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Indignati per gli attacchi agli yazidi? Ora è tempo di intervenire

di Nadia Murad

Nadia Murad al Parlamento Europeo

Nadia Murad al Parlamento Europeo Credit Vincent Kessler/Reuters

Il 10 febbraio, Nadia Murad, autrice del libro di memorie L'ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l'Isis, ha scritto sul New York Times un'accorata testimonianza-appello sulla condizione che gli yazidi della Siria vivono ora, di testimoni di un genocidio ai loro danni che a volte, sia pure con ritardo, vengono ascoltati, ma che non ricevono ancora gli aiuti necessari per ricostruire la loro comunità civile. Pubblichiamo l'articolo tradotto.

Tre anni fa ero una delle donne yazide rapite dallo Stato Islamico e vendute come schiave. Ho sopportato gli stupri, le torture e le umiliazioni di diversi militanti prima di scappare. Sono stata relativamente fortunata, perché molti yadizi hanno subito di peggio di quanto è capitato a me e per molto più tempo. Molti sono ancora dispersi. Molti sono stati uccisi.

Una volta fuggita ho sentito come mio dovere quello di raccontare al mondo la brutalità dello Stato Islamico. Le donne yazide speravano che, raccontando le nostre esperienze di sterminio, stupro e riduzione in schiavitù, avremmo portato il genocidio yazida sotto i riflettori del mondo, ma adesso ciò di cui abbiamo bisogno veramente sono azioni concrete per ottenere giustizia e permettere alla nostra comunità di ritornare in patria.

Il 3 agosto 2014, lo Stato Islamico ha invaso la regione del Sinjar nel nord dell'Iraq, con la missione di sterminare gli yazidi, che si stimava fossero tra i 400.000 e i 500.000. La nostra religione risale all'antica Mesopotamia e conserva pratiche islamiche. Per questo motivo, lo Stato Islamico ci ha chiamati "pagani privi di un libro sacro", e ha usato spesso la calunnia nei nostri confronti per giustificare le uccisioni. La maggioranza degli yazidi è scappata, inizialmente nelle montagne dell'Iraq nordoccidentale, quindi verso il Kurdistan iracheno.

Kocho, il mio villaggio di 1.800 abitanti a circa 15 miglia dalla città di Sinjar, è stato sotto assedio per due settimane prima di cadere nelle grinfie dello Stato Islamico. I militanti hanno allineato più di 300 uomini dietro una scuola e hanno sparato, uccidendoli. I corpi sono stati sepolti nei fossati per l'irrigazione, e tra essi c'erano sei dei miei fratelli.

I militanti hanno quindi portato le donne e i ragazzi a Sinjar e Solagh, una città vicina. Mia madre di 61 anni, Shami, e due altre donne più anziane sono state uccise. Le donne più giovani, me compresa, sono state condotte ai mercati di schiavi sparpagliati per tutto l'Iraq e la Siria. I ragazzi, incluso uno dei miei nipoti, l'undicenne Malik, sono stati costretti a unirsi al gruppo terrorista ed è stato fatto loro il lavaggio del cervello.

Oltre tre anni più tardi, Malik rimane con lo Stato islamico e chiama sua madre per dirle che crede nella sua ideologia. Migliaia di yazidi rimangono dispersi e centinaia di migliaia sono bloccati nei campi profughi. Con scarse opportunità di lavoro o di istruzione, sono spesso obbligati a fare affidamento sulle donazioni di cibo e vestiario.

Di nuovo, io sono stata fortunata. Sono stata tra le 1.100 donne e bambini trasferiti in Germania attraverso un programma creato nello Stato tedesco sudorientale del Baden-Württemberg. Anche il Canada e l'Australia hanno accosentito ad accogliere centinaia di yazidi sopravvissuti alla violenza dello Stato Islamico e le loro famiglie.

Tuttavia, gli yadizi nei campi profughi del Kurdistan iracheno e altrove nel mondo convivono con il dolore per aver perso la patria e le famiglie. Noi viviamo con la crescente frustrazione che i responsabili la stiano facendo franca, e la religione yazida è sull'orlo di estinguersi.

Tuttavia siamo fiduciosi che un giorno torneremo nel Sinjar, ricostruiremo le nostre famiglie e praticheremo liberamente la nostra religione, e che i nostri stupratori saranno puniti dalla giustizia.

Quella speranza ci ha portati a esporre pubblicamente qualcosa di tanto doloroso e privato come gli abusi da noi subiti dallo Stato Islamico. Raccontando ciò che ci era capitato, abbiamo rivissuto il nostro dolore e corso il rischio di essere giudicate severamente dalle persone intorno. Quando si chiede a una yazida di ripetere la sua lugubre testimonianza, bisognerebbe considerare qual è il costo emotivo che ciò le impone. E quando si racconta ciò che ci è capitato, per favore si eviti di utilizzare il termine dispregiativo “schiave sessuali” per riferirsi a noi. Siamo delle sopravvissute.

Negli ultimi tre anni il mondo si è mobilitato in sostegno agli yazidi, ma ora bisogna passare dalle singole storie dei sopravvissuti a prendere alcune misure pratiche, compiere dei passi per assicurare alla giustizia i militanti dello Stato Islamico responsabili di questi crimini e per ricostruire le zone yazide in Iraq, in modo da consentire il ritorno a casa degli yazidi dispersi.

Il mio avvocato, Amal Clooney, e Yazda, un’organizzazione globale per i diritti degli yazidi, mi hanno aiutato a portare avanti la nostra causa in seno alle Nazioni Unite e a fare pressione sul governo iracheno e fare appello alla comunità internazionale affinché agisca. A settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha finalmente approvato una risoluzione per istruire un’indagine internazionale su questi crimini. Noi speriamo che questo team investigativo sarà messo all’opera subito e svolga questa inchiesta che era dovuta già da molto tempo sui crimini dello Stato Islamico, riesumando anche i corpi di vittime contenuti nelle 94 fosse comuni ritrovate in Iraq.

Noi continuiamo a raccogliere prove del genocidio e stiamo lavorando con i pm di tutto il mondo per ottenere che più casi siano ascoltati. Gli avvocati che ci aiutano stanno lavorando gratuitamente e con poche risorse.

Le condizioni nelle aree yazide dell’Iraq rimangono drammatiche. Le mine anti uomo e le bombe artigianali piazzate dallo Stato Islamico infestano la regione. Una stragrande maggioranza degli edifici nell’area del Sinjar sono stati distrutti, i servizi fondamentali come la purificazione dell’acqua, l’elettricità e le forniture idriche sono carenti. L’accesso all’area, che è controllata dalle forze curde irachene, rimane estremamente difficile per le organizzazioni umanitarie e per gli yazidi che desiderano far ritorno in patria.

Siamo molto grati al Presidente della Francia Emmanuel Macron, che si è impegnato ufficialmente a sminare la regione del Sinjar, e insieme al governo francese stiamo lavorando per dare vita al Sinjar Action Fund, un fondo fiduciario per ricostruire la regione. Tuttavia abbiamo bisogno di ancora più aiuto, e faccio appelllo ai governi, le organizzazioni internazionali, gli enti privati e gli individui affinché contribuiscano al Sinjar Action Fund e ci aiutino a tornare a casa e ricostruire le nostre vite.

Un giorno, vorrei sposarmi e avere figli. Dovrò affrontare il trauma dello stupro subito personalmente e silenziosamente. Ma come la maggior parte delle donne yazide, sono pronta a raccontare di nuovo la storia, finché serve a ottenere giustizia e a sostenere i sopravvissuti al genocidio.

Qualche mese fa, dopo che ho parlato alle Nazioni unite della tragedia del mio popolo, sono stata contattata da una giovane donna africana. I militanti di Boko Haram l’avevano rapita e violentata. Immediatamente ci siamo riconosciute come sopravvissute e abbiamo creato un legame. Dalla mia fuga ho imparato quanto spesso le donne diventino vittime di guerra, dal Rwanda alla Bosnia, dalla Siria al Myanmar. Le donne yazide ora appartengono a un'ampia rete di sopravvissute a stupri e riduzione in schiavitù.

Invece di sottolineare il nostro essere vittime, questa connessione con le altre donne ci dà il potere di riprendere le nostre vite e lottare per il future delle nostre comunità. Come quelle donne coraggiose, le sopravvissute yazide sono molto più che semplici vittime. Siamo attiviste e abbiamo bisogno di maggiore empatia.

12 febbraio 2018

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