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​Come si permette un possibile massacro

di Simone Zoppellaro

Provo una profonda vergogna, non ve lo nascondo, mentre mi accingo a scrivere queste righe. Mi capita ogni volta – e l’ho fatto il meno possibile, lo ammetto – che devo parlare della Siria. Si, la parola giusta è proprio questa: vergogna. Non saprei come meglio definire quello che provo e penso. Vergogna per l’ennesimo, annunciato massacro che si consumerà a breve in Siria a danno di una popolazione, quella curda, che si è battuta con coraggio per sconfiggere l’ISIS. Vergogna per un’Europa che, come in un apologo di Heiner Müller, in questi momenti cruciali riesce poco più che a pigolare debolmente e a comando, come un canarino stretto fra le dita di un ragazzino crudele.

Ma anche vergogna, soprattutto, per me e noi tutti, nei confronti di quella che è stata la più grande catastrofe del nostro tempo: la guerra in Siria. Una catastrofe umanitaria di dimensioni inenarrabili, e ad essa parallelo, un fallimento della nostra umanità che ha segnato la mia generazione in un modo che ritengo indelebile, come il Vietnam, in tutt’altra direzione, aveva segnato quella precedente – come nostra musa, l’indifferenza, e unica scienza possibile, la geopolitica.

Perché qui nulla si muove, a parte qualche pavido cinguettio virtuale, qualche bella bandiera esibita a caccia di emoticon sui profili social, mentre impotenti assistiamo, dalle nostre case al caldo, all’alba di nuova carneficina che nessuno (dico: nessuno) ha neppure pensato seriamente di cercare di impedire o raccontare. Se non con una faziosità, una cattiva coscienza esibita che non può che dare il voltastomaco a chiunque abbia una conoscenza sul campo, e non solo virtuale, del Medio Oriente. Come le sfilate di moda di Forza Nuova e CasaPound a fianco del regime di Assad, per non fare che l’esempio più lampante. Ma altri, non meno dolorosi, potrei farne anche dall’altra parte.

Non sono bastate le armi chimiche usate da Assad, il genocidio degli yazidi a pochi chilometri dal confine siriano, l’uso della tortura e il massacro di popolazioni inermi, poco importa sotto quale bandiera o facenti parte di quale minoranza, a farci sussultare. Un sussulto, profondamente grottesco, si è avuto solo con la presa di Palmira da parte degli uomini di Daesh, nel timore ostentato per le sue preziose e antiche colonne, mentre al contempo le fosse comuni disseminate ovunque, il terrorismo contro gli innocenti, gli stupri di massa contro donne e bambine, l’assedio di Aleppo come quello di Kobane, ci hanno lasciati del tutto indifferenti. Come statue di sale.

E allora è inutile disquisire sul tradimento di Trump (dimenticando, semmai, quanto ciò si ponga in continuità con quanto fatto da Obama fin dal 2013, come mi racconta Lorenzo Marinone, analista del Ce.S.I.), sulle mire del despota Erdogan, su cosa pensi Putin e quali siano le sue prossime mosse. La verità è che la geopolitica è divenuta una scienza dei servi, un boccone intriso di veleno, un carnevale in cui il popolo gioca a vestirsi da despota assorbendone l’ansia di sangue e potere, ma che in questo gioco pericolosissimo si omette in modo sistematico la popolazione civile, che in Kurdistan, come nelle prime proteste in Siria all’alba della guerra – pur fra molte contraddizioni e abusi – aveva provato a levare la testa, a cercare una difficile via alla libertà.

La verità è che il tradimento dei curdi non è a stelle e strisce, non porta la firma del presidente turco, possibile emulo dei suoi predecessori di un secolo fa nel genocidio di armeni, assiri e greci del Ponto. È il nostro. Il tradimento della nostra umanità e di quella sofferente (perché le due cose sono una), solo in apparenza lontana, cui abbiamo voltato le spalle. Niente di nuovo sotto il sole, diranno gli smaliziati, i cinici, gli apologeti dell’eterna palude della storia. Ma poco importa.

Il nostro compito, la sfida più grande che abbiamo davanti a noi oggi è quella riportare guerre e tragedie come queste (e non solo ex post) “entro il cerchio della nostra umanità”, come scriveva Gramsci in un articolo del 1916 dedicato al Genocidio armeno, nei riguardi del quale cui il leader comunista denunciava – così simile a quella di oggi – l’indifferenza generalizzata dei suoi contemporanei. Se non vinciamo questa sfida, mettendo in atto questa rivoluzione che deve avere luogo in primo luogo nelle nostre coscienze, non avremo compiuto nessun passo avanti nella storia, anche circondandoci delle tecnologie più moderne e avanzate, delle case più comode e sicure. La nostra, non diversamente da quelle che ci hanno precedute, sarà ricordata come l’ennesima stagione di barbarie.

Anche per questo, non possiamo voltare le spalle ai curdi, che tante volte in passato hanno guardato a Occidente rimanendone umiliati, delusi, feriti.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

9 ottobre 2019

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Genocidi e crimini contro l'Umanità

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La prima definizione giuridica in materia di persecuzioni di massa risale al 1915 e riguarda il massacro delle popolazioni armene da parte dei turchi, cui seguono i processi delle Corti marziali a carico dei responsabili. Nel Trattato di Sèvres del 1920 le Grandi Potenze usano i termini di crimini contro la civilizzazione e crimini di lesa umanità.
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