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Come salvare l'Europa

di George Soros

George Soros

George Soros AP Photo

Di seguito presentiamo il discorso di apertura pronunciato da George Soros alla Riunione annuale del Consiglio Europeo per le Relazioni Internazionali (ECFR) a Parigi il 29 maggio 2018.

È bello essere qui. Grazie. Penso che questo sia il posto giusto per discutere di come salvare l’Europa.

L’Unione Europea sta attraversando una crisi che potrebbe mettere a repentaglio la sua stessa esistenza. Tutto ciò che avrebbe potuto andare storto lo ha fatto. Prima di tutto, spiegherò brevemente come ciò è accaduto e quindi esaminerò ciò che si può fare per invertire la tendenza.

Quando ero giovane, un piccolo gruppo di visionari guidati da Jean Monnet trasformò la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio in un Mercato Comune Europeo e, dunque, in un’Unione Europea. Gli uomini della mia generazione furono sostenitori entusiasti di questa operazione.

Personalmente consideravo l’Unione Europea come l’incarnazione dell’idea di Società Aperta: un’associazione volontaria di Stati con pari dignità che si univano e sacrificavano parte della loro sovranità per il bene comune. L’idea di Europa come società aperta continua a essere una fonte d’ispirazione per me.

Tuttavia, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, l’Unione Europea sembra avere smarrito la sua strada. Ha adottato misure di austerità budgetaria, che hanno portato alla crisi dell’euro. Questo ha trasformato l’eurozona in una relazione fra creditori e debitori, dove i creditori pongono le condizioni cui i debitori devono ottemperare. I debitori non potevano farlo e ciò ha creato una relazione che non è né volontaria, né paritaria.

Ne consegue che molti giovani oggi guardano all’Unione Europea come a un nemico che li ha privati del lavoro e di un futuro sicuro e promettente. I politici populisti hanno sfruttato il risentimento e formato partiti e movimenti anti-europei.

Poi è arrivata la crisi dei rifugiati del 2015. In prima battuta, la maggior parte della gente simpatizzò con la tragedia dei migranti che fuggivano dalle repressioni politiche o dalla guerra civile, ma non voleva che la propria vita quotidiana fosse sconvolta da un collasso dei servizi sociali, e inoltre rimase delusa dal fallimento delle autorità nell’affrontare la crisi.

Quando questa è arrivata alla Germania, l’Afd si è trovata con molto più potere ed è cresciuta fino a diventare il più grande partito di opposizione. L’Italia ha sofferto di recente di una simile esperienza e le ripercussioni politiche sono state ancora più disastrose: i partiti anti-europei hanno quasi preso il potere. L’Italia ora sta affrontando le elezioni in mezzo al caos politico.

Certamente, tutta l’Europa è stata sconvolta dalla crisi dei rifugiati. Leader senza scrupoli l’hanno sfruttata perfino in Paesi che hanno accettato (a malapena) pochi rifugiati. In Ungheria, Viktor Orbán ha basato la sua campagna per la rielezione sulle false accuse rivolte a me, di voler inondare l’Europa, compresa l’Ungheria, di rifugiati musulmani.
Ora Orbán si sta atteggiando a difensore della sua versione di un’Europa cristiana che sta sfidando i valori su cui l’Unione Europea fu fondata. Sta cercando di assumere la guida dei partiti democratici cristiani, che formano la maggioranza nel Parlamento Europeo.

Nelle ultime settimane, non solamente l’Europa ma tutto il mondo è stato sotto shock per le azioni del Presidente Trump. Egli si è unilateralmente ritirato da un trattato sul nucleare con l’Iran, di fatto distruggendo l’alleanza transatlantica. Questo porrà ancora più sotto pressione, con una forza dall’impatto imprevedibile, un’Europa già assediata dai problemi. Non è più una figura retorica dire che è in pericolo la stessa esistenza dell’Europa; è la dura realtà.

Che cosa si può fare per salvare l’Europa?

L’Europa è di fronte a tre problemi pressanti: la crisi dei rifugiati, le disintegrazioni territoriali, come per esempio la Brexit, e la politica di austerità che ha ostacolato lo sviluppo economico. Portare la crisi dei rifugiati sotto controllo potrebbe essere il punto migliore dal quale cominciare.

Ho sempre sostenuto l’idea che la collocazione dei rifugiati all’interno dell’Europa dovrebbe essere interamente volontaria. Gli Stati membri non dovrebbero essere obbligati ad accogliere rifugiati che non vogliono e i rifugiati non dovrebbero trovarsi a dover soggiornare in Paesi dove non vogliono andare.

Il principio di volontarietà dovrebbe guidare la politica migratoria dell’Europa, che deve anche riformare o revocare urgentemente i cosiddetti Regolamenti di Dublino che hanno posto un fardello di obblighi ingiusto sulle spalle dell’Italia e di altri Paesi europei, con conseguenze politiche disastrose.

L’Unione Europea deve proteggere le sue frontiere esterne, ma tenerle aperte per i migranti legali. Gli Stati membri a loro volta non devono chiudere le loro frontiere interne. L’idea di una “fortezza Europa” chiusa allo steso modo ai rifugiati politici e ai migranti economici viola il diritto sia europeo che internazionale e in ogni caso è totalmente irrealistica.

L’Europa può tendere una mano verso l’Africa (e altre parti del mondo in via di sviluppo) offrendo assistenza sostanziale a regimi inclini a rispettare la democrazia. Ciò consentirebbe loro di fornire istruzione e opportunità di impiego ai loro cittadini, che migrerebbero probabilmente meno e se lo facessero non sarebbero qualificati come rifugiati. Al contempo, i Paesi europei potrebbero accogliere i migranti di questi e altri Paesi per andare incontro ai loro bisogni in modo ordinato. In questa maniera la migrazione sarebbe volontaria sia da parte dei migranti che da parte degli Stati d’accoglienza. Un simile “Piano Marshall” contribuirebbe anche a ridurre il numero di rifugiati politici rafforzando i regimi democratici nel mondo in via di sviluppo.

La realtà del tempo presente è sostanzialmente carente sul piano di questi ideali. Prima di tutto, si osserva una cosa molto importante: l’Unione Europea non ha ancora una politica migratoria unificata, ma ogni Stato membro ha le proprie politiche, che spesso sono in conflitto con gli interessi di altri Stati.

In secondo luogo, l’obiettivo principale della maggior parte dei Paesi europei non è di sostenere lo sviluppo democratico, ma di arginare il flusso dei migranti. Ciò comporta una distorsione di un’ampia parte dei fondi disponibili a favore di affari sporchi con i dittatori, corrompendoli per impedire che i migranti passino per il loro territorio o perché utilizzino misure repressive per fare sì che i loro cittadini non emigrino. A lungo termine questo farà aumentare i rifugiati politici.

Terzo, tristemente c’è una grande carenza di risorse finanziarie. Secondo le nostre stime, un significativo Piano Marshall per l’Africa richiederebbe almeno 30 miliardi di euro per un certo numero di anni. Gli Stati membri potrebbero contribuire solamente con piccole frazioni di questa cifra anche se fossero pronti a farlo.

Come si potrebbe finanziare un simile piano allora? È importante ammettere che la crisi dei rifugiati è un problema europeo e ha bisogno di una soluzione europea. L’Unione Europea ha un rating creditizio elevato e la sua capacità di prestito è ampiamente inutilizzata. Quando la si potrebbe mettere a frutto, se non in una crisi cruciale? Lungo tutto l’arco della storia, il debito nazionale è sempre cresciuto in tempi di guerra. È generalmente ammesso che aumentare il debito nazionale contrasta la prevalente assuefazione all’austerità, ma la politica di austerity in se stessa è un fattore che contribuisce alla crisi in cui si trova l’Europa.

Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto sostenere che l’austerità funzionava e si doveva continuare con essa, perché l’economia europea stava leggermente prendendo quota. Tuttavia, guardando al futuro, ora siamo di fronte al termine dell’accordo nucleare con l’Iran e alla distruzione dell’alleanza transatlantica. Ciò è destinato ad avere un effetto negativo sull’economia europea e causare altre distruzioni. La forza del dollaro sta già provocando un fuggi-fuggi generale delle monete dei mercati emergenti. Forse siamo diretti verso una nuova crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un Piano Marshall potrebbe essere l’intervento giusto al momento giusto.

Questo è ciò che mi ha portato a proporre un’innovativa proposta per finanziarlo. Non entrerò nei dettagli, ma mi preme sottolineare che essa contiene un dispositivo ingegnoso per permettere all’Unione Europea di prendere in prestito fondi sul mercato a un tasso molto vantaggioso senza incorrere in un’obbligazione diretta per se stessa o per i suoi Stati membri. Inoltre, offre considerevoli vantaggi di bilancio. E ancora, anche se è innovativa, si tratta di una proposta che è stata già usata con successo in altri contesti, soprattutto per quanto riguarda i titoli del bilancio dei comuni americani negli USA e i finanziamenti incrementali per combattere le malattie infettive.

Ma il punto principale è che una crisi capace di compromettere la stessa esistenza dell’Europa non è più una figura retorica, ma la dura realtà. L’Europa deve fare qualcosa di drastico per uscirne. Deve reinventarsi.

Questo è ciò che il Presidente Macron desiderava iniziare quando ha proposto quelle che chiama le Consultazioni di cittadini. Tale iniziativa deve essere uno sforzo autentico dalla base. La trasformazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio in Unione Europea era stato uno sforzo condotto dall’alto e ha fatto meraviglie, ma i tempi sono cambiati. La gente comune si sente esclusa e ignorata. Ora abbiamo bisogno di uno sforzo collaborativo che combini l’approccio dall’alto delle istituzioni europee con iniziative dal basso necessarie per coinvolgere l’elettorato.

Ho citato tre problemi pressanti. Ne ho affrontati finora due: le migrazioni e l’austerity. Ho quindi lascato fuori la disintegrazione territoriale di cui la Brexit è un esempio. Non ho tempo per affrontare altri esempi, specialmente nei Balcani. Lo farò in un articolo distinto che pubblicherò settimana prossima.

La Brexit è un processo immensamente dannoso, lesivo per entrambe le parti. La maggior parte del danno si avverte proprio ora che l’Unione Europea sta affrontando questa crisi che riguarda la sua stessa esistenza, ma essa ha spostato l’attenzione sui negoziati di separazione della Gran Bretagna. Questa è una realtà dove tutti perdono, ma potrebbe essere trasformata in una situazione dove tutti possono vincere.

Il divorzio sarà un lungo processo, che probabilmente durerà più di cinque anni. Cinque anni sono un’eternità in politica, specialmente in tempi rivoluzionari come il presente. Definitivamente, spetta al popolo britannico decidere che cosa vuole fare. Tuttavia sarebbe meglio se giungesse alla sua decisione più prima che poi. Questo è il fine dell’iniziativa chiamata “Best for Britain” (il meglio per la Gran Bretagna), che io sostengo. Best for Britain ha lottato per, e aiutato a ottenere, un voto parlamentare significativo che include l’opzione di non lasciare affatto.

Questo andrebbe bene per la Gran Bretagna ma renderebbe anche un grande servizio all’Europa, portando a una revoca della Brexit. L’opinione pubblica britannica deve esprimere il suo sostegno con un margine convincente per essere presa sul serio dall’Europa. Ecco a che cosa mira Best for Britain mentre cerca di coinvolgere l’elettorato. Best for Britain pubblicherà il suo manifesto nei prossimi giorni.

L’argomento economico a favore di rimanere membro dell’Unione Europea è forte, ma ci vorrà tempo perché attecchisca. Durante questo periodo l’UE deve trasformarsi in un’associazione in cui Paesi come l’Inghilterra sarebbero interessati a entrare, per poter rafforzare anche le argomentazioni politiche.

In questi termini l’Europa sarebbe diversa dagli attuali accordi in due aspetti: prima di tutto, distinguerebbe chiaramente l’Unione Europea dall’eurozona; in secondo luogo, riconoscerebbe che l’euro ha molti problemi irrisolti e non si deve permettere a queste difficoltà di distruggere l’Unione.

L’UE è governata da trattati obsoleti, che asseriscono che tutti gli Stati membri dovranno entrare nell’euro, se e quando ne hanno i requisiti. Questo ha creato una situazione assurda dove Paesi come la Svezia, la Polonia e la Repubblica Ceca hanno detto chiaro e tondo che non hanno alcuna intenzione di partecipare, e tuttavia sono ancora descritti come “pre-ingresso”.

L’effetto non è puramente superficiale. Esso ha convertito l’UE in un’organizzazione nella quale l’eurozona costituisce la parte più importante e gli altri membri sono relegati in una posizione di inferiorità. C’è un assunto nascosto in opera qui, ed esso precisamente è che diversi Stati membri possono muoversi a differenti velocità, ma sono tutti diretti verso la stessa destinazione. Ciò ha suscitato la pretesa che una “unione mai più stretta di così” sia stata esplicitamente rifiutata da alcuni Paesi.

Tale affermazione deve essere abbandonata. Invece di un’Europa a più velocità dovremmo puntare a “un’Europa a più percorsi diversi”, che permetterebbe ai Paesi membri una più ampia gamma di scelte. Questo avrebbe un effetto benefico di ampia portata. In questo preciso momento, gli atteggiamenti verso la cooperazione sono negativi: gli stati membri vogliono riaffermare la propria sovranità invece di cederne una quota maggiore. Tuttavia, se la cooperazione ha prodotto risultati positivi, gli atteggiamenti possono migliorare, e alcuni obiettivi, come la difesa, che sono attualmente perseguiti in maniera migliore da coalizioni di volenterosi, potrebbero essere adatti per una partecipazione universale.

La dura realtà può costringere gli Stati europei a mettere da parte gli interessi nazionali per preservare l’Unione Europea. Questo è quanto il Presidente Macron stava sollecitando nel suo discorso di Aachen, cautamente appoggiato dalla Cancelliera Merkel, che si rende dolorosamente conto dell’opposizione che ha di fronte a livello nazionale.

Se Macron e la Merkel riuscissero, nonostante tutti gli ostacoli, potrebbero seguire le orme di Jean monnet e del suo gruppetto di visionari. Come ho detto in precedenza, tale piccolo gruppo deve essere rimpiazzato da un ampio movimento di iniziative pro-europee dal basso. Io e la mia rete di Fondazioni per la Società aperta faremo tutto quanto in nostro potere per sostenere simili iniziative.

George Soros, fondatore e presidente delle Open Society Foundations

1 giugno 2018

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