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"I nazisti mi hanno separata dai genitori. È un trauma che dura una vita"

di Yoka Verdoner

Bimbo separato dalla madre alla frontiera degli USA

Bimbo separato dalla madre alla frontiera degli USA Il Fatto Quotidiano

Proponiamo la traduzione della testimonianza della sopravvissuta alla Shoah e psicoanalista Yoka Verdoner -  uscita sul Guardian il 18 giugno 2018 - che esprime la sua visione, personale e come esperta di psicologia infantile, sull'attuale separazione dai loro genitori di migliaia di bambini messicani figli di migranti, al confine con gli Stati Uniti.

So per esperienza che la brutalità sancita da Trump al confine degli USA con il Messico lascerà cicatrici profonde sui bambini che ne sono vittime, per tutta la vita. 

Gli eventi di questi giorni al nostro confine con il Messico, dove i bambini vengono strappati dalle braccia dei loro genitori e inviati a famiglie affidatarie o a “rifugi”, mi fa piangere e digrignare i denti con tristezza e rabbia. So che cosa stanno vivendo. Quando eravamo bambini, anch’io e i miei due fratelli fummo portati via dai nostri genitori e i problemi che abbiamo dovuto affrontare fin da allora lasciano presagire ciò che molti di questi bimbi sono destinati a patire.

Discendo da una famiglia ebrea, che nel 1942 viveva in Olanda, quando il Paese fu invaso dai nazisti. Noi bambini fummo inviati presso nascondigli, affidati a famiglie che rischiavano l’arresto e la morte per accoglierci. Ci protessero, ci amarono, e noi fummo estremamente fortunati a poter sopravvivere alla guerra ed essere accuditi con affetto.

Tuttavia il duraturo danno inflitto dalla separazione ha avuto ripercussioni fino a oggi, decenni dopo.

Avete mai sentito le urla e visto il panico di un bambino di tre anni che ha perso di vista sua madre in un supermercato? Quel grido si placa quando la madre riappare in fondo al corridoio.

Questo è quanto ha scritto mio fratello negli ultimi anni. Egli cerca di affrontare il suo dolore scrivendo le proprie memorie. Sono passati 76 anni, eppure lui ritorna ossessivamente sulla separazione, tanto che ne scrive ancora al presente:

“Nella prima casa urlo per sei settimane. Poi mi spostano in un’altra famiglia e smetto di urlare. Rinuncio. Non conosco nulla di ciò che c’è intorno a me. Tutte le persone intorno a me sono estranee. Non ho passato. Non ho futuro. Non ho un’identità. Non sono da nessuna parte. Sono raggelato dalla paura. Questa è l’unica emozione che provo ora. Come bimbo di tre anni, penso che devo avere compiuto qualche errore terribile per avere causato la scomparsa del mondo che conoscevo. Passo il resto della mia vita a cercare disperatamente di non fare altri errori”.

La seconda famiglia affidataria di mio fratello se ne è presa cura con grande affetto ed è stata in contatto con lui per tutti questi anni. Nonostante questo, egli ha quasi 80 anni adesso e sta ancora cercando di capire che cosa l’ha reso la persona ansiosa e disfunzionale che è diventato da bambino ed è poi rimasto per tutta la sua vita; un uomo dotato di grande intelligenza e fascino, ma tuttavia che non riusciva mai a tenersi un lavoro per la sua incapacità di portare a termine i compiti assegnatigli. Dopo tutto, se avesse perseverato avrebbe potuto compiere un altro errore, e questo avrebbe significato di nuovo la fine del suo mondo.

Mia sorella minore è stata separata dai nostri genitori a cinque anni. Non comprendeva in alcun modo ciò che stava succedendo e perché improvvisamente fosse costretta a vivere con dei nuovi adulti. Da quel momento in poi ha sofferto di una depressione profonda, lunga una vita.

Io ero più grande: avevo sette anni. Ero maggiormente in grado dei miei fratelli di capire ciò che succedeva e perché. Ho trascorso la maggior parte del tempo della guerra con Dick ed Ella Rijnders. Dick era il sindaco di un piccolo villaggio rurale e lui ed Ella vivevano in una bella casa vicino a un grande corso d’acqua. Ella aveva un sorriso affettuoso e Dick mi chiamava “la sua figlia più grande”. Ho potuto frequentare la scuola normalmente, farmi degli amici e diventare parte della vita del paese. Sono stata estremamente fortunata, ma non ero con i miei genitori, mia sorella e mio fratello. Infine, ho dovuto lasciare anche i Rijnder, la mia “seconda famiglia” così affettuosa. Stavo ritornando dalla mia famiglia, ma questo significava un’altra separazione.

Più avanti nel corso della mia vita, non sono mai stata in grado di mettere le radici in un posto. Ho vissuto in diversi Paesi e ho avuto successo nel lavoro, ma non sono mai stata in grado di formare relazioni durevoli con i miei partner. Non mi sono mai sposata. Per non parlare della mia ansia e depressione e dei molti anni di psicoterapia.

Il mio dolore e la mia rabbia su ciò che succede oggi al confine meridionale dell’America non proviene solo dalla mia vita personale. Come psicoterapeuta in pensione che ha lavorato con molte vittime di traumi infantili, so troppo bene ciò che aspetta molte delle migliaia di quei bambini, prelevati dal nostro governo alla frontiera, che ora sono in “centri di smaltimento” e famiglie affidatarie – indipendentemente da quanto queste possano essere amorevoli e piene di cure. Possiamo aspettarci un danno per migliaia di vite, per molti anni o per sempre, da questa “tolleranza zero”. Possiamo aspettarci che vecchi uomini e donne, decenni dopo questi eventi, soffriranno, ricorderanno e ne scriveranno ancora al presente.

Ciò che sta avvenendo ai nostri confini adesso, è altrettanto malvagio e criminale di ciò che accadde a me e ai miei fratelli da bambini nell’Europa nazista. Deve essere fermato immediatamente.

Yoka Verdoner, sopravvissuta alla Shoah e psicoanalista

19 giugno 2018

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