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Difendere l'ambiente, mai così pericoloso

207 omicidi in un anno

omicidi avvenuti nel 2017

omicidi avvenuti nel 2017 Global Witness

AT WHAT COST? (a quale prezzo?) è il titolo del sesto report annuale di Global Witness sui Defenders of the Earth: uomini, donne, comunità e organizzazioni che hanno difeso i diritti umani, la loro terra e l’ambiente e, per questo, sono stati assassinati. Un elenco di 207 nomi per il 2017, il peggior record mai raggiunto. E il numero potrebbe essere ben più alto tenendo conto della difficoltà nel reperimento di questi dati (soprattutto nelle zone rurali). L’omicidio, inoltre, non è l’unico mezzo utilizzato per fermare i defenders: minacce di morte, arresti, stupri e cyber-mobbing sono all’ordine del giorno.

Il Brasile si conferma il Paese più pericoloso, con 57 morti, l’80% dei quali per difendere la Foresta Amazzonica; il Nicaragua, con 4 uccisioni, è invece quello che registra il numero più alto di vittime rispetto agli abitanti. La seconda linea più lunga del grafico è quella delle Filippine, 48 morti, seguita da quella dalla Colombia, 24 e del Messico, 15 (13 su 15 sono indigeni). Il bollettino dell’Africa conta 19 defenders uccisi in totale, 17 per salvare le aree protette da bracconieri e minatori illegali e 12 solo nella Repubblica Democratica del Congo. È diminuito invece il numero delle vittime all’interno delle popolazioni indigene - il 25% contro il 40% del 2016 - che hanno sempre rappresentato una grossa fetta dei difensori dell’ambiente, anche in ragione del loro legame ancestrale con il territorio. Tuttavia, i gruppi indigeni sono solo il 5% della popolazione mondiale e restano in grave pericolo. In uno degli attacchi più brutali del 2017, gli indigeni di Gamela (Brasile) sono stati aggrediti con machete e fucili dai contadini brasiliani: 22 di loro sono stati feriti gravemente, ad alcuni sono state amputate le mani.

Proprio riguardo la tematica ambiente-indigeni, 34 governatori dei cinque continenti hanno recentemente firmato al Global Climate Action Summit 2018 di San Francisco un accordo con le comunità autoctone della Foresta Amazzonica annunciando l’investimento di 459 milioni di dollari per la lotta alla deforestazione. Uno degli studi pubblicati dagli esperti del Summit evidenzia infatti come i boschi gestiti da indigeni e società tradizionali immagazzinino quasi 300.000 tonnellate di CO2. Questi ecosistemi potrebbero quindi bloccare fino al 30% del climate change globale ma ricevono solamente il 2% dei fondi internazionali raccolti a tale scopo.

La maggioranza delle uccisioni documentate da Global Witness sono connesse alla lotta per la terra e le risorse naturali, ma in alcuni casi si è potuto anche identificare un ambito specifico all’interno del quale i defenders stavano agendo prima di essere uccisi. Il settore agroindustriale è quello che fa maggiori vittime (46), seguito dall’industria estrattiva (40), il bracconaggio (23) e il disboscamento (23). L’alto livello di curruzione dei governi coinvolti rende difficile portare a processo i colpevoli degli omicidi e quindi definire chiaramente chi siano i maggiori responsabili del fenomeno, ma, secondo i dati attualmente raccolti, una grossa fetta degli omicidi sarebbe legata all’intervento di gang criminali - principalmente in America Latina - e di forze di sicurezza dello Stato - soprattuto nelle Filippine. Il profitto di governi e grandi aziende produttrici sembra quindi venire prima della vita delle persone: chi difende l’ambiente viene incriminato e trattato come un terrorista, e, se viene ucciso, i suoi assassini rimangono impuniti, spesso coperti da una legislazione corrotta. Non solo, la mancanza di condanne facilita di molto il reiterarsi della violenza. Ben Leather, attivista di Global Witness, ha dichiarato: “queste 207 persone hanno messo in discussione il modo in cui funzionano alcuni business. Hanno avuto l’audacia di difendere i loro diritti e proteggere l’ambiente. Il fatto che siano stati uccisi per questo è uno schiacciante indicatore del modo in cui i beni che noi consumiamo vengono prodotti”. 

Nonostante il quadro poco incoraggiante, i defenders continuano ad aumentare e la nostra attenzione al problema dovrebbe tradursi, in piccolo, nella verifica di come ciò che consumiamo arriva a noi e, in grande, nella lotta contro l'impunità dei colpevoli e per il diritto delle popolazioni a dare il proprio consenso sull'uso delle risorse della terra in cui vivono.

18 settembre 2018

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