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In Israele tra gli arabi pochi contagi e decessi da Covid-19

grazie alla collaborazione tra cittadini e autorità, dice Haarezt

In Israele, durante la crisi per il coronavirus, due comunità sono state motivo di preoccupazione per il Ministero della Sanità: arabi ed ebrei ultra-ortodossi, che vivono in quartieri relativamente affollati, pregano regolarmente nei rispettivi luoghi di culto e non sempre collaborano con le autorità.
In realtà i cittadini arabi si sono comportati molto meglio del previsto e hanno registrato i tassi di contagio e di decessi più bassi del Paese: solo 1.040 malati e cinque morti. Pur essendo il 21% della popolazione, rappresentano solo il 2% dei decessi da COVID-19 e il 6% dei contagi.

Lo riferisce Ronny Linder in un articolo sul quotidiano israeliano Haaretz citando un grafico pubblicato dal Taub Institute, nel quale le comunità di lingua araba (arabi, beduini e drusi) sono posizionate in fondo alla curva delle infezioni e la loro quota di casi positivi sul totale è molto inferiore al loro peso sul totale della popolazione. Anche il mese di Ramadan si è concluso senza un aumento del contagio.

Un risultato non dovuto al caso, ma a una serie di iniziative e collaborazioni che potrebbero portare a cambiamenti sociali dopo la fine della crisi. I cittadini arabi sono stati motivati non solo dalla paura del virus, ma anche dalla consapevolezza di essere una minoranza sommata alla paura di attirare su di se l'odio.

"La nostra comunità ha interesse a non essere attaccata come quella ultra-ortodossa", ha detto Rasool Sa’ada, rappresentante della componente araba nella Maoz Organization e nel gruppo di intervento israeliano per il coronavirus. "Ogni volta che gli ultraortodossi erano messi sotto accusa per aver ignorato le norme ed essersi contagiati reciprocamente, noi temevamo ancora di più lo scoppio di un focolaio anche tra noi e come i media lo avrebbero riferito. Questa è la prima volta in 70 anni che siamo coinvolti durante una situazione di emergenza. Le emergenze in Israele sono generalmente collegate a guerre e operazioni militari, e nel migliore dei casi non ne facciamo parte, e nel peggiore dei casi siamo dei nemici. Questo è cambiato nel caso del coronavirus: il nemico è entrato nella coscienza delle persone e queste hanno capito che, se non si fossero difese, avrebbero danneggiato le loro famiglie e gli anziani della nostra comunità".

L'avvio è stato piuttosto negativo. Inizialmente, le istruzioni del governo non erano nemmeno state tradotte in arabo. "Ciò che ha messo in allerta la comunità araba in Israele sono stati i passi compiuti dall'Autorità Palestinese", ha spiegato Rasool Sa’ada.
Le campagne per informare i cittadini hanno quindi cominciato a essere tradotte in arabo e lo stesso governo si è impegnato a investire in attività di sensibilizzazione. "Nelle ultime settimane il Ministero della Sanità ha parlato molto più in arabo che all'inizio", secondo Sa’ada.

Un altro problema è stato l'avvio dei test sul Covid-19 all'interno della comunità araba, avvenuto solo alla fine di marzo, perché prima di allora i test della Magen David Adom ("Scudo Rosso di David", la Croce Rossa dello Stato di Israele, n.d.t.) non erano disponibili per la comunità. Solo dopo questo fatto sono stati identificati i focolai. Ad esempio, un focolaio in una casa di riposo nella città ebraica di Yavne’el ha diffuso la malattia nelle vicine città arabe di Daburiyya e Shibli, perché la maggior parte del personale della casa proviene da quelle città, ha spiegato Sa’ada. I test hanno mostrato che decine di persone nelle due città erano malate.

Quel caso ha cambiato la coscienza della società araba. “La gente ha capito che la malattia era qui; fino ad allora, è stato difficile convincerli", ha detto Sa’ada. Inoltre l'elevata percentuale di operatori sanitari arabi ha contribuito alla diffusione del messaggio. "È una delle risorse della nostra comunità; è difficile trovare una famiglia araba che non abbia almeno un operatore del settore sanitario. Nonostante l'inizio complicato, la comunità araba si è riunita. C'è stata una cooperazione senza precedenti tra le autorità locali, i leader politici e i cittadini. Questa è la prima volta che ci riuniamo tutti in un'unica iniziativa".

C'erano migliaia di volontari e le imprese arabe hanno contribuito con denaro per cibo e attrezzature. Un processo altrettanto notevole è stata la collaborazione con il governo israeliano. Improvvisamente la società araba si è unita e sta lavorando con il governo. Con l'esercito, con il Ministero della Sanità, con il Ministero degli Interni, quando si trattava di portare le persone malate fuori dalle loro case, con il Comando del Fronte interno, che era molto visibile nelle città", ha detto Sa’ada. "Si è stabilita una situazione di fiducia senza precedenti tra la società araba e l'establishment".

La società araba ha compreso molto rapidamente l'importanza di proteggere i propri anziani e i propri malati.
I giovani erano meno inclini a seguire le restrizioni, come in molti luoghi, ma erano anche molto consapevoli di mantenere le distanze dai malati e dagli anziani, ha osservato Sa’ada. "Un sondaggio ha mostrato che solo il 14% di loro temeva di doversi ammalare, ma il 70% era preoccupato per i propri familiari", ha concluso Sa'ada.


25 maggio 2020

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