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"Il populismo? Sfida, ma anche opportunità"

analisi della politologa Chantal Mouffe

Illustrazione di Dom Mc Kenzie

Illustrazione di Dom Mc Kenzie Guardian.co.uk

Chantal Mouffe è docente di Teoria Politica all’università di Westminster. Il 10 settembre 2018, ha consegnato al giornale inglese The Guardian un’analisi relativamente ottimista sulle forze progressiste tradizionali, ora chiamate alla sfida del populismo. Pubblichiamo di seguito le sue riflessioni tradotte.

Sono tempi di instabilità per la politica democratica. Scioccate dalla vittoria delle coalizioni euroscettiche in Austria e Italia, le élite neoliberiste - già messe sul chi vive dal voto per la Brexit e dalla vittoria di Donald Trump – ora affermano che la democrazia è in pericolo e lanciano l’allarme contro un possibile ritorno del “fascismo”.

Non si può negare che l’Europa occidentale stia ora assistendo a un “momento populista”. Esso sorge dal proliferare dei movimenti anti-establishment, che segnalano la presenza di una crisi dell’egemonia neoliberista. Crisi che potrebbe davvero aprire la strada a governi autoritari, ma che può anche offrire l’opportunità di risanare e approfondire le istituzioni democratiche indebolite da 30 anni di neoliberismo.

La nostra attuale condizione post-democratica è il prodotto di diversi fenomeni. Il primo, che chiamo “post-politica”, è l’assottigliarsi delle frontiere tra destra e sinistra. Esso è il risultato del consenso raggiunto tra i partiti di centro-destra e centro-sinistra sull’idea che non c’era alcuna alternativa alla globalizzazione neoliberista. Al grido di “modernizzazione”, i socialdemocratici hanno accettato i diktat del capitalismo finanziario globalizzato e i limiti che esso impone all’intervento dello Stato e sulle politiche pubbliche.

La politica è diventata una faccenda di gestione dell’ordine costituito meramente tecnica, un dominio riservato agli esperti. La sovranità del popolo, una nozione al cuore dell’ideale democratico, è stata dichiarata obsoleta. La post-politica ammette solamente un’alternanza al potere tra il centro-destra e il centro-sinistra. Il confronto tra diversi progetti politici, cruciale per la democrazia, è stato eliminato.

Questa evoluzione post-politica è stata caratterizzata dal predominio del settore finanziario, con conseguenze disastrose per l’economia produttiva. Ciò è stato accompagnato dalle politiche di privatizzazione e deregulation che, congiuntamente con le misure di austerità imposte dopo la crisi del 2008, hanno provocato un aumento esponenziale della diseguaglianza.

La classe lavoratrice e le persone svantaggiate ne sono particolarmente toccate, ma lo sono anche una parte significativa dei ceti medi, che sono diventati più poveri e più insicuri.

Negli ultimi anni, sono emersi diversi movimenti di resistenza. Essi incarnano ciò che Karl Polanyi, nel suo saggio La grande trasformazione, presentava come “contromovimento”, una teoria secondo cui la società reagisce contro i processi di mercantilizzazione e preme per maggiori tutele sociali. Questo contromovimento, sottolineava lo studioso, può assumere forme progressiste o regressive. Tale ambivalenza si conferma vera anche nel momento populista attuale. In diversi Paesi europei, queste resistenze sono state intercettate dai partiti di destra che hanno articolato, con un vocabolario nazionalista e xenofobo, le richieste degli abbandonati dal centrosinistra. I populisti di destra proclamano che restituiranno al popolo la voce che è stata monopolizzata dalle “élite”. Essi comprendono che la politica dipende sempre dal confronto tra due diversi progetti e anzi richiede una contrapposizione noi/loro. Inoltre, essi riconoscono l’esigenza di mobilitare il regno delle emozioni e degli umori, per costruire identità politiche. Tracciando una linea tra il “popolo” e l’”establishment”, essi rifiutano apertamente il consenso post-politico.

Queste sono proprio le mosse politiche che la maggior parte dei partiti di sinistra non si sente in grado di fare, in debito al loro concetto consensuale della politica e alla visione razionalista secondo cui le passioni devono essere escluse. Per loro, solo il dibattito razionale è accettabile. Questo spiega la loro ostilità al populismo, che essi associano alla demagogia e all’irrazionalità. Tuttavia, purtroppo, la sfida del populismo di sinistra non si può affrontare sostenendo testardamente il consenso post-politico e disprezzando quei “deplorevoli” individui (come Hillary Clinton definì una parte degli elettori di Trump).

È di vitale importanza rendersi conto che la condanna morale e la demonizzazione del populismo di destra è totalmente controproducente – si limita a rafforzare i sentimenti anti-establishment tra coloro che non hanno un vocabolario adeguato a formulare quelle che, al nocciolo, sono rimostranze autentiche.

Classificare i partiti populisti di destra come “di estrema destra” o “fascisti”, presentarli come una sorta di malattia morale e attribuire il loro successo a una mancanza di istruzione è senz’altro molto conveniente per il centro-sinistra, perché gli permette di eludere qualsiasi domanda dei populisti e di evitare di assumersi responsabilità per la loro ascesa.

L’unico modo di combattere il populismo di destra è di dare una risposta progressista alle domande che esso esprime con linguaggio xenofobo. Ciò significa riconoscere l’esistenza di un nucleo democratico in quelle domande e la possibilità, attraverso un diverso discorso politico, di articolare tali domande in una direzione democratica radicale.

Questa è la strategia politica che io chiamo “populismo di sinistra”. Il suo scopo è la costruzione di una volontà collettiva, un “popolo” il cui avversario è “l’oligarchia”, la forza che sostiene l’ordine neoliberista.

Ciò non può essere formulato mediante la frattura sinistra/destra, secondo la configurazione tradizionale. Diversamente dalle lotte caratteristiche dell’era del capitalismo fordista, quando c’era una classe lavoratrice che difendeva i suoi specifici interessi, le resistenze si sono sviluppate oltre il settore industriale. Le loro domande non corrispondono più a gruppi sociali definiti. Molte riguardano questioni legate alla qualità della vita e si intersecano a temi quali il sessismo, il razzismo e altre forme di dominio. Con una tale eterogeneità interna, la frontiera sinistra/destra tradizionale non può più articolare una volontà collettiva.

Mettere insieme queste diverse lotte richiede di stabilire un legame profondo tra movimenti sociali e un nuovo tipo di partito per creare un “popolo” che lotta per l’eguaglianza e la giustizia sociale.

Troviamo una simile strategia politica in movimenti quali Podemos in Spagna, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon o Bernie Sanders negli USA. Essa informa anche la politica di Jeremy Corbyn, la cui impresa di trasformare il Partito Laburista in un grande movimento popolare, che lavori “per i molti, non i pochi”, è già riuscita a farne il partito di sinistra più grande d’Europa.

Questi movimenti cercano di giungere al potere mediante le elezioni, ma non per costituire un “regime populista”. Il loro scopo è di recuperare e approfondire le istituzioni democratiche. Questa strategia prenderà forme diverse: potrebbe essere chiamata “socialismo democratico”, “eco-socialismo”, “liberalsocialismo” o “democrazia partecipativa”, a seconda del contesto nazionale. Ma ciò che conta, qualunque sia il nome, è che la “democrazia” è il significante intorno al quale tali lotte vengono articolate, e che le istituzioni politiche liberali non vengono eliminate.

Il processo di radicalizzazione delle istituzioni democratiche senza dubbio comprenderà momenti di rottura e di contrapposizione con gli interessi economici dominanti. È una strategia riformista radicale con una dimensione anticapitalista, ma non richiede di abbandonare le istituzioni democratiche liberali.

Sono convinta che nel giro di pochi anni l’asse centrale del conflitto politico verterà sulla contrapposizione tra populismo di destra e populismo di sinistra, ed è veramente urgente che i settori del mondo progressista comprendano l’importanza di prendere parte in questa lotta.

La popolarità, nelle elezioni parlamentari francesi a giugno 2017, di Mélenchon, François Ruffin e altri candidati de La France Insoumise – anche a Marsiglia e Amiens, in precedenza roccaforti di Marine Le Pen – mostra che quando è disponibile un discorso egualitario per esprimere le proprie rimostranze, molte persone si uniscono alla lotta progressista. Concepito intorno a obiettivi democratici radicali, il populismo, lungi dall’essere una perversione della democrazia – una visione che le forze che difendono lo status quo cercano di imporre squalificando come “estremisti” tutti coloro che si oppongono al consenso post-politico – costituisce nell’Europa di oggi la migliore strategia politica per rivivere ed espandere i nostri ideali democratici.

12 settembre 2018

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