. 

La forza della democrazia è il pluralismo

In linea teorica, il re Felipe potrebbe mettere in atto il dispositivo di cui all'articolo 155 della Costituzione spagnola, che secondo quanto riportato dal Corriere della Sera "consente, in caso di via libera da parte del Senato di Madrid (controllato dal Pp di Mariano Rajoy), la sospensione parziale o totale delle competenze del governo catalano. In caso di applicazione potrebbe permettere al governo spagnolo di prendere il controllo della polizia regionale catalana,  convocare elezioni anticipate, o anche esautorare il presidente". Secondo il sito di Sky News 24 Madrid avrebbe già ordinato, anche se ufficialmente "per rifornimento", l'invio di 30 mezzi dell'esercito e diverse navi verso il capoluogo catalano. 

La Catalogna, come la Spagna, mantiene viva la sua democrazia grazie al contributo di forze politiche variegate - ad esempio, nel Parlamento catalano, siedono insieme socialisti e "anarchici" del CUP - che però tutte a buon titolo rappresentano la pluralità creatrice della democrazia europea sorta dalle ceneri di nazifascismo, comunismo e franchismo. Si spera che questa democrazia non finisca in un bagno di sangue, un altro inutile tributo alla follia che si sta impossessando dei potenti della terra in questo scorcio di 21° secolo. 

Le parole di re Felipe


Carolina Figini, Redazione Gariwo

3 ottobre 2017

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